Ungaretti e la sua lirica
di Mario Aufiero


Ungaretti, spirito aperto a un sentimento planetario dell'uomo, è una delle voci più alte della poesia del nostro tempo. Egli si autopresenta con una dichiarazione programmatica di poetica, la quale assume tonalità e sfumature tali da cogliere simbolicamente l'essenza del dramma esistenziale. La mia poesia, egli dice, è una cosa della natura, non una cosa esoterica. Una cosa che ha il mistero naturale delle cose naturali. Non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta. È legittimo pensare che l'itinerario della sua lirica sia, innazitutto, una storia di incontri con paesaggi, i quali si prospettano come realtà di esistenza o come simulacri di un destino. Ungaretti è nato ai limiti del deserto e il miraggio del deserto è il primo stimolo della sua poesia. È lo stimolo di origine. In una intervista rilasciata, nel 1965, a Ferdinando Camon: "Il deserto era il primo segno che muoveva familiarmente il mio sentimento e la mia fantasia".

Ti vidi, Alessandria,

friabile sulle tue basi spettrali

Diventarmi ricordo

In un abbraccio sospeso di lumi

Al che non si potrebbe trovare chiosa più pertinente di questa: "Alessandria" è nel deserto, dove la vita è intensissima dai tempi della sua fondazione, ma non lascia alcun segno di permanenza nel tempo. Alessandria è una città senza monumento che ci ricordi il suo antico passato. Muta incessantemente. È una città che ha "il deserto e la sua nudità immaginaria". Deserto, dunque, così essenziale e condizionante già soltanto come presenza letterale, e vissuto e introiettato da Ungaretti con tanta pienezza che è impossibile non pensarlo quasi inesauribilmente aperto a sensi ulteriori e risonanze interiori.

Gli studiosi di simbologia ricordano la sua fortissima valenza religiosa (si è persino pensato che "il monoteismo" è la religione del deserto, perché luogo propizio alla rivelazione divina e alla supremazia della grazia, estraneo alla fecondità vitale e perciò tutto disponibile alla trascendenza. Nel deserto si trova anche la radice immediata della monotonia: "Nel deserto non c'è più né cielo né terra. Tutto ha un uguale e rovente giallo-grigio nel quale vi muovete a stento ma come dentro una nube".

E ancora, in una straordinaria pagina sull'ora voraginosa: "Il Sole già cade a piombo, tutto ora è sospeso e turbato, ogni moto è coperto, ogni rumore soffocato. Non è un'ora d'ombra né un'ora di luce. È l'ora della monotonia estrema". Al deserto vissuto Ungaretti fa risalire il suo sentimento della morte: "tutto si sgretola, tutto non ha che una durata minima, tutto è precario. Ero in preda, in quel paesaggio, di quella presenza, di quel ricordo, di quel richiamo costante alla morte"; al deserto in parte risalirebbe anche il sentimento di solitudine e di esilio: "uno degli stimoli del mio sentirmi staccato da tutto e uomo solo, in assoluto solo, proviene anche dalla prossimità, durante i miei primi vent'anni, del deserto". Si potrebbe anche pensare al deserto come ad una sorta di metafora del vuoto, di zero iniziale, di spazio illimite da riempirsi con lo slancio di una vita ancora tutta aspettazione: pienezza e totalità d'orizzonte in cui tracciare una direzione di scelta e di destino. A segnare una grande stazione del destino sarà ancora una volta un paesaggio di densa tensione emblematica, quello del Carso, scoperto alla coscienza letteraria dal libro di Slataper, che non è senza analogie e convergenze con momenti coevi dell'"Allegria": un paesaggio che entra nella storia, nel dolore e nel sangue, con la prima guerra mondiale a cui Ungaretti partecipa, illudendosi, al di là di ogni nazionalismo di stampo dannunziano, che la guerra si imponga per eliminare la guerra. Scrive infatti: "io non partecipavo alla guerra per riscuotere applausi, avevo un rispetto tale d'un così grande sacrificio com'è la guerra per un popolo, che ogni atto di vanità in simili circostanze mi sarebbe sembrato una profanazione". E aggiunge: "qualsiasi cosa mi avesse minimamente distinto da un altro, mi sarebbe sembrato un odioso privilegio e un gesto offensivo verso il popolo al quale, accettando la guerra nel suo stato più umile, avevo inteso dare un segno di completa dedizione". In una lettera del 1918 il poeta di "Allegria di naufragi" e futuro poeta di una civiltà minacciata nella seconda guerra mondiale, scriveva dal fronte francese a Jean Léon Thuile, amico degli anni egiziani: "non posso rassegnarmi a non sapere ancora luminosa civiltà che ho amato per tanti anni, e per questo sono lieto di ogni sacrificio che mi chiedo, per questo, poiché non muoia il senso libero della mia anima spiegata al sole". Il Carso, col suo reale e simbolico paesaggio di pietra scabra e dura, ha inciso nell'itinerario di conoscenza di Ungaretti, il quale così dice in una lettera a De Robertis: "Poi scoppiò la guerra, e trovai, partecipando alle sofferenze di tanta umanità nelle trincee, il segreto umano, il mistero poetico, il segno della mia poesia; non avevo altro ristoro se non di cercarmi e di trovarmi in qualche parola ed era il mio modo di progredire umanamente; la mia poesia è nata in realtà in trincea". È la guerra che gli rivela il linguaggio: "Io dovevo dire in fretta, perché il tempo poteva mancare, e nel modo più tragico". Perciò: "Io dovevo dire in fretta", con poche parole che avessero avuto un'intensità straordinaria di significato. Dopo la nudità iniziale, originaria del deserto, interpretata spesso nella valenza simbolica di madre di palingenesi poetica, ecco un'altra nudità, anche più drammatica, della condizione umana e di uno scarnificato destino: "Così si è trovato il mio linguaggio: poche parole piene di significato, che dessero la mia situazione di quel momento": quest'uomo solo in mezzo ad altri uomini soli, in un paese nudo, terribile, di pietra, che sentivano, ciascuno singolarmente, la propria fragilità. E che sentivano nascere, nello stesso tempo, nel loro cuore qualche cosa che era molto più importante della guerra, che sentivano nascere affetto, amore l'uno per l'altro. In veglia, che è una lirica fortemente patetica, si coglie l'horror mortis che contrasta con la gioiosa espansione dell'anima verso tutti i segnali di luce che proviene dalla vita, ma soprattutto un segreto palpito d'amore fraterno:

Un'intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d'amore.

Non sono mai stato

tanto attaccato alla vita.

Da una attenta lettura della lirica emerge chiara al lettore la humanitas del poeta, che è rivelatrice di etica e di civiltà nel quadro delle esperienze storiche della guerra. Essa nulla ha di eroico e di esaltante. Infatti ci introduce in uno scenario di morte programmata, in un paesaggio desolato, fasciato di arcani silenzi dell'anima, ove il poeta medita sull'irrazionalità dell'uomo. Ma pur nella coscienza del dolore e nell'orrenda visione della carne straziata dalla guerra, l'anima può sentire la vita come stupendo miracolo. Vita e morte sono i termini di un contrasto tematico già presente nella cultura del mondo classico. Ungaretti, però, trascende la speculazione topica dei latini e dei greci, come si rileva dal realismo descrittivo, dalla deformazione espressionistica di tipo decadente, dalla assunzione di una parola allucinata e tristemente pausata, lontana da ogni fluenza melodica, decisamente antiretorica, ricca di un'eccezionale forza di incisione e di sintesi. In "San Martino del Carso" predomina la forza annientante di una guerra tanto cruenta quanto disumana. Il poeta ci pone sotto gli occhi una scena apocalittica:

Di queste case

<non è rimasto

che qualche

brandello

di muro.

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato.

Al centro della lirica è l'io del poeta, che assomma in sé tutta la sofferenza che lo circonda, per cui se il mondo è straziato in definitiva è pur sempre "il suo cuore il paese più straziato". Quanto alla qualità della parola, alle pause, alle decise scansioni, resta fondamentalmente quanto osserva il De Robertis: "Nel distruggere il verso, nel cercare i nuovi ritmi, prima di tutto mirò alla ricerca dell'essenzialità della parola; e, come era necessario, a liberare la parola da ogni incrostazione letteraria". Si segnala, nel componimento intitolato "Sono una creatura", la concentrazione degli aggettivi, quasi precipitati, da altrettanti così, che danno all'evocazione l'aspra energia di un graffito.

Come questa pietra

del S. Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente

disanimata

Come questa pietra

è il mio pianto

che non si vede.

La morte

si sconta

vivendo.

Nell'incipit del componimento è rilevata dalla critica la funzione centrale dell'io. Il cuore del poeta si è fatto di pietra, sì che egli respinge il conforto che il pianto gli potrebbe dare, e si chiude, quasi si identifica, nel suo muto dolore, che è più grande della morte stessa, la quale è una liberazione e, come tale, si paga con la vita, cioè soffrendo. È proprio così. Ciascuno di noi, oggi, posto al centro di una realtà terribilmente tragica per una concatenazione di orrori che toccano l'estremo limite della barbarie, è destinato a portare la sua croce e le stimmate del suo calvario. Non v'è dubbio alcuno che noi siamo i figli malati del secolo XX e le vittime predestinate della mostruosa civiltà industriale, che ha raggelato le coscienze subordinando l'idolatria dell'essere all'idolatria dell'avere. In questa perversa logica dell'utile e del profitto è la radice della morte dello spirito, dei valori consacrati alla storia dell'umanesimo e del Cristianesimo. Eppure, nell'arco esistenziale di tutta l'umanità, non mancano segnali positivi di segreto amore o di solidarietà poetica, come sensibilmente avvertiamo nella lirica "Fratelli", che potremmo considerare l'epilogo di una dolorosa esperienza di vita:

Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

Foglia appena nata

Nell'aria spasimante

involontaria rivolta

dell'uomo presente

alla sua fragilità

Fratelli

"È uno dei testi in cui più strettamente, e con estrema efficacia espressiva, si congiungono le ragioni umanitarie, di diretta partecipazione al dramma contingente della guerra, e le ragioni propriamente poetiche, proiettate su uno sfondo di universalità metatemporale". Infatti il centro motore della composizione, costituito dal termine "fratelli", è non meno mozione affettuosa di solidarietà che "parola" in senso sretto, valorizzata dal rilievo stilistico che assume come cellula genetica del testo: infatti la parola è "tremante" tanto in riferimento al suo contenuto di trepida solidarietà quanto, soprattutto, in rapporto al miracolo del suo sbocciare come parola poetica, tanto da essere avvertita come "una foglia appena nata". Perciò "l'involontaria rivolta" contro lo spasimo della guerra è più quella della poesia, valore oppositivo assoluto, che quella di una generica fratellanza, possibile generatrice di retorica. "Veglia", "Sono una creatura" e "Fratelli" costituiscono una sorta di trilogia in cui si articolano le principali tematiche legate all'esperienza della guerra e bene evidenziate da Ungaretti: "Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l'idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l'assoluto, l'assoluto che era rappresentato dalla morte, non dal pericolo, che era rappresentato da quella tragedia che portava l'uomo a incontrarsi nel massacro. Nella mia poesia non c'è traccia di odio per il nemico, né per nessuno: c'è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza".

Questa affermazione prefigura la genesi della seconda raccolta di liriche. Il "Sentimento del dolore", in cui l'io individuale è sostituito da una più ampia articolazione tematica che coinvolge il dramma oggettivo dell'esistenza o l'immagine corale dell'umanità smarrita nei vortici della storia. Particolarmente fertile di doni lirici è qui il tema religioso, spesso precisato come preghiera a Dio perché aiuti gli uomini a ritrovare il filo che lega il sentimento del tempo a quello della eternità. Anche il linguaggio non è fatto di parole isolate come monadi e disposte secondo una linea verticale, ma si combinano nell'orizzontalità armoniosa di una sintassi lirica di ispirazione leopardiana. E l'assunzione di metri tradizionali non vuole essere una regressione verso l'amplificazione retorica, giacchè Ungaretti li realizza con ritmi rinverginati. Quindi è duplice la metamorfosi: etico-esistenziale da una parte, stilistica dall'altra. La lirica, che più d'ogni altra conferma la "transito" dal dolore alla speranza e dal contingente all'assoluto, è "La Madre":

E il cuore quando d'un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d'ombra,

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all'Eterno,

Come già ti vedeva

Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,

Come quando spirasti

Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,

Ti verrà desiderio di guardarmi

Ricorderai d'avermi atteso tanto,

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

Il componimento è uno dei vertici più alti della creazione artistica di Ungaretti. È un monumento all'amore della madre, vigile sulla creatura in vita e dopo la morte, davanti agli uomini come davanti a Dio; non solo, ma è anche la sublimazione del perfetto equilibrio tra il contingente e l'eterno, l'abbraccio dell'umano con il divino. Aleggia, qua e là, la speranza della catarsi finale. Mirabile, poi, è la tecnica versificatoria per la continuazione degli endecasillabi e settenari, che archiviano la sintassi quasi segmentata dell'"Allegria di naufragi". Il poeta, insomma, si oblìa nell'estasi del rapimento e nella sepoltura dei ricordi tristi della guerra. Non è più l'uomo di pena, bensì l'uomo che decanta il pathos con un forte slancio della anima verso il cielo; spesso, si esalta nel favoloso filtro della natura e nel clima rarefatto del mito. Il dolore è una qualità ontologica da cui s'irradia la vitale tensione etico-metafisica, tanto da rovesciarsi in stupore e luce di tenerezza entro un sentimento di pietà di Dio espressa dall'innocente sorriso di un bimbo:

Senza più peso

A Ottone Rosai

1934

Per un Iddio che rida come un bimbo,

tanti gridi di passeri,

tante danze nei rami,

Un'anima si fa senza più peso,

I prati hanno una tale tenerezza,

Tale pudore negli occhi rivive

Le mani come foglie

S'incantano nell'aria...

Chi teme più, chi giudica?

Si realizza, dice il poeta, una condizione di sovrumana letizia in un momento di purezza e di innocenza: i passeri la esprimono in tanti gridi, gli alberi in tante danze nei rami, l'anima nell'oblio del gravoso involucro che la imprigiona. E così la natura assume il profilo di una realtà edenica, per cui svanisce il tormento. Siamo al di là della storia e quindi non più costretti a giudicare; siamo senza più peso, abbiamo le mani che si incantano nell'aria come foglie. È una lirica stupenda: le immagini, a parte il nitore del linguaggio, hanno il tocco di grazia delle visioni leonardesche, che spaziano, qua e là, entro mondi aperti e pieni di luce. Ed è proprio nel tripudio della natura che noi, insieme con il poeta, ritroviamo il senso della vita che niente mai può disperdere, nemmeno l'orrore della guerra e della morte. In "Dove la luce" il poeta canta il rapito anelito dell'uomo a trascendersi come dolore e ombra nella festa del Sogno; e non tanto come materia emozionale e sentimentale, ma come filtro o, se vogliamo, sostrato condizionante il libero espandersi della commossa fantasia (Frattini):

Come allodola ondosa

Nel vento lieto sui giovani prati

Le braccia ti sanno leggera, vieni

Ci scorderemo di quaggiù,

E del mare e del cielo,

E del mio sangue rapido alla guerra,

Di passi d'ombre memori

Entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,

Sogni e crucci passati ad altre rive,

Dov'è posata sera,

Vieni ti porterò

alle colline d'oro

L'ora costante, liberi d'età

Nel suo perduto nimbo

Sarà nostro lenzuolo.

In questa lirica si profila, dietro l'orizzonte, l'esistenza di un nirvana in cui cessano le passioni più irruente, le miserie della terra, le tenebre del male, i tumulti dell'anima. Questa è la grande conquista del sogno alato, che fa crescere in noi la onda dell'emozione in un mondo senza tempo. Anche ne "Il Dolore" il senso dell'essere e del vivere si media in una più toccante partecipazione umana. Sommesso e sfumato di modulazioni elegiache nell'evocazione dolorosa dell'infanzia del figlio Antonietto, il canto ungarettiano si fa teso e vibrante di biblica energia in certi componimenti che evidenziano gli aspetti cruenti del secondo conflitto mondiale e implorano l'intervento della Grazia su "questo atomo opaco del male". Quindi, tra le liriche de Il sentimento del tempo e quelle de "Il Dolore", non v'è alcun diaframma. Sono ancora due i poli della poesia: la disperazione storica e la speranza metafisica. L'una e l'altra riemergono in Terra promessa, dove le figure di Didone, Palinuro ed Enea simboleggiano l'inquieta ricerca di nuovi orizzonti esistenziali. La trasposizione del dolore su un piano di alterità e di oggettivazione sino a comprendere i frammenti del passato è, per unanime consenso della critica, l'epilogo della lirica più appassionata del nostro Novecento letterario. Sì, perché la poesia di Ungaretti raggiunge la sfera del cuore per sincerità emozionale e purezza sentimentale: ogni accento, ogni parola, ogni immagine è un invito alla meditazione sul destino del singolo e dell'umanità, è una testimonianza di realtà vissute e descritte, a mo' di flash, con un linguaggio scarno, simbolico, ma di una tale intensità da strapparci le lacrime, come quando leggiamo:

"Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto..."

e il volto già scomparso

ma gli occhi ancora vivi

dal guanciale volgeva alla finestra,

e riempivano passeri la stanza

verso le briciole dal babbo sparse

per distrarre il suo bimbo.

La lirica ricava il suo fascino dalla semplicità del dettato, che lascia trasparire lo strazio del padre per l'agonia del figlio. In "Non gridate più", che è una delle più alte e nobili proteste che la poesia abbia saputo trovare, si esprime pietà per le vittime della guerra e si rivendica la necessità del perdono e della pacificazione come fondamento di una possibile nuova civiltà.

Cessate d'uccidere i morti,

non gridate più, non gridate

se li volete ancora udire,

se sperate di non perire

hanno l'impercettibile sussurro,

non fanno più rumore

del crescere dell'erba,

lieta dove non passa l'uomo.

Al centro dell'ispirazione lirica del più amato poeta del Novecento c'è un cuore che si apre alle pulsioni ideali della vita, un'anima desolata ma che s'illumina di speranza in una prospettiva di palingenesi, una intelligenza critica che, pur nel dolore e nella sofferenza non sa condannare la follia dell'umanità, anzi invoca - e con accenti biblici il suo riscatto. Il canto ungarettiano è una voce post-romantica che invita il lettore a meditare sul suo triste destino, senza mai attingere la sfera dell'angoscia e della disperazione. Questa è l'idea centrale che emerge dal profondo di una coscienza sconvolta, sì, ma non piegata dagli orrori della storia. Quindi Ungaretti, che sogna un mondo stretto in un abbraccio universale, ripudia decisamente il nichilismo leopardiano affermando i valori perenni della civiltà: l'amicizia, l'amore, la fraternità, la ricerca del Divino, il sentimento della natura, la religione delle memorie. Ma perché questi valori, sempre esposti alla mistificazione retorica, recuperino la cifra del messaggio e si configurino come guida all'accettazione civile degli oscuri travagli del vivere, occorre che il poeta cerchi per essi un linguaggio nudo e vibrante di conquistata energia rivelatrice. Ungaretti lavorò tenacemente in direzione di un siffatto linguaggio, come quando dice "m'illumino d'immenso ("Il Mattino")... Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie... (Soldati)... E subito riprende / il viaggio / come / dopo il naufragio / ma superstite / lupo di mare... La morte si sconta vivendo" ("Sono una creatura").
Sono versi scarni, epigrafici, ma versi che hanno nella loro condensazione lirica lumi di verità e certezze universali. Infatti Ungaretti è un poeta-testimone della storia nei suoi risvolti drammatici, il depositario di fatti orribilmente disumani, ma anche e soprattutto l'uomo che lascia a noi l'illusione che si possa ritrovare il senso della vita nella pienezza della nostra coscienza. Impariamo a leggere e a interpretare il nostro Ungaretti, se vogliamo conoscere alle radici la natura dell'io, che, come l'Ulisse omerico, è costantemente proteso alla ricerca di se stesso.

NOTE BIBLIOGRAFICHE
Alberto Frattini, Poeti italiani tra primo e secondo Novecento, Milano, IPL, 1967.
Emerico Giachery, Nostro Ungaretti, Roma, Studium, 1988.