Letteratura » Scritti di poesia
L'OCCHIO DELL'ALA


Maria Marchesi
L'occhio dell'ala
Lepisma edizioni, Roma, 2003
(Premio "Viareggio" Poesia, 2004)


            C’è quasi paura a sfogliare questo libro, paura sacra e assurda, come se contenesse un virus contagioso, la formula di un incantesimo, un germe nascosto nella polvere, nel legno, nell’aria. Paura assurda ma non infondata: contiene in effetti, a ben vedere, qualcosa di pericoloso, la più sottile e lucida delle follie: la verità. Anzi no, non la verità, concetto astratto e impalpabile. Contiene una verità, vocabolo sempre singolare, individuale, ostinatamente solitario. Contiene una vita, resa suono, parola, nuda sotto sguardi che scrutano, frugano e scavano.

            Un libro che, coerentemente, è dedicato ad un ragazzo che colleziona sveglie e orologi guasti. La fuga verso un altro tempo, un tempo altro, fosse pure per ritornare con un riso al punto di partenza, ad una presa di coscienza che è altresì perdita delle coordinate, il momento in cui appare chiara la prospettiva osservata dalla terra di mezzo tra la poesia e la vita. Tra la poesia “gatta in calore”, appagamento dell’inappagabile, e la vita, “reminescenza di disastri”, ricordo doloroso ma anche in qualche modo anestetizzato dal veleno stesso, il tempo. Ricordo arginato nel passato, nella vita vissuta e tenacemente annotata. L’attuale, l’hic et nunc, è non-vita, vita pensata, oppure una gatta in calore che sa ridere e cantare.

            Una lacrima in fondo, ma, come indicano i versi di Holan riportati in una delle epigrafi del libro, una lacrima che sa ridare “vita postuma alla morte”. E’ la vita, possente e lacerante, che emerge dai versi de “L’occhio dell’ala” di Maria Marchesi. Lucida e sincera nella notte del ricordo, nel dolore rievocato in un dialogo schietto, lacerante, quasi divertito. Una sinfonia di ossimori, luce e buio, pazzia e ragione, ferocia e tenerezza, individualità e presenza aliena del mondo. Solo una dimensione è univoca, cristallina: gli occhi della gatta in calore che vedono nel buio e con il buio, lo cercano, lo irridono, lo rendono vivo, presente, pulsante.

            Così come vivo, pulsante e sacrosanto risulta a chi legge il volume il diritto reclamato dall’autrice di essere vista e considerata attraverso la voce e il volto dei suoi versi, non tramite la visione preconcetta e deformata dei suoi dati biografici, l’esperienza del dolore, il disagio durato interminabili anni. L’esperienza personale è scritta dal destino individuale spesso in modo confusamente grottesco. La poesia invece è la parte di se stessa su cui Maria ha potuto operare, scrivere, cancellare, limare e riscrivere fino a rendere l’ossimoro astruso sempre più lucente e adamantino. Maria è la sua poesia ora, un libro dalla copertina arancione, solare, bello da guardare e da tenere nella mano. Bello da leggere. E’ giusto forse a questo punto utilizzare un aggettivo semplice e lineare come “bello” per riconoscere ad una poesia complessa e ricca come poche il merito di base più essenziale e raro, quello di essere autentica.

            “Se il sole zoppo annebbia campanili/ e la raucedine degli angeli si gela/ nel sesso di Icaro o sul mio corpo muto...non c’è traccia/ dei coiti del cuore in fuga per sentieri/ che hanno l’amaro della santità”, osserva l’autrice nella lirica d’esordio. Ancora ossimori e accostamenti estremi, il sole che oscura, il coito del cuore, da qui si parte, dai contrasti che incrociano le membra e la mente, dal “gabbiano ferito” a cui inevitabilmente torna il pensiero, dal “singhiozzo che tracima lordure”. Da qui, dagli occhi del “ragazzo che aveva ucciso il cielo/ e coglieva ranuncoli e si toccava il sesso/ e non voleva i miei baci o le carezze”. Da qui, da questa condizione priva di filtri retorici, scevra da orpelli di sovrastrutture destinate a crollare al primo soffio. Si parte dalla terra aspra della verità assoluta, quella che fa male anche pensare, l’elettrochoc, reale, immaginario e rivissuto che “lardella il cervello/ che canta canzoni di guerra e di merda”.

            La violenza, la più inumana. Quella che, con uguale sincerità e tramite l’arma di un linguaggio ugualmente agro e tagliente, va messa a nudo. Non per amore. Per un odio, semmai, che è amore ostinato, esistenza e resistenza. Straordinariamente vario è il lessico del dolore, e Maria Marchesi sa rivaleggiare, con ironico spirito di emulazione, nel trovare vocaboli e immagini, nello spostare in avanti volta per volta i termini del conflitto, i confini da difendere e superare. “Masticavo l’avorio del possibile”, scrive, “e una cintura di spartiti mi assaliva”, “echi di carrucole/ stanche tessere di emozioni filavano/ il bisbigliare dei miei pori. Cani/ latravano nell’inguine, bevevano l’essenza/ della vita, negavano la morte”.

            Spogliarsi completamente, è questo l’istinto e il progetto, per ritrovare se stessa nel pudore della nudita assolutà della parola finalmente libera di indossare a piacimento gli stracci e l’oro fine del tempo, attimi vissuti con la corazza eterea di chi trova il coraggio parodossale di dire, di dirsi. Di darsi, anche? Forse sì. Anzi, sì di sicuro. Dare se stessa a chi legge, perché è il solo modo possibile di dare se stessa a se stessa. Negandosi al buio e al silenzio, comodi e micidiali compagni di viaggio. Dare se stessa con solenne e lieve allegria a chi vorrà e saprà leggere i versi è il solo modo, per Maria Marchesi, di negarsi al destino ottuso e incapace, al buio muto in cui aveva sperato di relegarla.

            “Il mio racconto è semplice”, scrive, “non appartiene/ a nessuno, ma come tacerlo?”. La volontà di espressione si fa per lei tangibile, carnale. Non è sfogo intellettuale, è necessità immediata, primaria, come il cibo, come il sesso. Non è un caso che il sesso, cercato, subito, sperimentato, rifuggito e anelato, sia per lei la chiave, anche metaforica, per esprimere il suo mondo, ciò che ha vissuto e sognato di vivere. Una sessualità imperante, capace di inglobare l’intera sfera dell’essere, corporea e spirituale, sporca e immacolata, tanto più pura quanto più corrotta dal contatto con l’uomo e con il tempo. Il sesso come specchio di sé, luogo in cui guardarsi, occhio dell’ala, forse, di sicuro una dimensione che vola e strappa la carne al suolo. Permette di guardarsi, ad occhi chiusi, e magari, per un istante, di vedersi davvero.

            Il piacere era e rimane privilegio onirico, il resto è verità. “Le mutande/ avevano occhi grandi di bambini”, annota l’autrice: la sincerità estrema, spiazzante. Il sesso anche come condanna inesorabile alla differenziazione, all’individualità. Non solo del genere, ma anche e soprattutto del sé, della mente, e ancora, inevitabilmente, del destino. Il sesso come barriera tra realtà e sogno, da superare con un salto ma anche con la consapevolezza del rischio, il tonfo, l’abisso. In quest’ottica anche la ricerca della strada che riporta a casa, all’accordo di corpo e psiche, passa attraverso parole che sanno di sesso, ne hanno la consistenza, gli umori, i sudori, l’oscillazione costante tra dolcezza e ferocia. Parla moltissimo di sesso il libro di Maria Marchesi, e non di certo per una forma di onanismo verbale né per una sterile forma di compiacimento. Il sesso è per lei uno dei bacilli del dolore, ma è stato per l’autrice anche morfina per resistere agli assalti dell’assurdo, ed ora è sentiero, punto di riferimento per tracciare di nuovo la rotta, separare la carne morta dei pensieri da ciò che ancora vive e respira, il sommerso dal salvato.

            Sesso e libri, la minaccia e l’ancora di salvezza. Ciò che l’ha aggredita e sorretta, il buio, una carezza. “L’abulia della luce in una stanza/ i pochi libri ciechi e senza epiloghi./ Carri armati sul seno, sopra il pube/ sulle natiche. E fossi enormi di favole,/ tracce d’arcobaleni, dondolare/ di culle”. Sesso e libri, i confini, le barriere della follia e della rinascita.

            Al di là, al di qua e all’interno del muro la scoperta più scontata e sconvolgente, la chiave di volta, quella di sempre. La rivelazione fondamentale, l’atto di sincerità in apparenza più normale e in realtà più estremo: l’amore. La dichiarazione serena e appassionata della realtà, la presenza, la funzione dell’amore: “Oh, se avrei saputo amare! Fu proprio l’amore/ forse che mancando o arrivando come bufera/ mi costrinse al rifiuto della vita e fece sbadigliare/ le coordinate celesti. Le parole/ fecero incetta di similitudini, profittarono/ della mia confusione. Poi le strade si persero/ nel folto dei richiami, nel tripudio dell’indifferenza”.

            Un libro d’amore, questo di Maria Marchesi, più di qualsiasi lirica di Neruda, più di un romanzo rosa. Crudi e diretti come pugni nello stomaco, i versi della Marchesi corteggiano in realtà l’amore e ne riecheggiano i codici arcani. Parla di sesso questo libro, di corpi che divorano, straziano, lacerano, mordono altri corpi con voracità infinita. Eppure la mente, la poesia, le cellule e le sillabe, escono dal letame dei giorni richiamati alla memoria nitidi e lisci come una pelle immersa in un oceano limpido. L’amore della parola, l’onestà del raccontare senza altro filtro che non sia il rispetto per la sacralità della parola, sono un dono prezioso che l’autrice ha fatto a se stessa in primis e a chi legge le sue poesie.

            “Dannato è il cigno che si veste d’ansia/ e vende l’anima al cerchio del risaputo”, osserva l’autrice. Di sicuro non sarà suo il cerchio dei dannati di tale peccato. La Marchesi è un cigno che pur avendo attraversato deserti di dolore non si veste mai d’ansia. La sua è poesia possente, vitale, ieraticamente e soavemente ironica. Alla fine di tutto, dopo ferite interminabili di ricordi di sangue e immondizia c’è ancora un occhio che sa cercare un’ala per volare o sognare di farlo. C’è ancora un occhio che sa concupire un corpo, vederlo vivo, sano, sensuale. C’è la vita che ammicca alla vita, e il buio si fa alcova non luogo di tortura. “La luna ride/ dannata dentro un bicchiere d’aranciata”, scrive. Ed è liquido ancora fresco, sa di sole e d’infanzia, di terrazze assolate, di campi e di sole. Sa di poesia, di certo la gatta in calore a quell’aranciata ha dato una leccata voluttuosa.

            Sensualità come fardello e ricchezza inesauribile, l’ossimoro di fondo, quello più amato da Maria Marchesi, quello che fa di questo libro qualcosa di vitale, un corpo di parole che respirano, che intonano forte, con il petto, un inno d’amore, per il corpo, per la parte della mente che è possibile strappare a tutto, l’impulso che spinge ancora a guardare la pelle, i pori, le vene calde.

            Perché il desiderio tiene vivi, così come il sogno, il sogno magari che “prima o poi s’arenerà il mondo/ su una falda di fuoco rosso-carminio/ e una terrazza d’asfodeli [ci] accoglierà”. Con questo libro il sogno di Maria Marchesi si è avverato: il mondo, presente, passato e futuro, si è arenato in versi saldi su una spiaggia da cui è possibile cogliere il riflesso di un’orizzonte di possibili verità. Il fuoco di parole accese, capaci di ferire e carezzare con intensità vivificante, ha cercato e trovato l’ossimoro degli ossimori: una forma possente di conciliazione tra verità e poesia, le sillabe che si uniscono e il rosso della passione, dell’odio e dell’amore, si fa pelle, carne, sangue vivo di pensiero.

Ivano Mugnaini




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