C’è in queste stenografie di Domenico Brancale un furore irriducibile e presago a bruciare , un’intensità silenziosa a farsi cenere di parole chiaroveggenti , a esplodere nel silenzio.
Sono lampi che richiamano alla coscienza poetica i celebri “fusèes” baudelairiani di “Mon coeur mis a nu”, e che tracciano solchi profondi nella fondazione di questi “Frantoi di luce”, lapilli rappresi nella fragile forma di parole in cui provvisoriamente si raggruma la memoria di un istante: “Non solo io ma pure in cielo qualcosa si rifugia nel volo. Lo strascico d’un lampo.” È il sorgere dell’evento poetico, “questo istante che rimarrà come una traccia sconvolgente” come dice Starobinski lettore di Renè Char ( in Ritorno Sopramonte, Oscar Mondadori, pag.12.).
Un evento di cui il poeta segue insonne la trama con pensieri che premono sulla terra schiacciati dal desiderio e parole che bruciano come fuoco. E infatti terra e fuoco sono gli elementi fondanti di questa poesia , come documentano anche le potenti visioni di Hèrvè Bordas, ancora una volta empaticamente intrecciate al dettato poetico di Brancale.
Visioni di terre e di fuoco. Di cenere e silenzio. Questo è il paesaggio che ci accoglie varcando la soglia poetica e figurativa dei “Frantoi di luce”. Le parole di Domenico sembrano sempre sul punto di esplodere, ora aprendosi delicatamente come un fiore (“La sera che ti ho incontrata non è ancora finita”; “ La carne finisce sempre nella carne”), ora con la sensualità di un sesso pronto all’amore, (Il peso del sonno qui è nullo, si dorme per sfinimento”; “Riposa nel tramonto il bacio che assolve il lamento degli amanti. Sesso nei sassi”; “La luce un tenero flagello che aspettavo la notte, mai stanco disfatto dalle gioie”), più spesso con la ferita tremenda della terra crepata da un movimento interno ad essa e profondo: un terremoto, una colata lavica (“I quaderni che ho scritto sono pagine bianche cavate alla disgrazia della mente”; “Ciò che conta è il contatto. Presto la zappa solcherà le piantagioni dell’anima”; “ Tutto mi squassa . Vivere per il sole”; “Cade il monumento della vita. A valanga! A valanga!”). Non sorprende dunque la loro consistenza magmatica, la loro lentezza rappresa nella pronuncia, densa e argillosa, incapace di sciogliersi in liquida leggerezza, in aerea sospensione. Fuoco e terra. Sembra di assistere allo spettacolo di una montagna che lentamente si sgretola franando a valle. Ma l’evento è il silenzio assoluto, sublime, che precede il crollo. Così è questa poesia, che cerca nel silenzio la sua esplosione , nel torbido della parola, nelle sue ombre, l’attimo folgorante di una limpidezza remota .
“Magicien de l’insecuritè, le poète n’a que des satisfactions adoptives. Cendre toujours inachevèè”(R. Char, Ritorno Sopramonte,cit.).
I toni sono affocati, sanguigni; domina, con qualche eccesso non sempre apprezzabile, l’espressionismo verbale già riscontrato nelle opere precedenti: “Sono la pietra scampata al lancio nel ghiaccio di un grido”; “Nell’occhio spaccato da un lampo rinviene il desiderio”; “C’è passata una raspa sulla corda della voce”. Anche l’impaginazione dei testi ha un suo rilievo , restituendo l’amfibologica, sorprendente, identità di solitudine e pienezza ( “I corpi sono isole nella luce . La solitudine è pienezza” , è l’aforisma inaugurale della raccolta) attraverso una costipazione della pagina, un effetto di gremito mediante una giustapposizione un po’ fauve di versi di grande verticalità lirica e frasi e aforismi sprofondati negli abissi del ragionare (“Maledette carceri del pensiero!”). Una duplice verticalità, dunque, che si sprigiona in alto ma anche verso il basso, come lingue di fuoco su una parete ormai irriconoscibile. La parola è sola, in questo dominio di pienezza, non si adagia nella forma della scrittura (“I pochi poeti che conosco non scrivono”), ma si deposita come cenere sul terreno informe e oscuro dell’essere, e in questo caos quasi incestuoso, in cui freme una necessità di fusione tra le cose è anche il seme di un mutamento inesorabile (e il frantoio, ma anche “U zimmere ngul ngul” ne sono gli emblemi superbi), una rigenerazione che passa attraverso l’esperienza della ferita, e dell’erosione.
Adriano Napoli