Un padre non lo si ama
che per dettagli, per strappi e mai
troppe sono le carezze
(Stefano Raimondi)
“La città dell’orto” di Stefano Raimondi è forse uno dei libri di poesia più belli e intensi che mi sia capitato di leggere ultimamente. Un libro di quelli rari che, come scriveva Francio Bacon non vanno solo assaggiati, né tanto meno divorati, ma masticati lentamente e poi con calma digeriti.
La città dell’orto è un libro autentico e vero, sincero direi, un colloquio dell’anima in cui la poesia si fa racconto e preghiera, e che, come diceva Montaigne non descrive l’essere, ma il passaggio: non un passaggio da un’età all’altra, ma di giorno in giorno, di minuto in minuto, nel suo segreto semplice. Versi scritti di notte, nella Milano dei Navigli, al centro il dolore per la malattia e la perdita del padre. Versi che accompagnano per mano, che si riconoscono e che smuovono a commozione. E proprio le poesie per il padre sono quanto di più alto e sublime Raimondi ha saputo regalarci con questa preziosa silloge edita dalla Castelgrande “Padre / che inventi che m’inventi, salvati / anche tu con la penombra. // La tua tosse sposta / l’ultima ondata del mondo. Fuori / è finito il maremoto. Ora / mi potrò bagnare…// … e adesso passa / passa anche tu / se vuoi (p. 26). Un libro che si legge come un romanzo, fatto di un legame silenzioso, coltivato di notte nelle lunghe veglie, fatto di “abbracci d’osso”, di preghiere, rimpianti, perdono, pietà e resurrezione. Poesie in cui emergono tutte le contraddizioni, le fragilità e le incapacità talvolta di essere padre e di essere figlio, ma anche la consapevolezza che passa come anello di congiunzione attraverso la metafora della città dell’orto “se qualcosa ci ha uniti è un’idea di città e non altro”. Milano, padre e madre insieme, che genera e che è generata. Milano “che vive di incroci e di ponti contati senza fiato, fatti senza reti, senza mani, dove le cose crescono serrate” ma dove “anche qui crescono le magnolie ma strette nei cortili cagliate nelle ombre delle grazie. Vederle è trattenere il respiro è farlo di nascosto”.
Un libro sulla morte, che racconta il “miracolo” della vita. Quello dei ricordi, della memoria, delle promesse, del perdono. Bisogna passare attraverso il fuoco per purificarsi e “il compito del fuoco ora/ non è di ardere ma di guidare”.
Un percorso di sangue e carne, doloroso e obbligato, ma è nel “riconoscersi” la pacificazione “ti curo come se fossi il mio alfabeto”, il fondamento della vita e dell'intelligenza “perché la resurrezione dell’acqua passa dalla fonte”.
Custodiremo, insieme, tutte le ombre
tutte le solitarie guerre dei respiri.
Ci metteremo vicini come
in un’acqua di riso ad intonare
le seti e le carezze lunghe dei perdoni.
Gli incanti passeranno da qui
come una distesa di ulivi
prima che sia tutta bassamarea
prima che i sogni vengano
a scolpirci le ossa
(da La città dell’orto, p. 110)