Mauro Ferrari
Nel crescere del tempo
(Con illustrazioni di Marco Jaccond dal titolo Salpare-arenarsi)
Ed. I quaderni del circolo degli artisti
Faenza, 2003. pp. 120. s.p.i.
Nel crescere del tempo è un volume di riflessioni che non lascia indifferenti, nel suo tono a volte criptico ma sempre impregnato di emotività e dubbio. Nel suo tentativo di elucidare un destino umano in comune, fin dai primi testi crea un deciso punto di contatto tra scrivente e lettore. Sono poesie in cui si sente lo sforzo di capire il reale, di coglierlo verbalmente nella sua aleatorietà. Ne risulta una raccolta densa e verbalmente fitta di immagini che scorrono quasi senza prendere il fiato. Il lavoro poetico di Mauro Ferrari si è mosso, in questa raccolta, verso una meditazione su questioni esistenziali che partono da un’osservazione del tangibile quotidiano occupante lo spazio tra il nascere e il morire. La scrittura è “l’anello che ci lega al vortice del tempo”. I suoi contenuti, invece, offrono la resa verbale di quanto occupa lo spazio “fra l’utero che si contrae”, dunque la nascita, “e il chiudere del marmo”, la morte (p. 111).
Ferrari rapporta queste osservazioni, soprattutto del corpo e dei corpi, individuando nessi metafisici a partire da connessioni verbali. Il significato, in altre parole, è dato dal rapportarsi delle parole, da come le immagini rappresentate interagiscono tra di loro. In Pensarsi liquidi, il testo che apre la raccolta, l’autore elabora una coinvolgente visione di “forme solide”, di consapevolezze fatte di colpi di spigoli, proiettate su uno “sfondo” storico, magari fittizio, e che però dia una ragione all’essere e all’essere umani. Liquidi e spigolosi, i corpi si mescolano. Leggerne il fluire nel tempo è fondamentale anche nella soggettività interpretativa degli eventi: “ma nulla accade in nessun tempo”, dove “la scia di vita in una sempre notte / di chi non vede ma ha presagi”, è la stessa, forse, di “quei Lavori in corso - / invisibili, incomprensibili per chi abbia vita di galleria / e un altro tempo dentro il petto” (p. 71).
Resta il dubbio sull’adesione a questa convinzione che solo partendo dal corpo, anche nei suoi aspetti organici, invisibili all’occhio, si comprenda il significato dello sviluppo dell’esistenza. Si leggano questi versi: “s’affonda questa barca piccola / che il sangue appesantisce / di peccati urlanti o tremuli / e sa che non c’è fondo, / [...] ma solo un premere di corpo / inutile senza un baratro che, divorando, fonda” (p. 73). La continuazione di questo testo si trova alcune pagine dopo, in un’immagine che va rapportata a quanto la precedeva: “E pensami sul fondo, / scagliato nel vibrare dei cieli” (p. 99). Le visioni del corpo si susseguono come dubbioso strumento di percezioni dell’oltre. Il vivere è comparato a un precipitare in un fondo di carne (“sa che il fondo è carne”, p. 79), come se non ci fosse dialettica, bensì solo conferma del simile attraverso il simile (carne con carne, spirito con spirito).
Scrittura e evidenza fisica sono poste in simbiosi in una geografia di segni tangibili alla vista, ma anche immaginabili, nella loro assenza (“e voce e corpo sono voce e corpo / di indelebili mancanze”, p. 81). La coscienza è un interrogativo difficile da sondare, se si pensa alla fissità statuaria che a volte prende il corpo che guarda e all’assenza di pensiero che questa fissità sembra comportare (“un occhio volto all’orizzonte, / di statua silenziosa e mesta / che contempla come cosa fatta il mare”, p. 82).
Crescendo, il tempo preme, e la memoria evoca ricordi come “ferite antiche”. Si legga a pag. 83: “e affondando la mano a disseppellire / anni sbiaditi di polvere, / è un affiorare stento di reperti, / licheni che inverdiscono / i ricordi per cui l’inverno non è mai”. Nel generale “crescere nel tempo” conta la quotidianità fatta di sensazioni fisiche immediate (“Non sento / più che freddo alle caviglie”, p. 84) e di osservazioni visive ed auditive (“voci intorno vanno e vengono, / ardono mozziconi e passi di donne fra le stanze”, p. 85). Sono aspetti dell’esistenza che mantengono vive sia le nostre aspettative che la nostra percezione dell’altro da noi: “Semplice e inspiegabile, ma è quello, / solo e soltanto, che avevi atteso / dagli occhi e dalla vita” (p. 85). Si coglie pure la percezione del vivere come un confrontarsi continuo con la nostalgia di un ipotetico eden, “un idillio perduto” (per citare parte del titolo del testo di p. 91), dove è probabile un desiderio di “una ricerca questo nostos ad un’atlantide / da qualche parte in qualche istante / altrove o qui magari / qui dietro quell’angolo che ride / nell’ombra che ripiega su stessa / o capovolta sulla rétina magari, p. 91).
Nel crescere del tempo è una raccolta valida, interessante, ricca di osservazioni sentite e frutto di una ricca ricerca interiore, esposte con una discorsività ricercata, anche se forse non sempre del tutto fluida, ma comunque evocativa di pensieri e riflessioni sul significato del nostro esistere.
Victoria Surliuga
Rice University
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