Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Aprile 2012 Anno XI
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LETTERATURA
Serena Maffia, Sveva va veloce, Azimut, Roma 2009, pp. 160, euro 11,00
recensione a cura di Maria Grazia Calandrone


La scrittura – e la voce e i modi della protagonista del romanzo – di Serena Maffia sono molto spicci, e lo dimostra subito una frase come Quando non c’è tempo di pensare non c’è tempo di morire. Così si liquida apparentemente il suicidio di un giovane amico, fatto dal quale prende fiato il romanzo ma dal quale si svilupperanno invece rischiose indagini private.
Il libro tratta di un gruppo di giovani tornati in Calabria per le vacanze estive e piuttosto impegnati a intrecciare gli intrecci sentimentali che sono propri alla gioventù (soprattutto estiva), ma sotto una doppia costellazione di morte: un suicidio problematico e un omicidio quasi solo accennato, perché a quel punto del libro il piglio con il quale la vita e la morte vengono affrontate è ormai chiaro. Tutto dunque si svolge all’aria aperta e nel tempo sospeso di una vacanza sopra tutto etimologica perché di vuoti interni sopra tutto si parla.

Notiamo ben presto che il racconto continua anche quando la protagonista non c’è e questo complica un po’ le cose, perché siamo portati a conoscere i fatti da Sveva, l’io narrante, e nello stesso tempo da un narratore onnisciente: questo è uno dei primi indizi che ci fanno comprendere di essere in un romanzo apparente, in una mischia inafferrabile di giallo, di investigazione e racconto – anzi racconti – d’amore e limpida e sonora campagna antifumo e troviamo addirittura uno stralcio di romanzo nel romanzo, a vivacizzare ancora il dinamismo di queste pagine mai banali, che compongono una sull’altra un trattatello agilissimo sull’esistenza condotto con la leggerezza di un romanzo mimetico del linguaggio postadolescenziale contemporaneo.
Tutto ciò sommato, credo che Sveva va veloce sia un romanzo sul male apparente.
Mi spiego: nel fondo del libro batte e ribatte insieme al mare una interrogazione etica intorno al bene e al male, si muovono figure alla ricerca disperata del bene (leggi amore, leggi vicinanza, leggi onestà, leggi potermi ancora riconoscere nel tuo sguardo umano) all’interno di una storia apparentemente vissuta sotto la stella di Lucifero.

Verso la metà del libro l’autrice tenta l’etica della circostanza, afferma cioè che le nostre azioni vengono determinate dalle circostanze, come a supporre una totale discolpa creaturale e umana, che si dispiega del tutto nella bellissima chiusa: Solo l’amore ha pietà, solo il tempo. Il tempo che dovrà finire [...] Dunque io ho compassione di te e ti discolpo perché ti amo. Dunque per perdonarti sono costretta ad affrontare la complessità contraddittoria dei sentimenti umani: A volte gli uomini [...] picchiano, umiliano, uccidono le persone che amano senza smettere di amarle un istante, senza smettere d’odiarle anche dopo e a sfiorare il tema di colpa e destino, approfittando di una lettera compromettente trovata nel parcheggio di un ristorante e restituita prima che possa creare nuovi irreparabili danni.
Ma il destino – è ovvio – non è sufficiente a risolvere il problema del male che facciamo, e nemmeno il fatto che Dio distribuisca i meriti con una strana arbitraria equità. Lo dice proprio chiaro Serena Maffia: sorridere è una scelta. Come, potremmo aggiungere, lo è essere “buoni”, perché nel microcosmo di questo libro i buoni ci sono eccome, e compaiono dove non li aspettiamo. Un esempio: a un certo punto, nella bella descrizione di una sera che cade sul mare, orgasmo e nero glaucoma vengono assunti quali sinonimi – e a questo senso malinconico di amore – barra – dolore si aggancia il ricordo dolcissimo dell’amore pulito e breve di Daniele, che morirà per overdose scatenando i dovuti sensi di colpa in chi l’ha respinto.

Serena Maffia paragona allora l’andamento dell’esistenza umana – non solo quella di questi giovani nel sereniano Posto di vacanza – alla casualità della pallina del flipper. La direzione ce la dà la sponda, dice, ma la sponda altro non è che la recinzione, il nostro senso del limite, il contenimento temporale, lo spazio dove ci è dato vivere. Altrimenti saremmo piccoli dèi.
Dunque è il limite a farci reagire: secondo la metafora del gioco noi siamo dettati dalla ristrettezza dei nostri confini. Diventa quasi automatico presumere di sfondarli, di esondare! Eppure dopo lo sfondamento dato da un’esistenza emancipata dalla norma borghese, siamo comunque disciplinati dall’etica: il caso ci guida e il senso morale ci mantiene nei limiti del bene anche di fronte alla dissennatezza della diaspora che abbiamo voluto instaurare.
Voglio approfondire brevemente, a questo proposito, la coincidenza tematica tra Sveva va veloce e il bellissimo poemetto di Sereni sulla foce Un posto di vacanza. Anche sulla foce metaforica e non metaforica di Sereni scopriamo esseri umani sottoposti a un fiume di impercepiti nonnulla recanti in sé la catastrofe, anche in Sereni questi esseri umani che siamo sono così piccoli e così soggetti a qualcosa che non abbiamo strumenti – solo “strumenti umani” – per modificare, ma in entrambi gli autori lo sguardo su questa condizione miserrima è commosso e naturalmente partecipe.

Inoltre qui l’acqua che si muove, che si agita, che lascia a riva relitti quasi sanguinosi e coppie in amore, sviluppa un secondo tema portante: la zona liquida del libro scorre anche sotto forma di flusso delle urine, perché in queste pagine si liberano fiumi di pipì catartica: sono un sollievo comune e confidente dopo aver fatto un amore dolce o una urgenza semplice: si tratta comunque di una pressione che viene liberata. E poi sta ovunque il mare, nel sottofondo, si colma un bagno caldo e si fanno molte docce – si tratta di un fluire comunque liberatorio, i liquidi liberano il corpo da una impurità interna e i liquidi puliscono la superficie del corpo.
Vediamo dunque chiaramente come i due temi fondamentali siano intrecciati: il bene è rappresentato nella sua forma liquida, il bene è quello che ci libera e / o ci pulisce. Ci monda, verrebbe da dire, con un termine più ascetico che però pare improvvisamente opportuno in questo strano libro sul destino travestito da trascrizione di un’estate giovane, moraviana nel suo trauma esistenziale – ma i personaggi sono meno esuli rispetto ai personaggi moraviani: qui siamo comunque in presenza di una piccola comunità affettiva – e anche nel suo sguardo cinematografico, perché Serena Maffia è capace di sviluppare sulla pagina azioni e visioni come chi abbia digerito molto cinema, per esempio la provincia velenosa di Chabrol – ma con meno veleno nell’anima, perché questo è anche un libro di speranza, dove il male è descritto quasi con dolcezza e con un tale amore creaturale che “Sveva Maffia” afferma di non avere ancora perdonato Dostoevskij d’aver fatto morire – ne I Demoni – tutte le persone che durante la mia “vita da demone” avevo amato. Più chiaro di così...






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