Matteo Fantuzzi - La terra mandata per posta agli abitanti dell'Adige:
inedito.



sto prendendo un treno per tornare a casa :
non è che io lì ci sia nato (o trascorso l'infanzia)
ma ecco: c'è un prato. e l'oceano
davanti e prima di sposarci - era maggio
mi sembra - ci eravamo un po' stati in campeggio.

faceva.caldo e tu te [ne] rimanevi a bagno
un po' sempre ed io stavo lì sopra il prato e guardavo:

- mentre. io ti guardavo.
[distante].

- ed ora che sei morta me ne torno qui
dove ancora tutto il mio ricordo è
rimasto : tu esci dall'acqua e ti siedi al mio fianco.


i vecchi non servono. li gettano nelle discariche come oramai uso del pensiero moderno.
ognuno però nel contempo mantiene il suo posto. il suo spazio. come si conviene ai più sani principi
della differenziazione degli scarti sociali:
- circoli arci alle masse maschili: coperti di carte a dormire poi scuotere il capo:
che si stava meglio quando si stava peggio o quantomeno a quei tempi
- che mica l'avevo il bastone ai miei tempi e giocavo anche a calcio che ho fatto i provini da
giovane io pure col Vado e oramai mi prendevano, giocavo terzino sulla fascia destra che una volta il terzino mica se ne andava all'attacco come fanno adesso se ne stava fermo in difesa a marcare la
punta o una qualche mezz'ala
che poi sarei ancora un leone. che se poi non m'avessero detto che ho
'sto tumore al polmone. che mi fanno prendere tutti 'sti farmaci:

- guarda una corsa di dietro al pallone ogni tanto io potrei ancora farla che guarda se poi metti
il caso qualcuno di quei giovinastri si mettesse a ridere gliele darei io. ma di santa ragione. anche se
poi mi capita vedi. mi senta ormai stanco. davvero:
- che me ne vado al bar. che non trovo qualcuno. e mi dicono che si è accasciato vicino alla piazza
che c'era il mercato o che l'hanno
trovato a guardare la televisione riverso in poltrona che non c'era ormai nulla da fare:

allora io sto male. davvero. sono stanco di attendere gettino via anche me come un auto sfiancata
che la mia non la posso nemmeno toccare
ché sono troppo vecchio. ché me lo hanno detto i dottori. che tanto poi io poi già lo sapevo:
l'altro giorno poi sai. ho rivisto quel vecchio cantante alla televisione. e
- mi sono arrabbiato. che ci sono vecchi rifiuti più nobili che di tanto in tanto poi riciclano.
- ma noi. che una volta eravamo operai, casalinghe o quant'altro di simile nessuno (oramai...) si preoccupa.

storia delle differenze tra i matti poi noi brava gente comune
vestita Oviesse completo olivastro e comincia a quadretti per soli 262 euro:

io ho 2 mani,
poi ho 10 dita. anche tu altrettanto poi quando mi muovo capisci
che sono uno storpio ma se non accade tu [forse, davvero] non pensi altrettanto

così quando dormo:
che mi sogno in seno a mia madre.che sono vecchio, o inchiodato
alla sedia, ma io sono un quadro: - sono un'opera d'arte

[Berthe Morisot - La culla, 1872]

cara [...] hai pensato alla nostra
comune risposta ?

.al progetto di transito cofinanziato
dall'ente statale preposto [nonché alle]
realtà del luogo? li hai risolti i problemi
di cui mi hai parlato? ora ti guardi allo
specchio? adesso [realmente...]
.allo specchio, ora. poi ti ci guardi?

Nota alle poesie inedite di Matteo Fantuzzi (la terra mandata per posta agli abitanti dell'Adige)

Matteo Fantuzzi, giovane poeta da qualche tempo entrato felicemente nel mondo della scrittura, attua in questi tre testi, come del resto in tutta la sua produzione, una forza centrifuga che scompone e rompe la trama per ricomporla poi, trasfigurata, nella inevitabile sedimentazione. Ne risulta così un esito efficace, relativo alla messa in scena della realtà di oggi; un punto di vista originale che strizza l'occhio a certa prosa statunitense delle ultime leve ( vedi, ad esempio, il Dave Eggers di "L'opera struggente di un formidabile genio").
Fantuzzi agisce con la dinamica del caleidoscopio, all'interno del quale "ci si può specchiare" nella prima persona singolare come in quella plurale, "collettiva".
Si veda, a tale proposito, l'inizio del secondo testo, che inizia così, i vecchi non servono. Li gettano nelle discariche come oramai uso del pensiero moderno. //... o anche l'attacco della prima composizione, dove Matteo dichiara: sto prendendo un treno per tornare a casa : / non è che io lì ci sia nato (o trascorso l'infanzia)....
In entrambi i casi l'autore getta sul foglio una situazione / sentenza che fa di lui stesso una sorta di "saggio prematuramente cresciuto". Egli si vede ruotare attorno alle proprie radici, che sono poi le radici ataviche e terragne della pianura emiliano-romagnola. I pensieri e l'ironia sono entrambi al fulmicotone e in essi è racchiuso non il tesoro dei padri, bensì quello dei nonni. Ne deriva allora una trama fittissima di rimandi a una vita minimale, di tutti i giorni,
(... il terzino mica se ne andava all'attacco come fanno adesso se ne stava fermo in difesa a marcare la punta ..., oppure; ... che se poi non m'avessero detto che ho
'sto tumore al polmone, che mi fanno prendere 'sti farmaci: ...)

in cui l'uomo si muove e recita la propria parte, ma secondo un registro frammentato e del tutto romanzesco, come appunto risulta dalla commedia umana nel suo nocciolo tematico ancora immarcescibile e suggestivo.

Gianfranco Fabbri

Matteo Fantuzzi è nato nel 1979 in provincia di Bologna, dove tuttora risiede. Numerosi i premi conseguiti sia in ambito poetico che teatrale. Tramite progetti internazionali e pubblicazioni su riviste specializzate le sue opere hanno raggiunto in questi anni una decina di paesi stranieri.

Gianfranco Fabbri è toscano di nascita, ma vive da molti anni a Forlì. Ha pubblicato cinque raccolte di versi (fra le quali "I ragazzi del Settanta", Campanotto, 1989 - "Davanzale di travertino", Campanotto, 1993 - "Album italiano", Campanotto, 2002) e un breve romanzo, "Jennifer", presso Fernandel di Ravenna, 1995.


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