Letteratura
INCONTRO-INTERVISTA CON ROSETTA LOY


Incontro-Intervista con Rosetta Loy [1]
a cura di Pasquale Marzano


Le strade di polvere

Ho deciso di scrivere Le strade di polvere nell’85, quando avevo cinquantaquattro anni.  Ci ho messo circa tre anni. Inizialmente, volevo fare un racconto sulla storia di due sorelle, ma trassi lo spunto per il romanzo da una casa in cui andavamo in vacanza quando ero bambina. In effetti, ruota tutto intorno a quel luogo: il libro si apre e si chiude proprio con la casa. Mi ricordo l’idea di libertà che mi dava da bambina, in contrapposizione con l’ambiente della scuola cattolica, dalle suore, dove passavo l’anno scolastico. Era come se quella casa mi raccontasse delle storie, con tutti i suoi oggetti. Anch’essi avevano una storia da raccontare. Lì si erano svolte delle vite e sembrava quasi che avessero lasciato delle tracce del loro passaggio in quegli oggetti, come delle impronte attraverso le quali si potevano leggere le storie che le avevano generate. Io sento sempre come se le case mantenessero una traccia di ciò che viene vissuto al loro interno. In quegli anni, era come se tutto il resto fosse provvisorio, mentre quel posto rappresentava per me l’unico punto fisso. Era una casa molto importante per me e per la mia famiglia. Ciò che racconto in Le strade di polvere è come se l’avessi portato dentro di me per molto tempo, prima di scriverlo. Alcune delle storie le avevo sentite raccontare, altre le ho inventate. Anche la guerra è stata un’esperienza personale molto importante e si ritrova nel libro, anche se in tal caso si tratta di un periodo storico diverso da quello in cui l’ho vissuta io. Tutte le guerre avevano conseguenze atroci sulle persone che le vivevano o subivano. Mi sono documentata molto sulle Guerre d’Indipendenza, di cui parlo nel romanzo, soprattutto per come influirono sui personaggi di cui racconto.
Non rileggo mai i miei libri, ma credo che non apporterei alcuna modifica al lavoro finito.

 

Titolo

Io scrivo sempre senza pensare al titolo e al momento di sceglierne uno, ho pensato anche al Violino del Giai, ma quando ho visto le bozze, mi sono resa conto delle “strade di polvere”, che ritornavano in diverse parti del testo. Così ho deciso. L’editore non era d’accordo, ma io mi convincevo sempre di più che fosse il titolo giusto. La polvere simboleggia il tempo che ha distrutto quel mondo e quelle strade.

 

Il Giai

Il personaggio del Giai è “molto” inventato, anche se ispirato a storie fantastiche relative a morti che ritornano, per controllare come si comportano gli altri, i vivi. Ricordo la storia di un bisnonno defunto, tornato dall’aldilà per controllare i suoi parenti ancora vivi. Nel romanzo ci sono molti spunti fantastici derivati da queste storie raccontate oralmente [come l’episodio del fantasma del Gran Masten che torna per salvare suo nipote dall’alluvione], che erano tipiche di quel mondo contadino fra fine Settecento e inizio Ottocento. Il fantastico che si ritrova in tutto il romanzo appartiene a quello stesso mondo.

 

Famiglia

Ho sentito fortissimo il senso della famiglia, che è stato ambivalente: un mondo di costrizione, ma anche di grande sicurezza e affetto. Parlo sia della famiglia paterna e materna, sia della mia personale. Mi sono sposata nel 1955 e sono rimasta vedova nel 1981.

 

Padre e madre

Non parlerei di essere stata “più legata” all’uno o all’altra, magari ‘più influenzata’. Mio padre si sposò molto tardi: aveva tredici anni più di mia madre ed una personalità molto forte. La nostra era una casa piemontese trapiantata a Roma. Quindi, per molto tempo ho creduto di essere stata influenzata più da mio padre. Solo più tardi ho scoperto che anche mia madre mi aveva trasmesso qualcosa. In fondo, solo oggi mi sento romana, anche se i ricordi più forti sono legati al Piemonte.

 

Senso del peccato

Non è molto presente nel libro. A tal proposito, ripenso a mia madre. Come tutti i romani, attenti all’aspetto cerimoniale della religione, la viveva in modo pagano. Mio padre era molto severo col cibo, mia madre invece nascondeva la cioccolata e ce la dava quando lui non c’era. Questa differenza fra i miei due genitori, e fra le loro due culture, si manifestava anche in altri ambiti. Per esempio, mio padre non amava ballare, mentre mia madre sì. Oppure, per mio padre si poteva andare al cinema una volta a settimana, mentre per mia madre non ci sarebbe stato niente di male nell’andarci anche più volte a settimana.

 

Vincolo familiare

L’ispirazione l’ho trovata nella casa, ma anche nella storia da cui sono partita, ossia quella dei due fratelli sposati con due sorelle. Il vincolo familiare è stato uno degli spunti iniziali, poi, da storia è nata storia. Quella dei due fratelli taciturni davanti al camino, con cui si conclude il romanzo, me la raccontava mio padre e c’era già quando ho iniziato a scrivere il libro. Anche la storia del Gran Masten, il bisnonno che aveva ingrandito la proprietà ed aveva fatto fruttare la terra, l’avevo sentita raccontare. Gli altri elementi sono presi dalla Storia di quei luoghi, in special modo, le vicende dei contadini che si arricchirono con le guerre napoleoniche, anche grazie alla liberalizzazione diffusa da Napoleone. Anzi, a questo proposito, negli archivi in cui ho fatto le mie ricerche, si dice che per mantenere l’annessione alla Francia ci doveva essere un plebiscito confermativo. Si dice anche che erano tutti d’accordo, tranne due. Mi è rimasta la curiosità di sapere chi fossero quei due.

 

Modelli letterari

Ho molto amato un libro di Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine. Trovo che Marquez sia un grandissimo scrittore e mi ha aperto degli orizzonti, soprattutto con Cent’anni di solitudine, Cronaca di una morte annunciata e L’amore ai tempi del colera.
Per quanto riguarda la storia centrale raccontata nel mio libro, invece, ero rimasta molto colpita dalla storia vera di due sorelle che avevano sposato due fratelli. Poi, le altre storie si sono aggiunte progressivamente a quella principale.
Fra gli scrittori russi salverei Tolstoj, soprattutto per Guerra e pace, libro in cui c’è tutto. Lo salverei sicuramente, e anche Cechov. Non amo molto Dostoevskij. Sono certa che la cultura europea, russa, tornerà ad essere quella che è stata.
Se dovessi scegliere fra Montale e Lorca, opterei per il secondo, che ho amato di più.

 

Cinema e letteratura

Mi è stato proposto, una volta, di trarre un film dal mio romanzo, ma poi non se n’è fatto niente. Comunque, io non apprezzo molto le trasposizioni cinematografiche dei libri, perché non riescono quasi mai a rendere il senso di ciò che lo scrittore o il lettore aveva in mente nell’atto di scrivere o di leggere. Per esempio, spesso gli attori scelti per i personaggi non mi sembrano incarnare adeguatamente le loro qualità fisiche e caratteriali, così come le ho immaginate, o le ho sentite formarsi nella lettura, e questo è solo uno degli aspetti negativi delle trasposizioni cinematografiche delle opere letterarie.
Per lo stesso motivo non avrei mai illustrato il mio romanzo con una foto: si ancorerebbe troppo l’immagine dei luoghi e dei personaggi descritti alla fotografia. Sarebbe negativo.

 

L’autore nei  personaggi

Lo scrittore si mimetizza nei personaggi, non necessariamente in quelli dello stesso sesso o in quelli che ama di più. Io posso essere anche nel Giai, a volte anche nei personaggi negativi, antipatici. Non c’è un personaggio specifico che mi rappresenti. Amo molto la Teresina dei Maturlin e la Maria. Da giovane, poi, disegnavo, delle persone sempre diverse, un po’ come ho fatto in seguito con i personaggi. Inoltre, qualcuno di loro è stato immaginato seguendo un po’ i miei miti: capelli biondi e ricci, occhi azzurri, elementi che riaffiorano anche negli altri miei libri.

 

Autobiografismo

Nonostante la mimetizzazione in alcuni dei personaggi, Le strade di polvere è molto poco autobiografico. Quando racconto dei bambini prendo spunto dai miei figli, ma non parlo di loro. Si scrive sempre per esperienza diretta, a meno che non si tratti di fantascienza.

 

Teresina dei Maturlin

Sebbene abbia molto amato il personaggio di Teresina, l’ho fatta morire anzitempo, forse perché ci ho visto la giovinezza a cui vengono poi tagliate le gambe. Inoltre, mi ricordo sempre che mio nonno diceva: “I vecchi ‘devono’ morire; i giovani ‘possono’ morire”. Infine, c’è un altro ricordo che probabilmente ha agito nella nascita e nella morte prematura del personaggio. Mio padre mi portava al cimitero, una volta a settimana, e lì c’era la tomba di una ragazza morta di parto a diciotto anni. Mi aveva particolarmente colpita. Del resto, morire di parto nell’epoca in cui è ambientato il romanzo non era insolito e quindi la Teresina dei Maturlin ‘poteva’ morire giovane e di parto.

 

Anonimia e realtà

È chiaro che il romanzo è ambientato in Piemonte, ma non ho citato il nome del paese per mantenere un grado più alto di libertà nel raccontare. Comunque, alcuni eventi, a parte le guerre già citate, si sono verificati realmente, come l’alluvione. Ad ogni modo, il paese reale è Mirabello, nel Monferrato.

 

Aldilà

Questione difficile. Io vengo da un famiglia religiosissima, ma a un certo punto ho perso completamente la fede, soprattutto in un periodo in cui invece avrebbe dovuto sostenermi, ma mi sono resa conto che non c’era dentro di me. Credo però nei valori della religione. Anche se le persone che ho molto amato non ci sono più, penso abbiano comunque lasciato qualcosa. Un tempo mi piaceva l’idea di reincarnarmi; ora non più: troppo rischioso.

 

Religione

Non si può parlare di un senso religioso nel mio libro, piuttosto di un senso della morte: tutto diventa polvere. Non c’è speranza.

 

Passato e presente

Non mi sarebbe piaciuto vivere in quell’epoca, anche perché come donna non avrei avuto scelta. Per esempio, non avrei potuto scrivere, anche se la vita si svolgeva più armoniosamente, mentre il secolo appena passato mi dava l’impressione di procedere a sbalzi, ma è stata un’esperienza molto interessante.

 

Odori, colori e dialetto

Ancora oggi, quando sento certe inflessioni di dialetto, o certi odori, è come se ritornassi bambina, ai periodi in cui vivevo in campagna. Quando mi sono trasferita a Roma, piantavo tutte le piante e tutti i fiori piemontesi, ma non veniva fuori niente. Per me, da bambina, stare in città era come stare rinchiusa. Nella scuola delle suore non si vedeva l’esterno, a causa dei vetri scuri; così, quando arrivava la primavera, andavo in bagno e salivo con i piedi sul vaso per guardare fuori attraverso le alte finestre semi-aperte. Per quanto concerne i colori, è un po’ la stessa cosa. Ho una grande memoria visiva.
Ho fatto uso del dialetto per il suono, come per gli odori, perché risvegliano la memoria di un tempo e di un luogo. Comunque, l’ho usato cercando di spiegare prima o dopo quello che veniva detto. Non era importante capire esattamente cosa dicessero i personaggi quando parlavano in dialetto, quanto piuttosto farlo risuonare nella mente del lettore, per evocare quell’ambiente.

 

Soprannomi

Li ho utilizzati perché in campagna si usavano. Li ho presi da un dizionario di piemontese che ci avevano regalato. Mi ricordo che da bambina veniva a casa nostra un sarto piccolissimo, che noi chiamavamo “Quatran”, perché era così piccolo che sembrava un bambino di quattro anni. Per noi era “il signor Quatrani”.

 

Prigioni, scrittori e libri

Sono già andata a Rebibbia e a Regina Coeli. Quando mi chiamano per un mio libro, vado. Cosa sarebbe uno scrittore senza il suo libro? Mi secco molto, però, se vado in un posto in cui non hanno letto il libro di cui si dovrebbe parlare.

 

Narrativa vs saggistica

Trovo sia difficile tornare a scrivere romanzi dopo essermi dedicata ad un saggio autobiografico,[2] che mi ha portata abbastanza fuori dal mio territorio, nel quale ora fatico un po’ a rientrare.


[1] Incontro con i corsisti e i docenti delle scuole carcerarie della Casa Circondariale di Poggioreale (76° Circolo «Mastriani» e Centro Territoriale Permanente «A. Sogliano»), Napoli, 31 maggio 2001, a proposito del romanzo Le strade di polvere (Torino, Einaudi 1987) e del mestiere di scrittrice, nell’ambito del progetto “Ali d’Autore”, un’iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Ministero della Giustizia «per la promozione della lettura fra le persone in esecuzione di pena», che ha coinvolto, fra gli altri, anche Vincenzo Consolo, Umberto Eco, Dacia Maraini e Giuseppe Pontiggia. Raccolta dati, stesura e rielaborazione del testo della Loy in forma narrativa a cura di Pasquale Marzano. L’intervista, qui proposta integralmente per la prima volta, non rispetta la tipica struttura domanda-risposta per esplicita richiesta dell’autrice, che mi ha autorizzato a pubblicarla (con lettera del 17/09/2001) solo a tale condizione.

[2] R. Loy, La parola ebreo, Torino, Einaudi 1997.




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