Nella Lo Presti
nella letteratura meridionale del Novecento di Lina Latelli Nucifero
Nella (Caterina) Lo Presti, creatura sensibile e delicata, dotata di nobili sentimenti, rappresenta una voce nuova e diversa nella storia della letteratura calabrese della prima metà del Novecento. Una voce, sfuggita all’attenzione degli studiosi e dei critici, nella quale le dolorose esperienze personali sembrano rifluire in un’eco rischiarata da una profonda fede religiosa che raggela il senso drammatico della sua esistenza.
Nata a Reggio Calabria l’8 marzo 1918 da Felice e da Ezelina Caffè, minata troppo presto da un male irreversibile, dopo lunghe notti di veglie, il 27 ottobre 1945 cessa di vivere. Fin da giovane evidenzia la sua complessa personalità spaziando in tutti i campi delle lettere: dalla saggistica alla novellistica, dal teatro alla poesia dove subito rivela la sua naturale vocazione artistica. Costretta dalla guerra a sospendere gli studi universitari, sebbene laureanda, avendo presentato all’università di Catania, dove era iscritta a Belle Lettere, una tesi su Nicola Misasi, nel 1944 viene premiata dall’Istituto Calabria per un lavoro drammatico in vernacolo Buci chi passa e nel 1945, poco prima di morire, le viene attribuito un premio per la novella La zingara.
Nella Lo Presti è autrice di numerosi saggi: Ricordo di Bettina Brentano; Goethe e l’amore immortale; Giosuè Carducci; La questione femminile; Nelle tenebre (saggio critico sull’omonimo romanzo di Nicola Misasi); Canti ed amori Leopardiani; Bertold Brecht; di novelle: L’ultimo ringraziamento; Profumo di viole; Notturno; Vele; Baita; Il ritorno del figlio; Ritorno; La zingara; di opere teatrali: L’ ombra dei sogni (in lingua); Virgori (in vernacolo); L’altra trincea (in vernacolo); e Buci chi passa (Voce che passa in vernacolo). Tutta la sua produzione rimane inedita, gelosamente custodita dal padre, valente filodrammatico, fino a quando Gianni Labate, parente acquisito, ne viene in possesso e così inizia un sapiente e accurato lavoro trascrivendo le poesie dalle fonti originali, per lo più scritte a matita su fogli sparsi e disponendole poi in ordine cronologico.
In tal modo dopo un lungo silenzio, mai interrotto da alcuna pubblicazione, nemmeno di un solo verso, la poetessa può farsi udire con la silloge Poesie inedite (Calabria Letteraria Editrice, 1991), curata e pubblicata appunto da Gianni Labate, il cui fulcro di animazione è da ricercarsi nell’ispirazione religiosa di marcata penetrazione e intensità dalla quale la candida anima si innalza consegnandosi in tutta la sua estatica trasparenza. Al 1934 risalgono i primi esordi poetici in cui già si configurano gli incipienti tentativi d’espressione scritta, strutturata su una metrica scolastica, e la sua personalità caratterizzata da particolari stati d’animo, ancora in nuce, trasfusi nei versi: la fede, la malinconia e il dolore, che diverranno temi costanti ed attuali nelle liriche successive. La poesia della Lo Presti, radicata, quindi, nelle sollecitazioni degli spunti psicologici offerti dalla trama della breve realtà vissuta ansiosamente e rattristata dall’ombra della morte, si modula su questa ricorrente tematica aprendosi talora, sul versante delle ascendenze letterarie, all’ipotesi di qualche suggestione crepuscolare e pascoliana. Alla verifica di testuali riscontri si avverte, però, che la vera matrice dell’opera è soprattutto interiore dispiegandosi in un penetrante scandaglio esistenziale, in un discorso che assume ed equilibra, in un monologo interiore, discreto nei modi e negli accenti, le tematiche di fondo: la vita e il mistero della morte, il presagio del presente e la speranza in un mondo migliore.
Nella Lo Presti è veramente un’espressione poetica nuova in cui l’amara consapevolezza del male, che l’aveva colpita, e la certezza della sua imminente fine si snodano talvolta in un inquietante smarrimento illimpidendosi poi in toni di pacata rassegnazione e di quasi stupita perplessità di fronte alla visione della realtà colta nella sua più pura e drammatica essenza.
La fede diventa protagonista della sua ispirazione poetica dominando i rari momenti di esitazione da cui Nella esce più rinvigorita nella certezza di migrare verso il divino:
Migrare con le stelle verso un’alba
rosata e pura, come lo splendore
dei più cari ricordi che vivranno
eternamente in noi.[…]
Migrare, anima mia, verso il divino,
nell’armonia del Cielo
(Migrare)
L’occasione esterna, che si sprigiona dalla vicenda personale, si riscatta sempre nella trepida meditazione, nell’inquietante coscienza del destino effimero di ogni cosa e delle creature. Il silenzio, la morte, la vanità delle cose: ecco quanto la poetessa coglie religiosamente e quotidianamente nelle sue esperienze dolorose. Ma da questo sfondo, adombrato di malinconia per il presagio incombente della fine, ella risale alla miracolosa speranza dell’Eterno:
Tutto finisce
in terra.
Altro non resta, eterna
che l’ infinita vanità del nulla
(Esortazione)
Ed ecco crescere in lei ancora di più l’ansia del candore, della sublimazione, della purezza:
Vorrei
Nell’anima
Tutto
Il candor delle nevi
Delle tue vette.
E avere negli occhi
la limpidezza dell’aurora
Che lontana
Vedesti impallidire
Dietro
Quella cima più bianca.
(Ad un alpino)
Ha ormai intuito che i suoi sogni presto si spezzeranno chiudendosi alla speranza di ogni realizzazione, ma s’illumineranno oltre il pensiero della morte:
Perché, nel mondo, i sogni
sono spesso
come albe nordiche
e ti lasciano
in fondo all’anima un po’ di gelo.
(Col mare)
E, affidandosi al divino disegno di Dio, si rifugia in un mondo di pace:
Qua tutto è pace, invece.
L’anima si fa lieve.
(Nel sogno)
I motivi esistenziali dominanti, di cui le liriche sono permeate, prendono sempre slancio dalla componente religiosa e, se per un verso i fatti personali si arenano sul comune destino di morte, per un altro, e cioè sul versante dell’eterno, pulsano di un divino fermento di speranza ultraterrena. E le angosciose vicissitudini della poetessa si accendono del trepido miraggio della pace e della salvezza in Dio:
Cerchi un approdo e vai
con il cuore caldo di sangue
verso l’eternità. […]
Liberarti?
Non è che lo sgomento d’un attimo
Poi
Gli astri
Respireranno dentro di te
(Dissolvenza)
Ardore, delusione e incertezza, che affiorano nell’assillante inquietudine esistenziale, convergono in un’ansia religiosa di purezza, di verità, di assoluto come traspare dagli accenti con cui la poetessa si rivolge “al compagno caro della mia adolescenza caduto sotto la furia della bestialità tedesca” chiedendo meravigliata che tanto possa accadere:
Dunque
non è passato tutto un tempo eterno?
È come allora tutto?
e chiude con una preghiera muta che non attende risposta:
Additami, o dolce amico buono,
il sentiero del vero.
Tu lo puoi
(A Benedetto Consolato)
Ecco ricomparire l’ansiosa ricerca del sentiero del vero, la certezza di una vita nell’aldilà perché solo l’amico defunto conosce il mistero arcano della morte, e la palpitante unità dei vivi e dei morti nel segno della fede e della speranza: una dimensione escatologica che non è estranea all’ispirazione centrale dell’opera. Come trapela da alcuni versi, altre volte Nella aveva sentito sfuggirle la vita e, in una lirica di soave compostezza, si era ancorata ad un’immensa realtà, quella della sua mamma, rifugio sicuro in un momentaneo smarrimento:
sento fuggir la vita.[…]
Prendila tu tra le tue mani pure,
come di cera, madre
stringila a te,
fondila ancora con le vene tue
che sento palpitarti
nei polsi
come vive, piccole
fiamme azzurre.
Stringila a te in un cerchio
di luce
(Alla madre)
Mentre in un’altra, con indescrivibile dolcezza e con pacata rassegnazione, confida all’amica Fausta:
È forse questa la vera vita:
Quella del soave dolore.
Ricordi, Fausta?...
Per queste tue parole sante
ho imparato ad amarla la mia pena
ho imparato a guardare intorno a me
con occhi di dolcezza
proprio quando sentivo
che nel mio cuore c’era
tanta ed eterna infinità di luce
quant’è nel cielo.
E ho chiuso il mio tormento
Dentro uno scrigno sacro
(A Fausta)
Anche nelle liriche datate solo di pochi giorni prima del trapasso, la poetessa, sorretta dalla fede nel momento del dolore, esprime il desiderio di una vita diversa in comunione con Dio:
Fammi silenzio di luce
e canto di lontananza.
Fa che io respiri di te.
(Dio)
In realtà tutte le liriche sembrano lievitare da un sottofondo di contemplazione metafisica, da una tensione parenetica che nella poesia Invocazione, posta a chiusura della raccolta e considerata la summa della sua poetica, si risolve nell’intensità di una preghiera che aleggia nell’austerità dei toni con cui Nella si volge supplice al Signore:
Lungo il deserto dei fiumi
Il cielo ha disperso i miei passi.
Mi ritrovo dentro il respiro del vento
Senza più eco alla mia vita.
“E in te vorrei raccogliermi, Signore,
eternamente,
senza pensieri dolenti, eguale
alla notte leggera sulle tombe.
Rendimi simile al quieto dolore dei buoni.
Signore”.
(Invocazione)
La poesia nasce da quel dolente distacco che rassegnazione e fede equilibrano maestosamente e da quella sobrietà spoglia che si realizza in una lucida forza espressiva, in un linguaggio dove la straordinaria incisività di trasposizione di immagini attinge esiti di autentica bellezza, pur collegandosi all’impianto della poetica tradizionale. Il crescente maturarsi di una genuina vena poetica, che raggiunge il vertice della maturità creativa specie nelle ultime liriche, si coglie nell’affinarsi delle risorse tecniche, nella più sicura modulazione di un estro sempre sollecitato dalla meditazione e dall’introspezione e risolto in una più spontanea e fluida resa espressiva che non trasmoda mai nell’autocompiacimento formale e nell’affettazione. Le liriche ripropongono un immaginario che consente un incontro fondamentale non solo con una esperienza poetica di altissimo livello ma anche con la breve vita della Lo Presti che risplende di poesia: quanto impalpabile si manifesta la sua esistenza terrena, tanto splendida la sua apparizione nella sfera della poesia.
Un dettato poetico apparentemente facile nella sua limpida trasparenza, quello della Lo Presti, ma in realtà complesso e arduo proprio nella semplicità con cui ascolta e soffre gli interrogativi più alti che l’uomo drammaticamente si pone sulle ragioni e il senso della sua vita e del suo destino, sul mistero della morte e dell’oltre.
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