LA TRIBOLANTE INTROSPEZIONE
Michele Boccieri
Cosa fa un uomo quando le idee vengono meno, quando attraversa uno di quei periodi dove nessuna forma del circostante riesce a sneghittirlo da una subdola apatia, è una domanda che mi sono posto spesso e alla quale è problematico rispondere. Risulta impossibile essere intelligenti ventiquattro ore al giorno, lo è di più, poi, in certe stolide stagioni della vita dove ci sembra essere affetti da un'acrisia galoppante. L'unica riflessione che si fonda su basi solide è che il troppo parlare non è mai senza peccato, ed il peccato è di duplice matrice, perché in queste disgraziate e direi sgraziate frazioni di essere si dice ciò che non si pensa e si pensa ciò che non si dice, ci si può scherzare su ma la cappa che ti avvolge la testa è simile a quella dei condannati del girone degli ipocriti. Forse, la maschera che indossiamo diviene talmente insopportabile, insostenibile, che la stanchezza ci sopraffa e avvertiamo quel senso di vuoto, di smarrimento ed inutilità che cela in un involucro tutti i nostri miserabili ego. In fondo qual è il motore dell'uomo se non l'egoismo, tutti vivono aspettando un giorno migliore, un sole che gli accarezzi il viso, una donna che li allieti, eppure questi sogni ad occhi chiusi o aperti non sono nient'altro che vanità delle vanità. Le illusioni dell'uomo comune le apprendi giorno per giorno, e quotidianamente le ignori come un disco tanto ascoltato che oramai non ci fai più caso quando lo mettono su, o come una persona incontrata così assiduamente che la sua faccia è come quella di un manifesto appiccicato in ogni lurido angolo di città. La mancanza è la sola cosa che ci smuove, che ci rivolta le budella e ci fa salire un po' di sangue al cranio rendendo paonazzi questi cenciosi e smorti visi di scarafaggi umani. È per questo che stimo la morte, a volte niente è più benefico di un lutto, inteso nel più ampio senso filosofico la perdita è insieme catartica e umanizzante, bisogna fare i conti, lo so che c'è sempre qualcuno che spera di sbolognare dalla cassa, purtroppo è impossibile, prima o poi il conto arriva sempre ed occorre pagarlo. C'è chi si sottrae immergendosi in una vita zeppa di appuntamenti di lavoro e impegni mondani, e chi, al contrario, si defila in una vita ascetica minimizzando i contatti con gli altri animali sociali. Si possono anche capire i punti di vista, i primi confidano nelle adulazioni dimenticando il suggerimento socratico di preferire l'approvazione alla lode, perché dietro quest'ultima si palesa l'inganno, i secondi si illudono di scansare il male aggirandolo, quanto siamo tapini nelle nostre masturbazioni mentali. Dov'è finito il coraggio e cos'è questo ansimato coraggio. Essere coraggiosi significa essere sapienti, essere sapienti divenire consapevoli, in questi nostri maledetti giorni si confonde la forza d'animo con l'incoscienza che è tutto il contrario della consapevolezza. La verità è che nessuno vuole soffrire e girando al largo dalla sofferenza per lungo tempo non fa che attirarsene una maggiore più avanti. Eppure ci sono dei momenti in cui tutti gli eventi ci appaiono concatenati in una sequenza formidabilmente perfetta, nella quale, l'effetto di tutto il passato è la causa di tutto il futuro, infliggendo, di tal sorta, al tempo un effetto di istantaneità, simultaneità.
Già il tempo, nessuno si sofferma a guardare le lancette di un orologio, sarebbe una stupida occupazione, sebbene per tutti i nostri dì non svolgiamo compiti più importanti di questo: andare, venire, partire, ritornare, tutti in azione e ognuno in meditazione, finché ci si avvede che abbiamo vissuto all'ombra selvaggia dei sensi. Chissà quanti hanno pensato almeno per una volta che la loro vita sarebbe stata diversa se in quel giorno, in quel meriggio, avessero telefonato a una certa persona, varcato la soglia di un portone, mandato a monte un appuntamento, ed allora riemerge il vecchio aut - aut se sono meglio i rimpianti o i rimorsi. Mi rinviene lo stimolante discorso di Musil intorno alle circostanze oscure dell'esistenza, e qui mi perdo, mi impantano, ristagno, e comprendo la saggezza del dubbio, un essere dubbioso è un individuo affrancato dalla rassegnazione, non che la aborri in ogni situazione, ma rassegnarsi per non combattere è un po' morire. Adoro la filosofia yoga nel preparare un dolce letto di acquiescenza e speranza, quanto sembrano in opposta fazione i due sentimenti, il sembrare ci frega sempre, il pianeta delle apparenze è buggerante e raggirante. C'è un precetto di tale filosofia che dice di stare in disparte nella veniente battaglia e benché si combatta non essere il guerriero, occorre cercare il guerriero e lasciarlo combattere in te, prendere gli ordini per la battaglia e obbedire, ma obbedire non come ad un generale, ma come s'egli fosse te stesso, e il suo verbo fosse l'espressione dei tuoi segretissimi desideri, poiché egli è te stesso, anzi è la migliore parte di te, egli è la saggezza, la forza, e ti permetterà di conservare la tranquillità mantenendoti in disparte, mentre infuria la febbre ed il turbinio della battaglia. Le culture orientali si fregiano di leggiadre forme poetiche nel descrivere fenomeni della psiche che la pedanteria occidentale ordina scientificamente. In fondo, il precetto ci illumina sull'importanza dell'introspezione, ascoltare la voce del silenzio significa affondare lo sguardo alla radice del dolore e scorgere il paradosso che esso non è così affliggente, che la distruzione del dolore passa tragicamente per la sua assimilazione. Di fatto, metabolizzata, la sofferenza non è più tale e si rivela neutra, si dispiega in un evento come tanti altri nella corrente delle esistenze. Per quanto ci opponiamo certe lezioni si imparano apponendo le labbra ad un calice di veleno, e tuttavia, l'anima elevata resta calma e sveglia, incurante del risultato della battaglia. Chiunque cerca di sfuggire a se stesso ha lo spirito di chi guarda ai traguardi e non ai percorsi, sono uomini di mediocri fattezze che giudicano dal ruolo e dai successi i loro simili, quando uno non riconosce la sua natura è improponibile che si avveda dell'altrui.
L'olezzante fiore dell'introspezione prolifera nel campo dove il processo discorsivo della ragione è soppiantato dall'universo noetico, chi si cala nell'estreme cavità dell'animo sa che le ore dei ripensamenti, dei pentimenti, dei rimorsi, della scepsi, saranno ripagate solo se l'intuizione, questa alabarda della mente superiore, sfonderà la giostra della razionalità consuetudinaria per trasformarsi in nuova azione. Il processo è tormentoso perché nel momento in cui si capisce che nel nostro essere qualcosa non va, non siamo che al primo gradino di una lunga scala a spirale. La comprensione del disagio che proviamo è il preliminare cui segue l'ulteriore analisi su ciò che non funziona, questa ricerca esige delle prove estenuanti nelle quali s'incontra lo smarrimento, la confusione, la raggelante sensazione d'impotenza delle facoltà cognitive. Inoltrarsi in questa selva significa costringersi a girovagare finche un sentiero impercettibile si rivela la strada a lungo agognata, ma purtroppo non è ancora finita. Aver capito dove alligna il focolaio del malessere è un ottimo passaggio, tuttavia, è una stazione di transito, occorre spendersi ulteriormente nel trovare le soluzioni, indicarsi uno spiraglio di uscita che sia compatibile con il nostro carattere, personalità, spirito, in fatto di cambiamenti interiori non sussistono rimedi generali, per ciascuno vi sono delle compatibili lezioni. L'ultimo atto è tradurre in pratica gli insegnamenti, entra in gioco la volontà, la forza di volontà, e si sa quanto è duro mutare la palude ristagnante delle consolidate e miasmatiche abitudini. Il Pascoli aveva ben afferrato che la scienza non assolve il suo dovere, il sapere estrinseco è vacuo, in qualità di semplice esercizio didattico, se non si trasforma in coscienza, questo ruolo di trasformare la scienza in coscienza è assegnato alla poesia, in tale rappresentazione l'emanazione poetica è elaborazione stilistica che si assume un'imponente missione etica. Per essere in grado di introitare il sapere deve restare in noi un'attitudine fanciullesca, adolescenziale, ad assorbire gli sbalzi della fortuna, a ricoprire di dolce la sventura e di gravi parole la gioia, e soprattutto la sensibilità tipica di certuni scrittori, ma innanzitutto uomini, di coltivarsi in una predisposizione al cambiamento, perché nessuna metamorfosi esteriore è veramente tale se non preceduta da una crisi interiore. Nessuno risorge senza morire. Rassegnarsi alla ricerca è il compito dell'uomo che svela in sé qualcosa di più che carne ed ossa, questo senza negare la morale del buon piacere che ci permette di essere partecipi dei nostri meriti e demeriti scansando quel mondo pieno di fatti, però privo di idee e riflessioni, degli amori saganici. Un piccolo cosmo che si aggrappa ridicolamente al laccio penzolante di un pragmatismo tanto di moda quanto testardamente insulso, la rappresentazione dell'indipendenza come violazione delle regole del gioco per sfuggire alla noia, la solitudine, la povertà, gli affetti in disfacimento, tutto ciò ha del drammatico e del contraddittorio. I guru, i maestri, i sacerdoti, le miriadi di persone e legami che entrano ed escono dalla nostra vita sono impotenti, possono solo essere i compagni di una fase, di un periodo, di un'età, tocca soltanto a ciascuno lavorare intimamente per fare amicizia con se stesso.
Per contatti ed opinioni sul tema il mio indirizzo e-mail è: mikiboccieri@virgilio.it
Letture consigliate: F. Sagan, Tra un mese, tra un anno, Milano - G. Pascoli, L'Era Nuova, pensieri e discorsi, Milano - R. Musil, L'uomo senza qualità, Torino - H. Boll, E non disse nemmeno una parola, Milano
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