Marina Corona: L'ora chiara
Jaca Book, Milano,1997,
pp. 112, L. 20.000


Avevo iniziato a scrivere questa recensione prendendo diligentemente appunti dalle poesie che più mi piacevano man mano che le leggevo, ma fino a metà libro e un poco oltre avevo la sensazione di non andare molto lontano. Conoscevo il lavoro precendente di Marina Corona (Le case della parola, I Quaderni del Battello Ebbro, 1993) e potevo agevolmente misurare la distanza percorsa da quella prima raccolta. Ma volevo qualcosa di più: cercavo lo scatto del verso che fa dire al lettore: ci siamo, è stato raggiunto il luogo da cui le parole sgorgano come immagini e ritornano come significati, il luogo dove l'ispirazione può sempre tornare a guardarsi allo specchio e riconfermare i propri tratti. Infine, all'inizio della quarta parte, nella poesia intitolata Alla morte, l'ho trovato: "Un ramoscello d'ulivo splendeva caduto / a terra, e splendeva". La ripetizione di quel verbo, mi è sembrato, non veniva né dal mestiere né dalle letture, ma dalla necessità. Mestiere e letture sono abbondanti nelle prime tre sezioni, spesso con buoni risultati, ma si affievoliscono entrambi al suono di una voce più imperiosa, quella che nella quarta parte fa dire all'autrice che "talvolta le case dei morti brillano / come lanterne / nell'universo buio" e che "il vento / non arretra e io nel cortile ero l'orfano / e tutto lo tenevo nel baschetto a visiera / che mi storpiava gli occhi", e che "c'è quel sonaglio perduto fra le stelle / nel punto esatto".

Nelle poesie di Marina Corona la distanza tra terra e cielo è impercettibile, l'universo è così prossimo al soggetto poetante che astri obbedienti scrivono il suo nome "nella polvere delle galassie" perché un "tu" lo possa ripetere, costellazioni raggrinziscono sulla punta delle dita e un mandorlo "si ostina a vegliare l'universo". La conclusione della raccolta potrebbe figurarne come l'epigrafe: "io abito in quarta figura con queste mani / cadute questo sparo alle spalle". Alla luce di questa conclusione che non conclude nulla, anzi che apre, è possibile ripercorrere i segnali che il libro aveva già disseminato. C'è una "storia di due città" (Milano e Roma) che viene raccontata; e di trasferimenti costretti dalla "forza invincibile dei sandali". C'è un passaggio di consegna tra madri e figlie, figlie che diventano madri e figlie che chiedono alla "madre giullare / madre guitto / madre poeta" di cantare "il passo mancato" e "la strada caduta". Ci sono omaggi accuratamente collocati (Celan il più lontano, e direi Carifi il più vicino), ma c'è soprattutto l'impossibilità genuinamente lirica di far adagiare il verso in qualunque narrazione pacificatrice. Come può il tempo distendersi in una sequenza, se in queste poesie tutto quanto continua ad accadere (e a cadere) allo stesso tempo?

Alessandro Carrera


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