La prima raccolta di versi di Vincenzo M. Frungillo, Fanciulli sulla via maestra (Palomar, Bari, 2002) si presenta strutturata su un asse organizzativo coerente e sapientemente meditato, riscontrabile nella articolazione in sezioni (5 sezioni) in cui i testi risultano suddivisi; essa delinea un percorso di crescita che conduce alla scoperta di un fondo amaro e disilluso dell’esistenza, spazzato dall’ala gelida di una ironia di ascendenza romantica, meta della progressiva sbucciatura che l’io lirico subisce di tutte le maschere che abitualmente lo separano da una misura di heideggeriana autenticità. La poesia di Frungillo si fa voce paziente e discreta che fa da guida ad un cammino umano, in cui “la sola compagnia” al pellegrino dei giorni è data dalla “vergogna” di una “decisione mai presa” (Dalla città spaziale, p.104); voce che vale come contrappunto e commento ad un’odissea attraverso le molteplici sfumature del bianco, colore di alta densità simbolica che balugina per l’intera durata del libro. La sua ispirazione perimetra un’arida e ostile “terra prosciugata” (Chott el-Jerid, p.79), tra laghi “di sale” ed acque che scorrono “senza sorgente”, topica trasfigurazione di un mondo ridotto ad ammonticchiarsi di parvenze e simulacri, in cui si intravede l’ombra dell’eliotiano ‘cumulo di frante immagini’, raspando in mezzo al quale la coscienza poetica occidentale da quasi un secolo è condannata a nutrirsi. In tale ricettacolo resta all’autore la speranza, seppure sommessa e sempre appena accennata, di uno stupore miracoloso, una vertigine redentrice che l’apparizione della figura femminile viene a concedere come una grazia. Il tratto dominante di questa poesia è probabilmente nella capacità di scavare tra le pieghe del vivere, anche quelle più usurate e in apparenza scontate, per rinvenire sorprendenti rivelazioni dietro la patina di ciò che all’occhio comune appare ovvio e privo d’interesse: rintocchi del vuoto e dell’assenza di senso, oppure lampi di meraviglia che vestono il reale di un’aura fiabesca, che caricano di mistero e magia un mondo altrimenti del tutto reificato, recuperando la peculiarità più schietta e sempre rimpianta della fanciullezza. Le note più intense si hanno tuttavia nella registrazione dell’assurdo che irrompe tra le abitudini più rassicuranti, tra i gesti più elementari, cogliendo accensioni metafisiche in un semplice gioco di bambini, che si rovescia nella “scommessa” sempre persa da ogni uomo e traccia dell’hazard mallarmeano: “se questo pesce rosso nella palla di vetro / fa un ultimo giro... io muoio” (Il castigo, p.108); quasi inquietante, in tal caso, l’effetto che il ritmo giambico e scandito imprime al novenario, modulando il ritornello infantile secondo un’accentazione sentenziosa, che rovescia l’innocente occasione ludica in profezia allucinata e stranamente stravolta. Il perturbante freudiano si apre varchi nel tessuto del quotidiano attraverso l’immagine della “pietra di sale contro gli occhi” (Sonnecchio, p.27), dando voce a quella radice di assurdo, a quel grumo non razionalizzabile dell’esperienza che irrita e disturba, che mette a repentaglio i magri recinti delle certezze di sempre, scoprendone con un lampo di trauma inaspettato tutta la fragilità; analogo effetto scaturisce dall’incubo dei “topi sotto le lenzuola” (Dalla città spaziale, p.104), che evoca subito un’immagine di Milo De Angelis, altro modello determinante per l’autore: ‘Il lupo è ancora sotto la coperta / e occorrono mille domande per capirlo” (I suoni giunti, nella raccolta Millimetri). Frungillo matura singolari esiti di alterità dello sguardo, quando scopre un risvolto segreto che gli oggetti più usuali assumono alla sua percezione solcata da illuminazioni improvvise; egli penetra la superficie delle cose e scardina il loro di nuovo montaliano ‘inganno consueto’, sa accedere a una verità sommersa al di sotto delle normali apparenze, la lascia emergere per sfiorarne il segreto e quindi la osserva dissolvere come dinanzi al volo di una farfalla, ma solo per inseguirla ancora. Un’essenza di mistero si manifesta ad esempio nell’avventura di scoprire l’immobilità del fogliame in fondo a un viale, il suo permanere “grigio / nonostante il sole” (Sanguina l’ennesima fratellanza, p.81); l’autore esplora i luoghi della percezione meno frequentati, meno contaminati dall’attenzione della folla, va a caccia di attimi miracolosi muovendosi lungo la “parte deserta della scogliera” (Il più piccolo paese...,p. 116), o ancora accoglie le epifanie del vuoto tra le maglie consunte della realtà più spicciola, quando ascolta il “tratto di vita / che collassa nel quadrato della stanza” (Due nomi in una stanza, p.111).
La città si eleva ad emblema di qualcosa che oltrepassa la propria semplice definizione materiale, per farsi paesaggio della mente sul quale aleggia un oscuro sentore di “minaccia”, che si declina in immagini dalla potenza simbolica icastica e allucinata, dominate da un presagio di misterioso eccidio che forse solo la parola poetica ha facoltà di sventare, cercando un “punto” qualunque sulla trama del mondo che “corrisponda ancora a un nome”; chi invece non è risparmiato da tale incombenza punitrice finisce col perdersi nel “fossato del torrione”, a vedere la testa propria e quella degli altri che “girano in tondo”, in una deriva centrifuga e sconvolgente che le scaraventa “su altre linee, altre traiettorie” (La città spaziale, p.102). Altre volte l’autore arriva a identificarsi talmente con la città, ad avvertire fino a tal punto che essa gli appartiene e gli “assomiglia”, da assimilare una “collina” o una “salita” al proprio corpo, il ritmo delle sue “mura” a quello del proprio sangue e respiro, quasi che il mondo esterno si risolvesse in una estensione fisica dell’io, in una idea astratta. Una città che da spazio onirico torna poi ad assumere concretezza, suggerendo il ricordo di Napoli e delle sue magmatiche e labirintiche “strade con troppe sponde”, che paiono ricomporsi e prendere una direzione solo mentre le si percorre, e che sboccano in improvvise “strettoie” in cui si inscenano maliose danze di “fuga” e di “rincorsa” tra le ombre della folla (Dalla città spaziale, p.104).
Attingendo al sottofondo impalpabile delle esistenze, scavando tra gli strati più sottili del vissuto, l’autore dà voce a una zona di emozioni, angosce e pulsioni che in genere restano non dette, o messe tra parentesi nell’accavallarsi frenetico e automatico dei gesti di ogni giorno. Il suo stile mescola, senza preoccupazioni di organicità, squarci e frammenti di una vita cittadina disgregata e sempre più disumanizzata, ripiegamenti della memoria sul filo della propria esperienza biografica personale, slanci apodittici che fissano le conclusioni di un bilancio morale, il cui rilievo non vuole essere intimistico e meramente privato, ma coltiva l’ambizione di trovare condivisione nel lettore, anche perché formulato in un messaggio dalla linea comunicativa piana e accessibile, estranea ad ermetiche contorsioni e fumose acrobazie del senso: “ ‘Si muore.’ / Solo questo acuto prima di sprofondare” (Sanguina l’ennesima fratellanza, p.81; anche stavolta una citazione tra le righe di Eliot, secondo il quale il mondo sarebbe finito non con un boato ma con un gemito). Uno stile che non rinuncia a fantasmagorie espressionistiche, quando ad esempio esce “a rinvenire cadaveri sull’asfalto”, in un “Agosto” gravido di un minaccioso “lutto” incombente (Il bozzolo di un ragno, p.54), o quando la città appare simile a una enorme mosca, che “s’impiglia in un punto d’assenza” (La città s’impiglia..., p.99), catturata in quel luogo immateriale che custodisce la percezione di qualcosa che manca, irrimediabilmente e da tutte le vite, un vuoto che riluce per analogia nel gesto di bussare a una “porta” che non si apre, nell’attendere una “risposta” che non arriva, nella tensione sterile e inappagata verso un sostrato buio dell’esistere, che non si lascia sciogliere dalla parola ma appena intuire.
Se la materia con cui questa poesia fa i conti è ruvida e scontrosa, corposa e concreta, il tocco con cui l’autore la maneggia è invece tanto più leggero, alato e impalpabile, quasi privo di fisicità, come una traiettoria d’uccelli; i movimenti che descrive hanno una levità, una grazia che richiama gli accordi di una inafferrabile dimensione immateriale, intessono ricami nell’aria e poi li lasciano sciogliere, specie nei testi incentrati sulla figura femminile, dotata questa della lucentezza cristallina, della purezza di un sogno amoroso eluardiano: “l’immagine tua all’alba come una manna” (Ci hanno scoperti Bianca, p.86).
Geometria tipica di questa scrittura, suffragata anche dall’epigrafe mandel’stamiana in apertura della sezione Epica del bianco, è il movimento perpetuo dell’oscillare, riflesso dall’andare e venire delle onde del mare, che a sua volta corrisponde all’instabilità degli uomini e al loro incessante destino di mutamento. Ciò è evidente in particolare in Etica del bianco (p.87), dove il mare diventa emblema al contempo, oltre che dell’universale metamorfosi, anche dell’immobilità e dell’immutabilità che fa da sfondo alle vicende mortali della terra. La curva ad arco seguita dal pendolo scandisce inoltre il succedersi continuo e insensato delle stagioni, che tuttavia l’uomo è condannato ad assecondare: il passare di giorni senza niente di nuovo, uno dopo l’altro, impossibili da distinguere, tutti uguali, tutti in fila, in una stanca litania. Ancora un senso di oscillazione è ciò che evoca il ritmo da cantilena infantile di Le stagioni sono inganni (p.127), testo che chiude la raccolta, in cui spesso i versi sono costruiti su coppie di emistichi dalla accentazione speculare, che simulano quasi l’andatura cullante di una catena di onde; tale battito periodico e fluttuante conferisce all’intero destino umano un senso di aleatorietà e incertezza, giacché lo stesso nascere è “sospendere un filo tra pareti senza sponde” (Piedi ancora in fasce, p.109).
Il mito di una “assenza” più volte drammaticamente sofferta nel libro può tanto connotarsi di sfumature ontologiche e metafisiche, quanto far riferimento a una più terrena incapacità di darsi pienamente all’azione, di obbedire ai tanti “laici rosai che predicano il verbo” invece del sogno, di “chiudere il cerchio” che chi vive di parole lascia quasi per condanna inevitabilmente “aperto” (Il bisogno ha polmoni di cristallo, p.95); lo stesso senso di impotenza, di refrattarietà al cieco abbandono al fluire rutilante del vivere riecheggia in Chott el-Jerid, nell’ossimoro di uno “sforzo inerme” necessario all’attraversamento del deserto, ma anche nell’immagine dell’uccello che “sbatte contro la tenda di lino” (Che io avessi indovinato al cura, p.46).
Il tono complessivo che risulta è quello di un mondo guardato da una prospettiva di disincanto per i ritmi di una vita ripetitivi e pedissequi, per il succedersi ebete di una danza di manichini dalla quale sottrarsi, cercare una difesa, un barlume di resistenza e sopravvivenza è concesso solo nell’alveo protetto delle parole, vero fondamento di eticità per l’autore e garanzia di una sua autenticità esistenziale.
Guglielmo Aprile