C'era una volta Sergio Leone... ovvero un notissimo regista cinematografico, scomparso nel 1989, all'età di sessant'anni. Come spesso succede nelle cose dell'arte, le sue opere furono (e, in misura minore, sono tuttora) al centro di accesi dibattiti. A suscitarli fu la creazione di un genere chiamato "western all'italiana", subito ribattezzato dagli americani, dispregiativamente, "spaghetti western", volendo così indicare un film girato in economia, lontano dal vero West, contrassegnato da accesi scontri e dalla presenza di parecchio sangue (che effettivamente può dare l'idea del sugo di pomodoro).
E' vero che i film di Leone potevano contare su badget relativamente limitati ed è altrettanto vero che venivano girati in Italia e in Spagna, cioè in luoghi appartenenti alla geografia di un improbabile West, ma è inesatto affermare che fossero approssimativi e privi di “credibilità”. Il regista romano non improvvisò le sue pellicole, ma vi mise mano grazie alla grande passione per il genere western e dopo aver studiato attentamente le tecniche narrative dei grandi maestri d'oltreoceano: John Ford, King Vidor, John Sturges, Haward Hawks, etc.
Ma le sue opere sono diverse da quelle americane. Esse rivelano infatti la sua particolare sensibilità creativa ed il suo backgraund culturale, certamente influenzato dall’esperienza neorealista, visto che da giovane partecipò, come assistente di regia, alle riprese di Ladri di biciclette, di De Sica.
A differenza di quelli hollywoodiani, i film di Leone sono contrassegnati da un taglio moderno e presentano delle soluzioni linguistiche nuove ed originali. I paesaggi non sono più quelli delle praterie sterminate, dei grandi fiumi e dei profondi e misteriosi canyon, ma si riducono a piccole aree, a paeselli deserti, a puebli di frontiera, ove sorgono miseri caseggiati calcinati dal sole, che un po’ richiamano alla mente il degrado di alcune periferie dei giorni nostri. Anche gli antagonisti del personaggio centrale non sono più quelli tradizionali: i pellirosse, ma infidi banditi o killer spietati. Ciò, forse, col duplice intento di attualizzare le storie e non ripetere banali stereotipi, per cui i bianchi sono sempre i buoni e gli “indiani” i cattivi.
La messinscena è necessariamente vaga e, per ricostruire l’atmosfera d’ambiente, punta più sulle piccole cose e sui dettagli, che sull’intero contesto. In film come: Per un pugno di dollari (1963) Per qualche dollaro in più (1964) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966) non è raro osservare immagini a tutto schermo di armi, speroni, stivali impolverati, fronti aggrottate, volti tumefatti, occhi segnati dall’odio o dalla paura, etc.
Le inquadrature passano a volte direttamente dal campo lungo al dettaglio, senza tappe intermedie. Ciò serve a creare dei bruschi mutamenti, che spezzano la gradualità percettiva (o, se si vuole, l’ordine figurativo) contribuendo a tenere vivo l’interesse dello spettatore. I western leoniani adottano un regime di scrittura oscillante fra il barocco e il contemporaneo, in cui appunto prevalgono i contrasti forti, immediati ed è inoltre presente un abile gioco plastico fra figura e sfondo, che rende la narrazione più intrigante. La fotografia è nitida, accurata e in certi casi persino virtuosistica.
A volte, i tempi di talune sequenze vengono volutamente dilatati. Nei duelli, ad esempio, l'attimo che precede l'estrazione delle pistole e gli spari viene amplificato a dismisura e la macchina da presa indugia alternativamente ora su questo, ora su quel personaggio, come in un implacabile carosello di morte.
Proprio questa rarefazione temporale fa sì che l’azione, da brutale contingenza, si trasformi in rito ed assuma una certa solennità, sicché lo scontro finisce per perdere il suo connotato negativo, cruento, e diviene epico, grandioso, sublimandosi paradossalmente in elegia. Ma questo piccolo prodigio non è tutto merito delle immagini, è possibile grazie alle musiche di Ennio Morricone, che puntualmente accompagnano ogni film. Le sue colonne sonore, accattivanti, struggenti, interpretano, sottolineano, esaltano ogni momento del racconto. A volte, servono a svelare le sensazioni più intime del personaggio, altre volte sono capaci persino di creare quel che non c'è. E’ in questi film che la simbiosi musica-immagine raggiunge i suoi livelli espressivi più alti, provocando emozioni indimenticabili.
Il regista romano crede molto nella forza seduttiva dello spettacolo e porta alle estreme conseguenze la destrezza degli antagonisti, lo scontro faccia a faccia, 1'uomo contro l'uomo, creando un personaggio invincibile, intorno al quale ruotano un po' tutte le immagini. Chi non ricorda: Il buono, il brutto e il cattivo, considerato il capolavoro del genere, con Clint Eastwood nei panni del Biondo, Eli Wallach in quelli di Tuco e Lee Van Cleef in quelli di Sentenza? E chi non ha apprezzato Giù la testa, pregevole cammeo sulla rivoluzione messicana di Villa e Zapata; oppure C’era una volta il West, la storia di una fatale e spietata vendetta, magistralmente interpretata da Henry Fonda e Charles Bronson? Si tratta di pellicole notevoli, diciamo pure di largo respiro, affidate ad attori di sicuro talento, che con la loro presenza hanno contribuito ad elevarne la qualità.
Leone però non opera facili esemplificazioni; è alquanto disincantato e non cade nel tranello della banale dicotomia: tutto bianco o tutto nero. Le sue perciò non sono le creature perfette, positive, che si trovano nei western classici. I suoi eroi sono mossi, generalmente, da un proprio tornaconto, da un interesse preciso e se perseguono il "bene" non lo fanno soltanto per un puro ideale. Il nostro autore è meno ottimista e forse anche meno retorico dei propri colleghi d’oltreoceano. Inoltre, da buon romano, possiede un forte senso dell’umorismo e non può fare a meno di trasferirlo nelle sue storie, un po’ per mitigare la durezza di talune scene, un po’ per rammentarci che l’ironia è solo l’altra faccia del dramma.
Forse, avranno pure ragione i critici più intransigenti a sostenere che Leone non è stato capace di rendere lo spirito del vecchio e sterminato West, ma ugualmente è riuscito a creare delle storie piacevoli, avvincenti, un po’ crepuscolari, perché intrise di nostalgia per un mondo mitico, lontano, ormai perduto, con un tipo di eroe che sarà pure un po’ discutibile, ma che appartiene sicuramente agli ingenui e perciò cari modelli della nostra infanzia.