Letteratura
QUINTA DI LUNA


…vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,
il corpo lasceranno; non l’ardore..

(Francisco de Quevedo)



Quinta di luna

Non ci sono quasi più vecchi sul porto a guardare lontano, a scrutare oltre il faro frugando l’orizzonte con l’occhio arrossato dal fumo di mezzo sigaro, sempre acceso all’angolo della bocca.
Quasi più nessuno aspetta la quinta di luna per previsioni a lungo termine su quello che sputerà il cielo, e quasi nessuno racconta più storie per passare il tempo, nei giorni di scirocco, tra una briscola e l’altra ma c’è ancora chi, specialmente ai forestieri del luogo, indica lo scoglio nero di Margherita.
Uno scoglio fosco, corpo piroclastico con anima magmatica di fuoco spento dalla spuma di una tempesta, insidioso ed infido per chiunque sia costretto a passarvi vicino, specie dall’imbrunire in poi . Uno scoglio che non sempre affiora, che si lascia scoprire chiaramente solo quando la marea è bassa e come dicono i pesca-tori, con efficace ossimoro, sono “acque secche”.
Un tempo, in una delle case che si addossano sulla marina, apparentemente alla rinfusa, come a regger-si l’una con l’altra, abitava una donna ancora giovane, con un corpo che ricordava un gatto nero, nei gesti ora scattanti, ora felpati e circospetti, avvolta in un abito scuro che lasciava qua e là intuire qualche forma, sotto un fazzoletto verde, sporgevano, incolti e minacciosi, tentacoli dello stesso colore della terra d’autunno e il suo incarnato abbronzato prendeva luce da due occhi mobili e grigi come l’arena vulcanica.
Margherita, per bisogno o per destino, aveva conosciuto molti uomini, giovani e meno giovani, in alcuni aveva intravisto l’amore in altri la sicurezza nel presente incerto, ma tutti le avevano lasciato lividi sul seno e sull’anima, l’avevano voluta, cercata a volte anche implorata, si erano adirati a qualche suo diniego ed infine forse l’avevano pagata.
Le donne la temevano e a volte, nel vederla comunque fiera e beffarda, con loro e con la vita, l’avevano anche odiata e sottilmente invidiata.
Il suo corpo dritto faceva capire che lei non si sarebbe mai piegata al luogo comune di una vita normale che poteva restituirle una reputazione ed un futuro meno incerto ma che le avrebbe per sempre mortificato quella sua energia fatta di sogno e di passioni, divampanti e fugaci come il fuoco che brucia nel vento.
Aveva lo stesso fascino di tutto ciò che sfugge alle regole, che viene intuito in qualche modo come peri-colo per la stabilità del nostro precario mondo fatto di schemi stretti talvolta, rassicuranti sempre.

Era il richiamo dell’inferno nell’angusto paradiso di chi non si era mai posto domande e non conosceva che poche, ma indiscutibili, risposte.
Quando ancora entrava in chiesa, era un pugno nello stomaco debole di una morale di paese, il contrasto che suscitava la sua presenza di Maddalena senza pentimento sotto lo sguardo pietoso di quel Cristo croce-fisso, il solo che sembrava guardarla con dolcezza e senza cattive intenzioni. Anche il prete, dall’altare, l’aveva una volta fulminata con lo sguardo di chi, allo stesso tempo, biasima e teme.
Più volte lo scaccino, passandole vicino, aveva abbozzato il triste tentativo di stazzonare, con il pretesto di un valico insufficiente, e ancora aveva tentato di toccarla, rimasti soli, quando lei aveva portato l’offerta annuale per la cera, com’era usanza il giorno di San Silverio, patrono del paese.
Ma lei si era difesa come un felino in pericolo.
La volta successiva che si era presentata in chiesa era stata cacciata come si caccia un gatto nero, lei fiera, aveva sputato per terra, e non si era fatta più viva .

Questa era la Margherita che conoscevano tutti, ma Margherita, a modo suo, sarebbe stata una donna dolce, amava disperatamente la vita in tutte le sue forme ed aveva conservato ancora lo stupore fanciullesco per molte cose. Restava incantata dinanzi ai flutti del mare che si squassavano tra gli scogli, trasformandosi in una bianchissima spuma vaporosa che inondava l’aria di salsedine; seguiva con occhi persi il volo dei gabbiani fino alla vertigine, fino a sentirsi risucchiata in quella scia di volo. Restava per ore sugli scogli a pe-scare e sapeva anche essere allegra quando parlava con Angiolina, donnina bizzarra e stravagante, e Peppe, il compagno di questa, mai voluto sposare, che spesso la invitavano a casa loro, specie durante le feste e a lei, che ormai era rimasta sola, sembrava di essere in famiglia. Beveva un bicchiere in più di buon vino rosso che le si accendeva sul viso e gli occhi le brillavano come quelli di un bambino il giorno che giungono inaspet-tati doni.
Anche Angiolina beveva qualche bicchiere di troppo e cominciava a cantilenare filastrocche sotto lo sguardo incuriosito e ammirato dei due figli ancora bambini e di Peppe, un buon uomo rubicondo che il mare ancora non aveva essiccato come gran parte dei pescatori che avevano muscoli come il fasciame calafatato delle barche.

“Non ti innamorare del figlio della luna
Di tutte il cuore piglia e non lo dà a nessuna
Della madre ha il suo candore
Quel che a te pare non è il suo amore….”

E rivolgendosi alla sua ospite: “Margherì ma tu non lo senti il vento cantare?… Stai attenta a te!”
E rideva fin quasi allo sghignazzo con i suoi capelli ricci e arruffati che facevano da cornice a quel suo vi-so singolare e bizzarro.
Margherita abbassava lo sguardo e quasi le sembrava di sentire un brivido, come una nostalgia per qual-cosa di indefinito, come per qualcosa vissuta, conosciuta in un tempo lontano, forse chissà in un’altra vita, uno struggimento per un evento che continuava a sfuggire proprio quando sembrava prendere forma, ma lei sapeva che un giorno tutto sarebbe stato chiaro e quella sensazione finalmente decifrata.
E contava i suoi giorni di maggio vagando scalza tra gli scogli in cerca di erba corallina, perché lei conosceva i segreti e i poteri curativi delle erbe.

L’acqua, ancora fredda, cristallina gorgogliava appena tra fessure ed anfratti, piccoli granchi si arrampi-cavano goffi, con traiettorie incerte, su protuberanze scivolose, l’orizzonte di un blu intenso era fermo e deli-neava in modo netto lo spazio più lontano.
Immergendo le mani a pelo d’acqua, Margherita non aveva pensieri, perché quando si è in compagnia del mare non si ha altro pensiero che il mare.
Fu mentre affrettava il passo verso la casa della vecchia Teresa, di cui si prendeva cura in cambio di un ben accetto ringraziamento materiale che la vecchia le lasciava su un comodino, che incontrò per la prima volta Férnand e ne fu catturata dal sorriso che la ringraziava per l’indicazione che gli aveva dato .
Lei restò a guardare, lui sparì nella penombra polverosa della stradina che svoltava.

Si imbatté in lui due sere dopo mentre avrebbe dovuto tornare a casa e invece si trovò a seguirlo verso la scogliera, presa al laccio dal suo accento francese. Sembrava che tutto quello che dicesse avesse echi lontani.
Margherita guardava le sue labbra muoversi ed aveva lo stupore di chi per la prima volta sente parole, gli occhi di Fèrnand sembravano avere il riflesso di mille mondi sconosciuti e il colore di mari solcati con ogni tempo, di cieli brulicanti di stelle e di tempeste.
Lei alzò i suoi occhi verso il cielo mentre la mano di lui le misurava con gesto lento i capelli fino alle punte estreme, solo allora si accorse che c’era la luna piena che ora si protendeva sul viso quasi a spiare la sua vertigine. Riabbassò gli occhi e vide baluginare in quelli di Férnand pagliuzze dorate che erano promes-se, come spighe di grano sulla terra prospera. Incontrò il calore bagnato della sua bocca che le indicò la stra-da per perdersi e non tornare indietro. Il viaggio dei due, avvinti nello stesso ritmo di respiro, sembrò eter-no,di quella eternità dolce ed umana che forse sola ci commuove dell’esistenza di un nostro simile , oltre allo sguardo disarmato di un bambino.
Si alzò una lieve brezza di vento mentre gli scogli avevano il colore del piombo nella prima luce dell’imminente albeggiare, quando Margherita e Fèrnand si lasciarono.

Poi Margherita tornò altre volte verso la scogliera e dimenticò di contare i giorni, finché non venne il giorno che Fèrnand le annunciò la sua partenza. Lacrime e rabbia salirono agli occhi di lei e quando lui le si avvicinò per attrarla a sé sentì un calore bruciante nel basso ventre e vide, rossa del suo sangue, la mano di Margherita che atterrita gettò via il coltellino con cui stava tormentando la corteccia di un albero.
Passò il tempo e Margherità sembrò deperire, non era più la stessa, ogni volta che c’era la luna tornava verso la scogliera, tra le lacrime implorava perdono e chiedeva, guardando verso il cielo chi sola sapeva, la sua unica complice di far tornare Fèrnand.
Ma Fèrnand non tornò.
Una notte era la quinta di luna, i pescatori si agitavano traendo aruspici negativi per il tempo futuro vi-sto che imperversava una tempesta; Margherita si avviò quasi inebetita verso il mare; mentre camminava come un’ubriaca, sballottata dalle raffiche, nel delirio tempestoso di vento e di pensieri le sembrò di risentire la voce di Angiolina come un terribile sghignazzo - “…Non innamorarti del figlio della luna…non innamo-rarti..!”.
Nessuna la vide tornare, quella notte né mai, qualcuno sostenne di averla vista sparire, inghiottita dal buio presso lo scoglio nero che ora chiamano”lo scoglio di Margherita”.

Francesca Borgogna




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