IL VIAGGIO, ITINERARIO NELLO SPAZIO E NEL TEMPO
ALLA RICERCA DELL'INDEFINITO SENSO DELLA MEMORIA
Michele Boccieri
In una stagione come quella estiva, dove frotte di persone imbracciano le loro valige alla ricerca di un angolo di relax e di sapori stranieri, mi domando quale senso assuma oggi la parola viaggio. Ho l'impressione che il mondo sia popolato di turisti e che di viaggiatori veri ne siano sopravvissuti ben pochi. Che cosa sia rimasto delle avventurose peregrinazioni del passato non lo so. Quello che occorre domandarsi ogni qual volta si lascia il borgo natio, è cosa ci spinge ad allontanarci da esso, se alla fonte del movimento ci siano motivi etici, estetici o necessità materiali. Le dinamiche del viaggio sono state indagate e sperimentate in prima persona da molti individui: dalle magnifiche intuizioni leopardiane sulla malia dell'indefinito e del remoto, alle dissacranti e vagabonde peregrinazioni degli adepti della beat generation, fino alle trasferte degli emigranti impostegli dalla fame. Dove inizia il viaggio e dove finisce, di fatto, nessuno può dirlo, perché viaggiare è essenzialmente un percorso interiore, più che un'esigenza del corpo è un bisogno dello spirito, un'ansiosa richiesta di cesura con tutto ciò che fino ad ieri ci era familiare, amico, fraterno e che col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, ci diviene molesto, insopportabile, tedioso, fino all'ultimo stadio, quello in cui ci diviene estraneo, ed a quel punto ogni rapporto è rotto, ogni oggetto, persona, animale che ci circonda ha smesso di comunicare, non di parlare, di comunicare. Sulla questione intorno al modo in cui l'uomo contemporaneo deve viaggiare ne sono pieni gli opuscoli, eppure nessuno è di vero ausilio.
Mai come in questo momento le dissertazioni di Hermann Hesse, uno che di viaggi se ne intendeva, mi sembrano così pregne di significato e profetiche "Chi intraprende un viaggio dovrebbe sapere che cosa fa e perché lo fa. Il cittadino che oggi si mette in viaggio non lo sa. Parte perché d'estate in città fa troppo caldo. S'incammina nella speranza di trovare, con il cambiamento d'aria, la vista di un altro ambiente e altra gente, un ristoro dalle fatiche del lavoro. Va in montagna perché è tormentato da un incomprensibile desiderio, da un'oscura nostalgia di natura, terra e vegetazione... Principalmente, però, va in giro perché così fanno tutti i suoi cugini e vicini di casa, perché in seguito se ne può parlare e si può fare i gradassi, perché è di moda e perché dopo, a casa propria, ci si sente di nuovo così meravigliosamente bene." (H. Hesse, Uber das Reisen, trad. it. Sul viaggiare in L'arte dell'ozio, Milano).
Pensare che queste considerazioni sono state pubblicate circa un secolo addietro fa impressione, esse sono la prova di ciò che il viaggio non è più, viene quasi da dire alla maniera di Nietszche che il viaggiatore è morto sommerso da un cumulo di brochures e cataloghi sulle cui ceneri si è generato il turista. Chi è allora il viaggiatore se siamo qui a piangerne la morte alla maniera di consumate prefiche? Egli è essenzialmente un ricco ed un misero, un mendicante ed un prodigo, un onesto e un lestofante, un ignorante e un filosofo, tutto questo perché chi s'incammina negli spazi segnati dalla geografia lo ha già fatto nella sua anima, egli parte e può tornare dopo un giorno oppure non tornare più, ed il viaggio e la metà diventano una sola cosa, non c'è differenza, magari sarà diretto verso una città e si ritrova a centinaia di chilometri da essa ad inseguire una farfalla in un prato o a corteggiare una cameriera in una bettola.
Tutto ciò si chiama imprevisto, quel contrattempo che induce alla bestemmia, all'imprecazione, alla rabbia il turista, e che invece fa sorridere il viaggiatore, anzi tutto il suo essere itinerante contempla e adora l'incerto, il transeunte, perché in esso c'è vita, adattamento, forza di volontà, sperimentazione. Il suo è un percorso nei sentimenti e nella ragione, la sua curiosità di vedere le isole lontane dei mari del sud, il cuore verde della foresta amazzonica, la notte perenne dell'estremo polo, il deserto africano, le lande steppose della Siberia, celano a mala pena l'intenso bisogno di riflettere su se stesso. Il vagabondo transitare si ammanta di un valore sia estetico sia etico. Non solo nel visitare nuovi paesi si riscopre il gusto greco e rinascimentale del puro guardare, dell'osservazione non turbata né dalla volontà né dal fine della ricerca, dell'esercizio pregno della vista, dell'olfatto, dell'udito, che rappresenta uno stato di beatitudine in cui prevalgono nelle fini sensibilità dei profumi di profonda nostalgia, ma al contempo si indaga dettagliatamente in certe complicate faccende della vita privata, che si spogliano della loro ruggine per mostrarsi in un'adamantina chiarezza. L'etica della wanderung sta nella sua straordinaria capacità di allontanarti da casa per riportarti nuovamente a casa, sembra una contraddizione eppure l'uomo è l'essenza stessa della precarietà e dell'antinomia.
L'alcova di cui si parla non è l'area delle mura domestiche, è un luogo interiore ed inviolabile, è il posto delle passioni e degli affetti, dell'emozione e dell'amore, come disse Gesù a due che volevano seguirlo: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i nidi; il figlio dell'uomo invece non ha un posto dove possa riposare". Vagare in lungo ed in largo per strade e stradine, soggiornare in anonimi alberghi ed in squallide pensioni oppure in lussuosi hotels è insignificante, ci si mette in marcia per davvero ogni qual volta si annusa che nella nostra vita non ci sentiamo più al posto giusto, ed allora una tale evasione è una sentenza di condanna su quello che eravamo e su quello che non siamo, si sta nella terra di nessuno alla stregua degli indiani nelle riserve americane. In una simile prospettiva, il viaggio è sempre uno slancio verso l'ignoto, l'insondato, è un'esperienza che ci prepara alla morte ed in cui si contempla la morte, ed in questo vuoto esistenziale attingiamo a polmoni schiusi tutta l'energia e l'alito di vita che ci è necessario e ripudiamo il superfluo, l'estemporaneo, l'artificioso.
Così ci appare il viaggio di Ulisse, indipendentemente che sia motivato dalla disistima di Penelope come nel Disprezzo di Moravia oppure dalla sete di conoscere d'interpretazione dantesca, la molla che lo fa scattare è sempre un moto dell'animo, un sussulto della coscienza dinanzi al quale l'uomo rompe gli indugi e s'inerpica lungo il pendio del mutamento. Prende forma la magia dell'inafferrabile e dell'indefinito, la leopardiana intuizione sulla dicotomia immaginazione - realtà ci indica la rotta da seguire, questa condotta è legata più che al movimento al concetto di libertà, ora la libertà prima che azione è autonomia di pensiero, nessuno perfettamente deambulante è libero se privo di indipendenti capacità cognitive.
Certo si è ben lungi dal sostenere il mito della libertà assoluta tanto caro agli adepti della beat generation, questa pretesa di illimitata autodeterminazione è anch'essa un vincolo ad un modo di vivere, rappresenta l'opposizione della communitas alla struttura; il rifiuto degli status, della continenza sessuale, della famiglia, della gerarchia, del rango, della proprietà, si inserisce in una visione della società nella quale alla stratificazione intorno alle tradizioni e ad un impalpabile futuro, si preferisce il nettare della spontaneità e dell'immediatezza. Tuttavia, questi adolescenti e giovani adulti, ciondolanti in abiti dimessi, non si accorgono che la loro libertà è condizionata, subordinata com'è all'inadeguatezza ad essere strutturali, perciò in ogni scelta per quanto volontaria e affrancata, si smaschera una preferenza a diventare qualcosa cui si associa una rinuncia a diventare qualcos'altro.
Si inferisce che la forza del viaggiare sta nella sua proprietà di immaginazione e di criticitismo, e così, che un uomo impedito al movimento, è in grado di attraversare nella sua fantasia disparati luoghi assai meglio di un altro nel pieno delle sue facoltà deambulanti. Ritorna di supporto, a tal proposito, la visione della siepe de L'infinito, nella quale il poeta seppur costretto all'immobilità nella sua avversata città, riesce con uno sforzo della finzione a superare l'ostacolo e ad errare gioioso in uno spazio chimerico, che non potrebbe essere tanto angelico se la sua vista potesse estendersi a dismisura. L'immersione è in un passaggio tutto psichico ed emotivo nel quale si raccoglie una briciola di eternità, che rende dolce il naufragare. Solo in queste condizioni un oggetto, un volto, un individuo, finiscono di essere tali e divengono poetici, la loro poesia sta non nel valore intrinseco ma nella capacità evocativa, in quella fine arte di provocarci un turbamento, uno slancio di inquietudine nostalgica.
L'esotico, il gusto per il lontano, affonda le sue radici proprio nell'irrealtà, e la rimembranza è per sua natura il frutto dolce del distacco, ecco perché ogni cosa inizia ad agitarci quando viene osservata in retrospettiva e da attuale diviene remota. In tale senso il movimento nel tempo o nei luoghi ha il medesimo valore evocativo. Questo lo comprendeva bene lo stesso Kerouac, le sue migrazioni per il mondo sono innanzi tutto la raffigurazione delle speranze, delle tribolazioni e della disperazione di un'intera generazione, la quale, cerca di esorcizzare l'ansia e il male di vivere in vie di fuga che vanno dalle scompaginate avventure, alle fughe nell'alcool, la marijuana, la benzedrina.
Nonostante ciò, quello che resta sono le ricordanze, le sensazioni che si appiccicano ad un viso, ad un località, ad un'espressione, e ci spaccano il cuore di malinconia. Ogni viaggio diventa una sortita verso il nulla, e nel nulla incontriamo i grandi occhi bruni delle bambine messicane, innocenti e teneri come quelli della Vergine Maria quand'era fanciulla, raccontati in On the road, il cimitero di campagna dalle croci oblique sul pendio d'edera, immerso in balsamo e canto d'api, narrato in Vagabondaggio, e le dolci colline delle Langhe in cui Pavese rivede le forme di grossi seni i cui cucuzzoli si stagliano come capezzoli al vento.
Per contatti ed opinioni sul tema il mio indirizzo e-mail è: mikiboccieri@virgilio.it
Letture consigliate: H. Hesse, Knulp, Storia di un vagabondo, Roma - H. Hesse, Vagabondaggio, Roma - H. Hesse, Dall'India, Milano - H. Hesse, Klein e Wagner, Roma - J. Kerouac, On the Road, Milano - J. Kerouac, Angeli di desolazione, Milano - C. Pavese, La bella estate, Milano - C. Pavese, Il diavolo sulle colline, Milano - C.Pavese, Paesi tuoi, Milano.
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