Letteratura » Scritti di poesia
IL RAGAZZO DI VETRO


Serena Maffia
Il ragazzo di vetro
Maria Pacini Fazzi ed., 2005
Pagg. 39, euro 6,00


È una poesia d’amore quella di Serena Maffia che ne “Il ragazzo di vetro” (Maria Pacini Fazzi editore) grida a pieni polmoni la voglia di vivere, va schettinando su piste fosforescenti di leggero prendendo d’infilata funambolesche curve al giallo cubanite di sospeso. I corpi diventano “feti nel loro caldo liquido amniotico”, il cuscino “di lavanda”, l’abbraccio “precario”, “la spuma si fa tarantella”, “l’odore del mare sale sul viso”. E davvero i versi scansano i colpi della noia oltrepassando solleciti, l’ascesso infistolito e soverchio dell’ ars lamenti o della scontentezza sdipanata “abunde” che, per inguaribile vizio, scopre le gambe alla retorica più entropica. Che la pianezza, in un setaccio fitto d’emozioni, non ingolfi i suoi motori di portanza espressiva o postura contenutistica, lo si può facilmente vedere nella lirica “Semplicemente ti pensavo”: “E il tuo pensiero mi ha raggiunta/ è passato tra il buio ed il silenzio/ all’improvviso/ come un trillo/ come il bianco del mare./ Poi subito giorno”. Qui il sentimento, in una proliferazione cellulare di volume, piove ininterrottamente terso, spogliato della polisarcìa di certi barocchismi lessicali come pure della necessità di pluristratificati, meticolosi acquattamenti, piramidali cime d’ambiguo, oscillazioni, resistenze. S’inalberano le insegne della spontaneità concisa e di un discorso diretto che mette le catene ai polsi alla penuria di coraggio, ai messaggi amputati. Il disincanto, librato a mezz’aria, quasi a caratteri minuscoli ma sempre percepibile, s’innesta nella matura consapevolezza che tutto segue il proprio meccanico, inevitabile decorso. La paura mitiga la sua forza quando i granuli pollinici della materia piantano tende di sereno sui minuti, spalancano finestre di sorrisi alla speranza, innervano i muscoli del braccio al desiderio. L’ironia, in fibre poliureiche d’animato, sparge calore sulle pagine, con disinvolta aria primaverile: “La mia mano è fiorita,/ ho gettato i petali/ sulla mentuccia/ che rideva: rideva di me!”. Il corpo sembra aspettare al varco qualcuno da amare agitando i convergenti ventagli d’ una sensualità piena e verginale insieme, vettrice di qualcosa che resta, un endocarpo d’oro tra le mani, il vessillo d’una carezza da vertigine, la zolla di zucchero d’ un bacio, dopo che l’attimo, esaurito, affonda nella mischia, morbida di marmotta, del passato. E’ anche poesia di ricordi quella di Serena Maffìa: “E chiudo gli occhi/ ritorno bambina/ quando mamma mi teneva per mano/ anche tra i fiori/ s’asciugava dalla fronte la rugiada ed/ io monella mi perdevo quatta quatta/ fra gli steli delle margherite./ Ed il sole di Calabria mi coceva le guance…” che, tuttavia, considerando anche la giovane età dell’autrice, non hanno la veste plumbea-insoddisfatta del rimpianto o la plissettatura, più amara di pasticca, delle rinunce soffertamene subite. Il già trascorso, piuttosto, s’immerge favoloso nel “pigia pigia” d’entusiasmo irrefrenabile dei giorni, pesca e ripesca coralli familiari di bellezza nei secondi, traccia, rassicurante, la perpendicolare al piano degli affetti. Il rapporto col “ragazzo di vetro” corre impalpabile lungo un perimetro esteso d’incerto, a sciami di precario perforato, sbucciando pere doliformi d’irreale: potrebbe anche non esserci l’Altro dagli “occhi traboccanti d’azzurro”, “i riccioli intraprendenti” che “si attorcigliavano alle dita nodose sporche di blu”. Forse l’intento è solo quello di centrare la punta del compasso sulla natura impervia della storia fra uomo e donna, sempre incline a vuotare la ceneriera mobile delle reciproche promesse o del donarsi totalitario e duraturo. E la saggezza capitanante il libro pare conosca a fondo su quale terreno cedevole cammini colui che pensa di conseguire la felicità completa attraverso un legame a due inabilitato a rodere le catene di una tensione indipendentista elementare quanto insopprimibile. Le parole, dalla falcata sciolta, attingono alla cannella del dislimato e del comune senza andare a canestro di banalità o di immagini solidamente viete. È una poesia che apre i cancelli alla speranza, sguscia le uova al buonumore, produce smagliature nelle calze all’indugiare.

Monia Gaita



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