Un cavaliere quasi turchino
Quattro poesie inedite di Paola Malavasi
Ninnananna
Il parto era durato ore, la madre lottava, non aveva rosari
ripeteva nenie nel dialetto con spigoli anche per soffrire.
Parole violente, smozzicate, ninna nanna
del travaglio e di paura, finché si aprì il giorno.
Un giorno pieno di voci, oltre il brontolio delle stelle.
Sotto luce d’inchiostro che puntella le case, lui impara i nomi.
Dal volo di foglie e di gonne, la direzione del vento.
È un figlio della ripetizione, obbedisce al sole,
chiude gli occhi ogni sera, le mani arrese,
le notti passate in preghiera.
Dalla luce, il sorriso e il potere di crescere figli,
il volto innominabile glielo concede la luna.
Suoi, i prati e gli alberi, segnaposti del cielo.
Suo un ciclo di amori. Il cuore, nel nucleo ferroso
e nelle mani piene di una donna.
Suoi, i sogni e il palazzo della futura memoria,
stele abitata da chi non era e sognava di esserci.
Come ogni bambino dal volo di spirito
ha toccato le acque materne e quindi la terra.
È un figlio della comparsa e della scomparsa.
Quando la vita lo richiama al bivio
tra il giorno e il cielo buio del mondo, i segnali
nel suo corpo d’asfalto, così solidi, si muovono lievi.
Messaggero di partenza, il dolore, come all’arrivo.
Un orlo di sole ferma allo specchio un viso diverso.
È presto, polvere di ore nelle mani, inchiostro trasparente.
Per andare nell’inverno degli anni invoca
l’ultima, la prima, canzone del dolore e di sua madre,
dialetto della terra, urgente, quello,
ninna nanna della nascita, del trapasso.
Il vento ha preso lui
Il vento è passato, ha preso lui. Noi
non lo abbiamo seguito.
Ora dobbiamo muoverci per le cose da fare
come conviene ai vivi
aggrappati all’aria, paglia sollevata
dal vento, attraversata senza volontà dal sole.
Una pietra ci affoga ma siamo agili, vedi?
Dobbiamo muoverci, fare. Beviamo.
L’acqua scivola in gola.
Lucidi, non diciamoci morti, nemmeno stasera,
solo un po’ contagiati.
Un cavaliere quasi turchino
A mio padre
Su questo autobus che sa di gomme e asfalto
l’acqua riga il finestrino. Una donna mi siede accanto.
È freddo, ma tra i fari delle auto in fila ci scalda
il fumo dei vetri: fiato, bianco fiato.
Sempre nelle giornate fredde nelle vecchie case
il respiro ferma il vento, là si preparano
armature lucenti per cavalieri eterni e le ore
sbattono nel bianco della memoria.
È di quel tempo fermo la corazza di luce
del riflesso leggero, cavaliere quasi turchino
che avanza oltre il vetro della città.
Con la sua lancia, tenace nel traffico,
signore di piogge e di vapori, lui fora le ruote
del tempo, i benzinai regalano benzina al giorno,
signore bionde aprono ombrelli come colline
con alberi nei punti più caldi.
D’un tratto il cavaliere si avvicina all’autobus di panna.
Mi comanda un sorriso. Nella calca umida
anche la donna accanto ricambia.
Atlantide
Se un poeta inizia un racconto sulla strada
l’ultimo verso viene pronunciato in cima al monte.
Dal porto parte una domanda
e con la nave salpa la risposta.
Il vento fruga tra le donne e l’uomo riconosce la sua
dall’odore che manca nell’orto,
che poi è il profumo di Atlantide.
La bellezza si affaccia dalla porta di casa
nei capelli crespi pieni di conchiglie,
negli occhi rapiti della notte,
nel seno gonfio d’onde e di promesse.
La bellezza cerchia le case lucide
le tinge di tramonti spessi
entra ovunque perché nessuna casa
possa dirsi perseguitata.
Atlantide è un regno eterno.
Non c’è ancora il tempo,
quando si fa spazio come un’eruzione.
Poi la luce incerta del tramonto e, in fila, le altre luci.
All’alba una città di pietra e campane
già sogna la leggenda.
I lavori di costruzione e riparazione
ispirano tra l’altro questo canto.
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