Antonio Spagnuolo: cinquant’anni di poesia
Da “Ore del tempo” (Intelisano ed.) del 1953 a “Corruptions” (Corruzioni) che vede la luce nel 2004 nell’edizione bilingue di Gradiva di New York (traduzione e nota introduttiva di Luigi Bonaffini), l’attività poetica del medico napoletano Antonio Spagnuolo, nato nel 1931, copre l’arco di un cinquantennio con una ventina di pubblicazioni, più un paio di testi di narrativa e altrettanti di teatro. Arduo quindi tentarne una ricognizione articolata. Sandro Montalto, che recentemente alla poesia di Spagnuolo ha dedicato un intenso saggio, e Massimo Pamio, che nel 1991 su di lui ha pubblicato un libro, hanno dovuto ritagliarsi una tranche sulla quale concentrare la propria analisi. Se poi consideriamo, come recita l’exergo da Hölderlin posto in apertura del recente “Corruptions”, che “Il poeta è una creatura silenziosa, non parla…”, o meglio è obliquamente che parla, vediamo ancora di più come il compito sia difficile.
Montalto considera di svolta la raccolta “Ingresso bianco” (Glaux, 1983), nella quale si viene precisando la triade fondamentale della poetica di Spagnuolo, uomo-parola-mondo. E con essa la vocazione gnoseologica del suo fare letterario, nel quale il raziocinio andrà acquistando un peso specifico maggiore rispetto al lirismo. La molla propulsiva non sarà però il possesso definitivo d’una verità, ma, socraticamente, il dubbio, l’assenza d’ogni certezza.
Raziocinio non significa astrattezza/astrazione (anche se per Montalto nella poesia di Spagnuolo c’è qualcosa di etereo che ricorda la musica di un Alban Berg). Infatti nello spazio geometrico tracciato dai versi va a collocarsi, nella sua piena materialità, il corpo, con l’uomo che diventa cosa fra le cose. Un uomo in stretto rapporto con gli altri, con l’Altro al quale è legato dallo sguardo (per dirla con riferimenti sartriani). Il “tu” che pone in relazione all’altro diventa più evidente ancora (di contro all’“Io” delle prime raccolte) in “Le stanze” (Glaux, 1983). Come poi sottolinea Montalto, il testo stesso sembra diventare un corpo da notomizzare, un “corpotesto” fatto di “gestoparole”, cioè di espressioni, frasi o parole, racchiudenti una complessità, una co-implicazione di significati. Valga l’esempio del termine: “atropica”, che richiama e l’atropina usata in oculistica, e la farfalla gozzaniana, e Atropo che recide i fili della vita, e apotropaico come ciò che salva.
Con il riferimento all’atropina possiamo allora ricordare un altro elemento fondamentale della scrittura di Spagnuolo, l’uso di termini medici, derivati dalla sua professione “ufficiale”, che, come nella pratica della neoavanguardia, fa esplodere il testo in direzione extraletteraria. Un’implementazione linguistica che, nel momento in cui arricchisce il lessico poetico, sortisce pure un effetto di straniamento, che costringe a vedere il mondo in modo nuovo. Felice Piemontese, in un articolo relativamente recente su “Il Mattino” di Napoli, passava in rassegna i medici prestati alla poesia, con particolare riferimento al Nostro. Nel poemetto “Sim/patologia ossessiva”, contenuto in “Dieci poesie d’amore e una prova d’autore” (Altri Termini, 1987) leggiamo: “Scampa l’ultima infamia, dal mucchietto di leu[co]citi / appaiati, / la maschera errabonda s’era grigia svanita per / lunghissimi termini elettroscarda festose ematùrie / finge ematomi nel sentiero incredibile, soddisfatto / guarda il suo sbaglio che paura tende alle meningi / dura svetta l’aurora al pericardio aggiustando mani / sventurate in gastrosuccorrea” (un esempio di quello stile che Montalto definisce non difficile ma “complicato”). L’approccio scientifico lo ritroviamo anche, in queste pagine, nel ricollegare la memoria non scontatamente all’anima (come sarebbe normale per la poesia), ma al cervello, suo sostrato corporeo, con riferimenti espliciti, poi, all’area di Broca, non a caso quella deputata alla produzione del linguaggio.
Non si può tentare un campionario dei motivi di Spagnuolo senza far riferimento a un eros, coniugato strettamente, in “Fogli dal calendario” (Tam-Tam, 1984), a thanatos: il “tu” di cui parlavamo si incarna dunque in una costante presenza femminile, che coinvolge e sconvolge nella dimensione del sesso. Come è evidente anche in “Candida” (Guida, 1985), nel cui titolo opera una delle caratteristiche condensazioni di Spagnuolo, mettendo insieme e un’opera di Bernard Shaw e la nota infezione da funghi dovuta alla pratica sessuale (come sempre Montalto fa notare). Si fa strada, così, il tema della malattia, e della vecchiaia, rispetto alla quale l’eros svolge una funzione terapeutica, di autoconservazione contro l’autodistruzione di thanatos, proprio nei termini in cui Freud analizzava tale rapporto in “Al di là del principio di piacere” del 1920.
Vecchiaia vuol dire tempo che passa. Ciro Vitiello, in relazione alla poesia di Spagnuolo, parla allora di una “vicenda metatemporale come schiacciata sotto una pressa”. Spagnuolo chiama in causa direttamente Proust, riflettendo sull’inconscio come magazzino dei ricordi. (Come mette in evidenza Maffia, la poesia di Spagnuolo si muove fra istanze logiche e dimensioni irrazionali, e il grande scrittore Mario Pomilio ha parlato di preconscio, prelogico: come a dire una parola che vuole scavare prima delle parole). Nel “Pre/testo” posto in apertura a “Dietro il restauro” (Ripostes, 1993) il poeta napoletano parla, freudianamente, junghianamente, di “simboli che giungono dal passato” e dei quali non è facile cogliere il significato. La poesia va collocata in relazione all’inconscio o, il che è lo stesso, all’eros. Se esso, come abbiamo visto, è una difesa umana, troppo umana nei confronti del male e del dolore (come in un D. H. Lawrence o in un W. Reich o, da noi, Moravia) non è escluso che si tenti la via, ardua, della fede, anche se senza fideismo e, al contrario, con una forte carica problematica.
“Io ti inseguirò. Venticinque poesie intorno alla Croce” (Luciano ed., 1999) riflette poeticamente intorno al corpo stesso di Cristo sulla croce quale crogiuolo di sofferenze. Montalto considera insincera questa fase di Spagnuolo. E qui mi permetto, pur da laico, di allontanarmi da lui: anche nelle successive raccolte ritorna un richiamo non acquietato, e non soddisfatto, a dio (l’“Iddio” dell’ultima raccolta, “Corruptions”). Fermo restando la veracità di un cammino tormentato che procede attraverso il dubbio, è però evidente che non è il Verbo della Verità posseduta ad attrarre maggiormente Spagnuolo, quanto la parola della continua ricerca, come testimonia il titolo della penultima raccolta “Rapinando alfabeti” (L’assedio della poesia, 2001): un ulteriore tentativo di rialfabetizzare la realtà (perché, come dice C. Vitiello, il poeta non si limita a dire la realtà, ma la crea; ciò che in generale si può affermare del linguaggio, e di quello poetico a maggior ragione). La parola si impone dunque contro “il silenzio, il disastro del senso”: allora, “il fragore delle parole”, con le quali “Azzannare la nebbia”. Un pericolo sempre incombente, quello del silenzio ma anche, in altro senso, come hölderlinianamente abbiamo visto in apertura, una vocazione per la poesia , che ritorna pure nell’ultima raccolta, nel pieno di un vortice erotico: “Il silenzio apre l’aria che avvampa nei tuoi gesti. / Vano / il vocio d’ogni palpito cerca nel tempo altri sguardi, / accanto a quei ricordi che saziavano il sangue”. Il che ci sembra anche una bella condensazione dei motivi della poesia di Spagnuolo quali abbiamo tentato sommariamente di delineare fin qui.
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