Letteratura
JOHN DONNE E L'EGOCENTRISMO


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John Donne e l'egocentrismo
di Giuseppe Russo


In una delle sue numerose sintesi della letteratura inglese, al momento di mettere insieme le ragioni della resurrezione della figura di John Donne nel XIX e XX secolo dopo quasi duecento anni di prigionia nelle carceri degli autori di secondo piano, Mario Praz scrive: «Donne è un cerebrale, un egocentrico privo di senso sociale (…) La sua stessa ossessione della morte non gli serve che per accentuare il suo esasperato egocentrismo, e non si accompagna con un senso di simpatia pel comune destino degli uomini»[i]. Certo questo contribuisce non poco a spiegare perché, una volta consumate dall’usura le epoche del classicismo europeo, e simultaneamente alla circolazione di nuovi ed inquietanti virus del pensiero, il mondo letterario si sia infine ricordato di rendere giustizia a questo poeta-predicatore. Non spiega tuttavia la pertinacia nella scarsa diffusione della sua opera in paesi come l’Italia o la Polonia , ed ancor più l’Argentina a fronte dell’elogio monumentale intessuto da Borges nelle Otras inquisiciones (1960). Come mai?

      Mi permetto di avanzare un’ipotesi di spiegazione. Se è vero, come indubbiamente dev’essere, che il principio motore della poetica donniana è da rintracciarsi nella maniera assolutamente personale, complicazionista e spesso pitturale di vivere la traumatica transizione dall’evo tolemaico a quello copernicano, con tutte le conseguenze spirituali ed esistenziali derivanti, allora spicca in maniera più o meno cosciente la tendenza ad avere in mente quale pietra (ovviamente errata) di paragone l’esperienza letteraria, e nella fattispecie poetica, di Galileo. Da molto tempo si tende a sistemare questa seconda nell’onda lunga del Petrarchismo laterale del Seicento antibarocco; dunque, non si capisce per quali ragioni ansie sorelle dovettero rapprendersi, nel caso del pisano, in forma ancora compatibile con la tradizione ritmica della versificazione classicheggiante, ed in quello dell’inglese in costruzioni, viceversa, tanto complesse ed inusitate, da non poter essere sistemate nemmeno nel pur largo recinto del manierismo.

      Entrambi credevano, nel fondo della loro coscienza, alla necessità di un sistema dotato di centro; entrambi si erano resi conto che il centro non c’era più (certo, il primo lo aveva anche dimostrato con la sue stupide lenti, ma per chi scrive lirica un cannocchiale è uno strumento marziano non meno di un trituratore di abdeite, materiale inesistente, appunto); entrambi avevano vissuto con sgomento la conseguenze dell’esperienza ed entrambi anelavano a qualcosa la cui trascendenza si stava perdendo sotto i loro occhi. Ma c’è dell’altro.

      Tutto sommato, lo stupore di Galileo di fronte alle reazioni dell’Inquisizione, date per scontate che le conclusioni del Sidereus e del Dialogo sopra i massimi sistemi non risultavano in cuor suo incompatibili con la fede tomistica (come oggi finalmente si inizia ad affermare), fa pendant con l’attrazione provata dal Donne per le novità scientifiche, in certi luoghi ritenute perfino «innocue»[ii] mentre gli equilibrî complessivi della sua mente e della sua predicazione necessitavano di rimanere ancorati alla dottrina geocentrica, seppure in maniera più incosciente che razionale. Pertanto, le due situazioni sono considerabili speculari l’una dell’altra, sebbene il toscano possa legittimamente essere ritenuto tra gli ignari responsabili dell’insonnia del londinese.

      Occorre allora ricordare che, mentre il disordinatore del cosmo era figlio di un commerciante arrampicatore sociale con velleità teatrali, John Donne era invece – seppur per linea di moglie – nipote di John Heywood (quello del Dialogo tra l’intelletto e la follia) e pronipote di Tommaso Moro in persona. Non bastasse questo, si ribadisca che nacque cattolico e per scelta assolutamente sincera si convertì alla Chiesa d’Inghilterra che aveva appena adottato i 39 articoli della fede calvinista per volontà e capriccio di Elisabetta. A complicare ulteriormente il quadro del personaggio c’è il rapporto con la materia “bassa”: sicuramente il poeta sposò Anne More per pura convenienza (era l’aristocratica nipote del Guardasigilli reale, per il quale John Donne lavorava in qualità di mero scribacchino), ma si può essere altrettanto certi che nessuna opportunità materiale sia alla base, non solo della conversione, ma di tutta la sua attività pastorale a St. Paul, ed in particolare della lussureggiante vena predicatoria. Insomma, date tutte queste circostanze, evidentemente disturba (o, almeno, ha disturbato in passato) che l’ampiezza di un tale personaggio sia coagulata in un esercizio di vox clamans in Arcadiā del tutto incompatibile sia con l’oltranzismo dei classicisti dell’epoca che con le rotture gongoriane o mariniste.

      Il problema, allora, deve necessariamente risiedere nel cervello meditante del Donne e nella sua variegata composizione. Si tratta infatti di un pensiero complesso ed in continua evoluzione, che chiede al suo portatore di rapprendersi occasionalmente in versi o in prosa, e non può farlo in maniera pacata, equilibrata, ritmicamente attenta. Questo pensiero è rorido di paure, di dolori e di contraddizioni, non sa da che parte voltarsi (se verso l’ordine perduto o il disordine adveniente ma capace, forse, di un nuovo senso) ma si volta continuamente, non sa in quale direzione fissare lo sguardo ma ha costantemente bisogno di osservare. Non è esattamente o puramente lirico, questo sguardo, come non lo è il pensiero da cui scaturisce. Sì, perché con John Donne non siamo di fronte ad un poeta sensibile ad istigazioni teoretiche,[iii] ma piuttosto ad un meditatore tumultuoso e lacerato; un egolatra che di tanto in tanto vede il proprio moto ondoso interiore infrangersi sulle rive non proprio indolori della poesia.

      Uno spirito di questo genere non può concretarsi in sonetti alla maniera shakespeariana, ma necessariamente versificare così come pensa. Perciò si moltiplicano i casi di ictus in corpo di verso (sebbene l’uso dell’enjambement non sia così eccessivo nemmeno per quei tempi) e i componimenti nascono con imperativi esortativi come il celebre:

Goe and catche a fallinge starre
Get with childe a mandrake roote

mentre in altri momenti – corrispondenti ad altre esigenze dello spirito e dunque dell’espressione – aprono violente brecce autobiografiche che sembrano (ma è solo apparenza) fregarsene della catastrofe epocale e racchiudersi nella coscienza stessa di uno che si sente crocifisso in vita. Ma poi non si capisce mai se stia davvero rivolgendosi alla donna amata[iv]

Buongiorno alle nostre anime deste
che quasi non si guardan per paura…

oppure ad un nemico invisibile che è demonicamente dentro e fuori il soggetto poetante, quasi come il Mefistofele nella prima versione goethiana, che parla all’apprendista dell’erudito tormentato dalla sua stessa sapienza e l’ammonisce («Verrà un giorno in cui la tua somiglianza con Dio ti farà paura»[v]) contro mostruosi mutamenti già in atto, proprio come lo erano quelli copernicani negli anni di Donne, o imminenti ed ormai inevitabili come quelli cartesiani.

      Ma ha ragione Praz quando osserva che le alterazioni della forma operate senza pietà dall’autore ancora prima degli Holy sonnets vanno spiegate tenendo presente «che l’unità della poesia del Donne non è il verso … ma la strofa, e che le leggi che la regolano non sono tanto quelle del canto, quanto quelle d’una appassionata dialettica».[vi] Ciò proprio in quanto la poesia di quest’uomo va considerata null’altro che un’epifania del suo pensiero, anzi della sua stessa personalità pensante: elegante quando quieta, più spesso dirompente e asimmetrica perché inquieta, comunque troppo complessa e problematica per accontentarsi della catechetica costanza di undici sillabe per ogni stigmata di riflessione.

      Tutto ciò precisato, non è neppure il caso di eccedere nella tendenza opposta fino ad intravedere, in quello che è e resta un poeta squisitamente barocco, una sorta di precursore ante litteram di escursioni simboliste o addirittura rimbaudiane, come per principio ermeneutico alcuni tendono a fare oggi. È certo vero che, almeno nelle Songs, ci si può imbattere in sistemi notevolmente irregolari come questa quartina congiunta a pseudo-distico d’uscita:[vii]

Then, as an Angel, face and wings   Come dell’aria un angelo s’adorna
of Air, not pure as it, yet pure doth wear sebbene l’ali e ’l volto più sian puri,
so thy love may bee my love’s sphere;  così possa il tuo amore, finché duri,
Just such disparity esser cielo del mio. E quel che storna
as is ’twixt Air and Angels’ purity fra angelica purezza e aereo stile
’twixt women’s love, and men’s will ever bee distingua amor di donna e amor maschile

dove, a parte l’isolamento totale del verso ultimo, che non fa rima nemmeno interna e sembra limitarsi a preludere discorsi futuri (anche in prosa) nei quali l’autore tacitamente allude alla possibilità di riprendere l’argomento, si nota una disarmonicità strepitosa e certo voluta, che simula soltanto casualità mentre è parto di una riflessione tortuosa, che si ferma ad ogni ostacolo (proprio come la misura ritmica dei versi echeggia).

      Ma è altrettanto facile incontrare architetture più semplici e, tutto sommato, “regolari”, almeno dal punto di vista ritmico. Come in Love’s usury, dove (vv. 9-12) al contrario va lodata la ricerca della rima raffinata, squisitamente vocalica e per di più insistente in opposizioni colte: «mine – nine» (possessivo vs. numerale), «by the way – that delay» (complemento di circostanza vs. sintagma verbale). Queste sono forme decisamente più vicine al moderato concettismo mediterraneo allargato, per così dire, a territori grammaticali poco frequentati ma non inospitali.

      Ad ogni modo, e nonostante la varietà dei temi (che pure è un indubbio merito), i versi del Donne che più facilmente restano nella memoria sono quelle brevissime coppie ineguali che sembrano provenire dalle rare oasi di ristoro dalla riflessione turbolenta e costante, ulteriore manifestazione di un ego incontenibile. A parte l’eleganza della chiusa fin troppo celebrata di For whom the bell tolls, è certo degno di sfrecciare nei cieli della lirica amorosa un lampo come questo:[viii]

She’s all States, and all Princes, I,  Io sono tutti i Príncipi, lei è ogni Nazione
Nothing else is Null’altro esiste al mondo

che ben può essere usato quale peso (e non lieve) da porre sull’altro piatto della bilancia di έρως e θάνατος, laddove il grave della morte sembra comunque preponderare, diversamente da quanto accade nella maggior parte dei poeti “davvero” barocchi, nei quali è il fuoco amoroso dell’ellisse ad esercitare (non fosse altro che per la sua maggiore duttilità al trattamento lirico) una maggiore capacità gravitazionale. Non così in John Donne, e per la semplice ragione che la morte è effettivamente una presenza complessivamente più costante nel suo pensiero, pertanto non può non esserlo anche nella sua scrittura.

      Tale elemento, infatti, è anche l’oggetto del noto Biathanatos (1607-1609) che tanto piacque a Borges ma il giudizio sul quale non può essere particolarmente esaltante. Si tratta di una costruzione realizzata secondo le architetture scolastiche della confutatio per paradoxa di una determinata tesi. La tesi, in questo caso, è l’incondannabilità morale del suicidio, il che non trasforma però il volume in un’apologia del suicidio, come qualcuno ha sostenuto. Al contrario, risulta evidente che l’autocelebrativo scrittore vuol anzitutto mettere alla prova il proprio criticismo su un terreno squisitamente teologico-sociale, senza perdere l’occasione di sciorinare ai suoi interlocutori la propria competenza riguardo la conoscenza della Scrittura e della patristica. A dimostrazione del fatto che siamo anche qui di fronte ad un caso di egocentrismo e non di mera elaborazione autobiografica, il testo risulta scevro di riferimenti «ad una personale tendenza al suicidio». Anzi, in quei particolari anni l’autore «era ben lontano dalla disperazione»,[ix] come sostiene un attento indagatore della vita dell’autore e della sua corrispondenza, né ci sono ragioni valide per non credergli.

      Il maggior valore del libro è però nella volontà corrosiva con cui il Donne intende dimostrare come, in assenza di una condanna specifica ed esplicita di un atto da parte della legge divina (vetero e neotestamentaria) o da parte dei suoi eredi riconosciuti (i Concilî e le Costituzioni apostoliche), qualsiasi formulazione del giudizio risulti precaria perché troppo inquinata dalle mutevoli congiunture storico-politiche. Il suicidio è l’atto da lui esaminato, ma la struttura dell’opera vuol sottintendere che il poeta avrebbe potuto sceglierne altri e con analogo esito.

      È però lodevole una certa inclinazione al graffiante, in particolare nei confronti delle autorità costituite (secondo un costume molto anglosassone, che detesta l’anarchia ma non ama più di tanto i depositari dell’ordine). Donne è infatti bravo a mostrare come, nel caso in cui la titolarità della esistenza umana fosse esclusivamente nelle mani di Dio, la giustizia sulla Terra rischierebbe una rivoluzione totale oppure una paralisi. «Se dunque», scrive il poeta, «il motivo per cui non dovremmo privarci della nostra vita consistesse nel fatto che solo Dio ne è padrone, allora lo Stato non potrebbe privarci della nostra esistenza»[x] tramite la pena di morte. E certo, come preciserà anni dopo nel Death’s Duel (1631), non ci possono esser dubbi sul fatto che «Colui che è Nostro Signor è l’Iddio di tutte le saluti [all salvations], imperocché a questo Signore Iddio si appartengono le uscite della morte»[xi]; dunque, quale autorità può avere l’uomo sulla vita dell’altro uomo? Questo tema, di indubbia attualità, viene sviluppato nel Biathanatos con efficaci strategie di accerchiamento delle tesi opposte tramite frecciate scelte dalle faretre di San Tommaso e di altre autorità inconfutabili. È uno dei momenti più stringenti del libro, ma anche uno dei pochi.

      Dal punto di vista teologico non si registra nulla di eclatante, ma Donne non fu teologo e ciò non può essergli imputato come demerito. Né si notano particolari eccellenze in termini di avanzamento della spiritualità cristiana, specie se si rapporta la sua prosa a quella di tanti altri autori secenteschi maggiormente “ispirati” come l’ispanico Baltasar Gracián o il polacco Stanisław Lubomirski. Sotto il profilo della tecnica filosofica, infine, opere come il Biathanatos sembrano brillare soprattutto per il gusto antico del paradosso: genere nobile che nei primi decenni del XVII secolo stava decisamente tornando di moda e che avrebbe avuto in Pascal sfavillanti esiti. Ma mentre lo scettico francese avverte, e dolorosamente, la piccolezza dell’Io nei confronti della vastità del mondo esterno e della problematicità insita nel desiderio di appropriarsene, tanto da ripetere innumerevoli volte l’esigenza dell’appello al divino, il metafisico versificatore inglese vive il medesimo rapporto senza traumi da insufficienza perché si ritiene sostanzialmente concentrico a Dio, seppure orbitante lungo una circonferenza tracciata su un raggio minore. Questo è il tratto più eclatante dell’egocentrismo di John Donne: il suo “ideale dell’Io” è un’immagine che egli sente per nulla lontana o impraticabile, e ciò nonostante compatibile con l’esistenza di un’entità divina trascendente, la cui posizione resterà tuttavia come subordinata a quella dell’ego cogitans in una sorta di limite cartesiano inferiore.

      A questo riguardo ha scritto Freud, in un testo del 1922: «il giudizio sulla propria pochezza derivante dal confronto fra l’Io e il suo ideale, produce quella sensazione di devota umiltà alla quale si richiama il credente nel suo fervore».[xii] L’egocentrico è colui che riduce al minimo questo scarto tra l’Io e il proprio ideale, l’egolatra colui che lo azzera. John Donne è riuscito a proporsi al mondo come credente appassionato «nel suo fervore» (e lo era davvero), pur non avvertendo alcuna sensazione di «pochezza» nel giudicare se stesso. È forse proprio in questo fenomeno psichico – ombra possibile che si allunga sulla spiritualità dei suoi testi – che va individuata la radice stessa del suo esser poeta.


[i] M. Praz, Storia della letteratura inglese, Milano, Rizzoli 1998-5, p. 245. La stesura di queste righe risale agli anni a cavallo fra i Cinquanta e i Sessanta del Novecento; ma di Praz cfr. anche il celebre Secentismo e Manierismo in Inghilterra, Firenze 1925.
[ii] Come in Forbidding mourning, dove si può leggere, e con esplicito riferimento alla rivoluzione (ormai copernicana) degli astri, che la «trepidation of the spheres … is innocent» (vv. 11-12).
[iii] Sembra vietato parlare di lui senza citare pedissequamente il giudizio, ormai da ritenersi superato, di Thomas Stearns Eliot che lo apostrofò come portatore di un sensous thought; di qui la lunga tradizione di etichettatura quale “poeta metafisico”. Ovviamente la definizione non è errata, ma suona comunque insufficiente, priva di quelle ottave in grado di coprire l’intera gamma espressiva del Nostro.
[iv] J. Donne, Canzoni e sonetti, a cura di P. Valduga e G. Guglielmi, Milano, SE 1985, p. 11.
[v] Goethe, Urfaust, I, I.
[vi] M. Praz, Storia della letteratura inglese, cit., p. 243.
[vii] Da: Air and Angels, vv. 23-28. Traduzione mia.
[viii] Da: The Sun rising, vv. 21-22. Traduzione mia.
[ix] Cfr. E.W. Sullivan, Postfazione a: J. Donne Biathanatos, ediz. ital a cura di L. Gentili, Milano, SE 1993, pp. 165-166.
[x] Ivi, pp. 90-91.
[xi] Duello della morte, in: J. Donne, Liriche sacre e profane ed altre opere, a cura di Giorgio Melchiori, Milano, Mondadori 2003-7 (Oscar 278), p. 137.
[xii] S. Freud, L’Io e l’Es, a cura di Cesare Musatti, Torino, Boringhieri 1982, p. 55.




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