Letteratura
RITRATTO DI ANTONINO ANILE


Ritratto di Antonino Anile
Un poeta-scienziato nella storia letteraria calabrese del Novecento
Lina Latelli Nucifero

L’attività letteraria della Calabria del  Novecento vanta autori spesso poco noti oppure trascurati come Antonino Anile, poeta, medico e scienziato del quale è difficile reperire fonti consultive identificabili con saggi, studi, articoli, ricerche  - pur essendo state pubblicate in questi ultimi anni- tali da favorire la piena comprensione del suo pensiero scientifico-filosofico e della dimensione etico-religiosa della sua opera mediante l’approdo ad un’ampia  comparazione tra i vari versanti  critici.
Il grande calabrese nato il 20 novembre 1869 a Pizzo Calabro, a pochi passi da Monteleone, l’attuale Vibo Valentia, da Leoluca e da Amalia Tozzi, trascorre  la sua giovinezza in un clima sereno e  religioso anche se non privo  di  privazioni e di sacrifici dovuti a ristrettezze economiche.

Frequenta le scuole ginnasiali nel collegio Vittorio Emanuele a Napoli, ma  problemi familiari lo inducono a tornare in Calabria dove completa il corso di studi liceali conseguendo il diploma di Maturità classica. Nonostante già si manifesti in lui  una spiccata vocazione per la poesia e la letteratura, intraprende gli studi di Medicina  presso l’Università di Napoli  assecondando così la volontà del padre, convinto  che tali studi gli avrebbero consentito di affinare l’ispirazione lirica e di coniugare armonicamente poesia e scienza, lirica e medicina.
Nel 1984  laureatosi a pieni voti diviene assistente del prof. Giovanni Antonelli, titolare della cattedra di Anatomia umana e, in seguito, Libero Docente di Anatomia descrittiva e topografica prima nell’Ateneo napoletano e poi nella R. Accademia di Belle Arti di Roma. Nel mese di marzo del 1911 si sposa a Parigi con Maria Pekle, donna di spiccate capacità intellettuali e spirituali che sarà la fedele compagna di tutta la vita e la preziosa collaboratrice delle sue numerose opere. Partecipa, senza distrarsi dagli studi, alla fondazione del Partito Popolare  con Luigi Sturzo e, il 16 novembre 1919, viene eletto Deputato al Parlamento nel Distretto di Catanzaro rimanendovi per tre legislature. É Ministro della Pubblica Istruzione dal 25 febbraio al 31 ottobre 1922 nei due ministeri presieduti da Luigi Facta. Con l’avvento del Fascismo, ritiratosi a vita privata, conclude senza rimpianto l’esperienza politica dedicandosi agli studi e pubblicando diverse opere. Nel frattempo collabora  senza posa a numerose riviste.

Recatosi in Abruzzo a Raiano, presso L’Aquila, per poter completare l’opera  L’uomo qual è,  promette al cavaliere Giuseppe  Anselmi di Nicastro di tornare in Calabria ma scompare  il 26  settembre 1943 durante la seconda guerra mondiale  suscitando un vivo rimpianto in Calabria, a Napoli, a Roma.  Nel 1963 i familiari ottengono da Pio XII la concessione di traslare in Calabria i resti mortali che vengono tumulati a Pizzo in una nicchia della chiesa di S. Giorgio martire.
Antonino Anile è autore di numerose opere di cui ricordiamo: Primi tumulti (1902); La Croce e le rose (1909); Vigilie di scienza e di vita (1911); La salute e il pensiero (1914); Nella scienza e nella vita (1920); Poesie (1921); Sonetti religiosi (1923); Nuovi sonetti religiosi (1931);  L’eroica (1931); Bellezza e verità delle cose (1935); Le ore sacre (1937); L’ombra della montagna (1939); Questo è l’uomo (1943).

Tra la  produzione poetica  giovanile e quella della maturità  si rileva un significativo e progressivo mutamento che investe solo la forma della poesia che “diviene più docile ai freni dell’arte” ma non i motivi d’ispirazione che saranno, anche successivamente, sempre costanti come già  aveva promesso in un primo sonetto d’offerta composto all’età di diciotto anni: “Scrivo e guardo nell’alto; e i lustri ai lustri / succederanno: io muterò ben poco”. E così fu.
La scienza non limita la creatività di Anile ma gli permette di dilatare i limiti della realtà suscitatrice di immagini divenendo essa stessa contenuto di poesia. Liricità e musicalità, specie nelle opere della maturità, si fondono: la parola acquista intensità poetica mescolandosi all’emozione dalla quale scaturisce il ritmo che fa risaltare le  rime e le assonanze nell’armonia del verso.

Le opere del grande calabrese attestano la sua vigile  attenzione al mistero dell’uomo reso arido dal dominio della scienza moderna  e  manifestano la fiducia in un suo possibile riscatto  collocando  l’ unicità dell’essere e la spiritualità al centro della esistenza. Egli, pur  conducendo lo studio del corpo umano su presupposti scientifici, sull’analisi dei diversi elementi che lo compongono e della specifica funzione che ogni organo svolge  nei processi biologici, tuttavia nella perfetta   sincronia  delle diverse parti coglie  l’epifania dell’opera creatrice che trascende i limiti dell’umana natura. Infatti le varie parti del corpo dell’uomo,dai piedi alla testa, sono di un’armonia unica e di una bellezza incomparabile  con ogni altra forma vivente. Perciò egli diventa l’ultimo canto delle meraviglie della creazione.
Da medico scrupoloso e attento osserva il corpo meraviglioso dell’uomo che spesso si ammala fisicamente ma in realtà il vero male  affonda le radici nelle pieghe più riposte della psiche  indebolendo e distruggendo la sua forza morale al punto da rendere fragile la sua stessa sopravvivenza fisica. E per sradicare dal profondo i tentacoli  di quel male individua una idonea terapia capace di  ristabilire le condizioni fisiche curando e sollevando prima il morale del paziente, facendogli acquistare fiducia in se stesso, nella vita e speranza nell’avvenire con l’assistenza quotidiana, con l’amore e con la solidarietà.:

L’uomo è al fastigio della creazione che si volge in ritmo percettivo. Non si comincia veramente ad intendere quanto sentiamo pieno il valore della nostra vita e la dignità morale che le è implicita, quando facciamo nostra quella saggezza cordiale che avverte dovunque nelle cose il miracolo creatore e chiede anzi che ce ne rendiamo degni ad ogni istante con l’azione. Non conta arricchirsi di conoscenze se queste non facciano balenare la nostra umanità.[1]

Prosatore di straordinaria sensibilità, soprattutto nei volumi Bellezza e verità delle cose (1935) e Questo è l’uomo (1943), indaga i fenomeni naturali analizzandoli nella loro composizione e, scavando nel loro sinfonico spiegarsi, riporta i nostri sensi alla vigile rispondenza con le cose esteriori e all’osservazione col desiderio  “di darci ragione dell’Universo e di noi stessi”:

La realtà, al contrario, è sintetica o meglio, con frase agostiniana, sinfonica. Non esiste un fatto che sia fine a se stesso e non concordi in largo giro con gli altri. Ciascuna cosa è particolare ed universale nel medesimo tempo. Legami invisibili, in onde di radiazioni, congiungono il granello di sabbia al tumulto atomico che ferve nei cieli […] Questo è il meraviglioso del mondo: la sua creazione totalitaria è la prova che ci lampeggia dinanzi ad ogni momento della divina spiritualità che lo sovrasta e lo pervade. [2]

Anile intuisce un’armonia superiore, un’intelligenza divina, da cui si origina e si dispiega il miracolo della creazione. L’analisi scientifica diventa pertanto un tutt’uno con la meditazione filosofica e religiosa perché insieme gli consentono  di scoprire come la natura e le cose create non sono d’ostacolo alla intelligenza del divino ma costituiscono, anzi, il sottile filo che lega e unifica la trama delle relazioni infinite. Scienza e fede, natura e Dio, scienza ed arte si armonizzano mirabilmente in una visione unitaria dalla quale  scaturisce lo stupore dell’anima per l’equilibrio dell’universo che conduce al Creatore e un cantico  di amore, di stupore, di lode e ringraziamento a Dio per averci ritenuti degni di abitare su questo pianeta e dominare una natura stupenda e confortevole.
Scienza e fede si fondono, perciò,  in una sintesi che non può essere scissa  nel pensatore e poeta e che trae origine  da una concezione classica e cristiana della vita, imperniata sui valori spirituali tradizionali uniti alle esperienze, alle vicende storiche  e impreziosita dagli apporti culturali dell’età moderna e contemporanea. Una mente grandiosa quella di Anile che, senza creare conflittualità nell’io, accoglie le diverse spinte intellettuali e le diverse pulsioni culturali indirizzandole in  una serena e pacata simbiosi per poi dilatarle  in svariati campi del sapere:dalla medicina alla letteratura, alla poesia, alla politica lasciando dovunque  un segno indelebile  e riflettendo costantemente un profondo sentimento di fede nei più alti valori della vita, di amore verso l’uomo tormentato  da inquietudini esistenziali, dal senso di precarietà e  labilità delle cose terrene che lasciano però un segno di continuità perenne con la vita: anche la foglia che cade lascia sotto di sé “l’inizio del suo gambo” che diverrà un’altra foglia:

 

Cadono ad una ad una
le foglie mulinando
su gli aliti dell’aria,
ma nel cader ciascuna
lascia sul proprio ramo
l’inizio del suo gambo.
.               .               .               .              


                                      ( L’ombra della montagna)


In un’età dominata dalla tecnologia avanzata e dal materialismo, da inquietudini e incertezze per il succedersi di eventi sconcertanti, l’intellettuale, emigrato dalla sua terra, diventa un punto di riferimento della cultura nazionale e si classifica meritoriamente tra i pochi poeti italiani veramente religiosi emergendo anche come  autore moderno che, con la sua opera, con il suo pensiero e con l’esempio della sua dimensione umana e spirituale, indica e propone soluzioni nuove capaci di agevolare il ripristino dei valori più autentici della tradizione meridionale.


[1] A.Anile, Bellezza e verità delle cose, Firenze, Vallecchi Editore, 1935, p. 6.

[2] A.Anile, Bellezza e verità delle cose, cit., p. 1.




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