Letteratura » Scritti di poesia
ULTIMI VERSI D'AMORE


Dante Maffìa
“Ultimi versi d’amore”
Lepisma edizioni, Roma, 2004

        La forza, l’originalità, il coraggio di guardare le parole e i concetti negli occhi con amorevole sfida, emergono già dal titolo del volume di Dante Maffìa pubblicato di recente con le edizioni Lepisma: “Ultimi versi d’amore”. Quasi un ossimoro, se non nell’ambito ristretto della retorica perlomeno in quello più ampio e impegnativo della logica, del sentimento individuale, delle scelte con cui ci si mette in gioco. Partire dall’assunto che i versi sono gli ultimi eppure sapere e volere scriverli ancora d’amore. Scommessa tenace, puntata sul tavolo verde di una vita intera. Un ponte gettato oltre le sponde di un minaccioso nulla, al di là del silenzio, del potere annichilente della rabbia, del vuoto, dell’agra ragione. I versi sono gli ultimi eppure sono, debbono essere d’amore.

        Oppure, adottando un’altra chiave di lettura, il titolo viene a costruire sullo spazio bianco della pagina un muro invalicabile: ultimi-versi-d’amore. La frontiera estrema oltre la quale c’è solo la terra di nessuno e il fronte nemico. Una perentoria pagina conclusiva, l’atto finale: la scena madre al cui termine si cambia scenario e registro. Altre scene ed altri copioni, la vita, scabra, aliena al sentire. La vita, o il proprio surrogato. Quel poco che resta.

        In ogni caso, adottando sia la prima che la seconda ipotesi, il titolo del libro di Maffìa ha un che di perentorio, esprime una solennità sobria, meditata, impossibile da ignorare. Trasferisce su ogni lirica, ogni verso, un peso specifico che è necessario considerare. Chiama in causa. In primo luogo l’autore, costretto per reggere la pressione opprimente del duello in cui ha scelto di cimentarsi, a farsi a sua volta, non di rado, duro. Tra i molti esempi che si potrebbero citare è giusto fare riferimento a quello che è posto a chiusura della raccolta, con funzione di intenso congedo. “Lasciatemi marcire”, ci esorta Maffìa, “del resto tutto finisce/ e le tracce si cancellano./ Se qualche mio verso resterà/ sarà senza nome, senza data”. Parole solide, gelide come marmo. Scolpite una ad una con mano ferma, consapevole. Eppure, più o meno consciamente, il chirurgico scalpello ha lasciato una feritoia per un filo di speranza. C’è, tra le liriche di questo volume, l’umanità dell’autoanalisi, un’amarezza che sa ancora nutrirsi di qualche molecola residua di ironia. Innanzitutto quella implicita, (quasi) involontaria: chiede, l’autore, di essere lasciato da parte a marcire; nega alla propria poesia il benificio della memoria. Eppure, per farlo, usa ancora la poesia. La parola che, Maffìa lo sa più che bene, non marcisce, resiste alla corrosione.

        E’ una poesia intima, ma, allo stesso tempo e in una certa misura, aperta, dialogica, quella delle liriche di questo volume. Parla con se stesso l’autore, con il proprio mondo, le esperienze, i dubbi, le certezze. Finisce però per rivolgersi anche ad un destinatario ideale: il proprio doppio, l’”io” di cui parla Lacan, la proiezione del sé che viene ad assumere forma e sostanza autonoma, quasi un corpo ed una mente che vivono al di fuori di noi, a fianco. Ineluttabilmente, per forza e per amore, tutte le cose e le persone che quell’”io” ha incrociato, visto, sentito, per un istante o per una vita intera, convergono in un unico alveo.

        Il tutto è manifestato in forma di parole dirette, come è giusto che accada quando si conversa con chi ci è vicino, con chi condivide la parte interna della sfera esistenziale. Il dialogo costante delle liriche di Maffìa è vivido, alieno allo spreco e agli sterili orpelli. E’ conversazione immediata, occhi negli occhi, voce che arriva nitida alle orecchie ed al cuore. Un duetto modulato, come quello di due amanti seduti al tavolo di un bar, circondati dalla folla eppure intimamente soli, atolli in un oceano estraneo. A tratti però il dialogo si estende, diviene interazione più ampia, confronto schietto di conoscenze, di esperienze. Quasi uno scambio di idee tra studenti seduti sui gradini di un ateneo in attesa dell’inizio dell’ultima ora di lezione. Breve, conciso; rispettoso e conscio della ricchezza e della trappola. Immagine mentale del tempo e nel tempo, per potersene finalmente dimenticare, comprendendolo magari, o ignarandolo, per un istante.

        Davanti al tavolino pieno di caffè e aperitivi, o su quei gradini gelidi, Maffìà vorrebbe sedesse a tratti anche la morte. Perché, come a volte capita, “adesso stiamo parlando della morte”. Ed allora sa essere più che mai sincero affermando “vorrei sentirla arrivare/ poterci dialogare/ senza timori, dirle/ che mi dispiacerebbe se all’ultimo istante/ non potessi proferire un detto memorabile”. Ironia lieve e corposa, spontaneamente sublime.

        Il gioco costante tra vita e morte, che verrebbe di definire con un paradosso estremo e sarcastico “infinito”, è condotto dall’autore con la mano salda del fantino che non ragiona sull’arte dell’equitazione ma la applica, la attua, al passo, al trotto, al galoppo. Il contrasto luce-buio, e quello in qualche modo correlato tra parola e silenzio, tra la voce felice e l’afonia dell’inesprimibile, procede, tra oscillazioni e fertili variazioni sul tema, per tutto l’arco della raccolta. All’idea di vita si connette con tenacia il concetto dell’amore. Anzi, più che il concetto la sensazione, resa fisica, tangibile, pulsante di respiri e profumi, vividamente palpabile. E all’idea di morte si apparenta a momenti se non la ragione perlomeno la coscienza della ragione. Riflettere sulla vita condanna a non-vivere, o a vivere con un fardello mortale. La sensualità salva, la riflessione conduce a letali bilanci e al baratro di pietrose valutazioni sul giusto e sul vero.

        A volte tuttavia l’autore si concede pause ed escursioni su terreni soffici, erbosi. Le spade del duello ragione-follia vengono deposte a terra e si trova spazio per un cammino che mima la danza e lascia spaziare lo sguardo oltre il profilo delle colline, in alto, verso nuvole leggere. Ciò accade in genere nelle poesie più brevi, nitide e luminose come ametiste. C’è modo e tempo, in quelle occasioni di descrizione del paesaggio interiore ed esteriore, anche per parlare di due corpi e due vite che si fanno “Un’unica ala”. C’è modo e tempo per dire alla donna amata: “se tu diventi me/ e io divento te/ come saranno gli abbracci?/ All’orizzonte il cielo e il mare/ un’unica ala della luce”.

        La poesia di Maffìà è estremamente solida, virile, ma conserva sempre il coraggio naturale del sentimento che è proprio ed esclusivo della virilità autentica. Sapersi porre, come nel caso della lirica appena citata, le domande chiave, le più semplici e le più spiazzanti: se tu diventi me e io divento te come saranno gli abbracci? Nella risposta è contenuta forse la soluzione agli enigmi che veramente contano, quelli realmente salvifici. La scoperta di una dolcezza che resiste nonostante tutto, nonostante noi. Ciò che dà corpo e sostanza alla forza, e la forza che sostiene un anelito tenace di sogno.

        Per muoversi su questo filo sottile sospeso tra una capacità lucida e quasi filosofica di riflessione e, dal lato opposto, una mai del tutto spenta inclinazione all’emozione, l’autore ha optato per un verso asciutto. Si è tenuto vicino al nocciolo duro dell’espressione, il nucleo del senso e della ricerca dello stesso. Il risultato è complesso: una poesia che a tratti ricalca i ritmi e la sostanza della prosa. Il meglio delle due forme espressive si sposa e si ibrida. Non per scelta, probabilmente. Per istinto e necessità. Come nella poesia “Mi domando”, dove, ancora una volta, coerentemente, il dubbio prevale sulla certezza, gli interrogativi sulle risposte. “Ogni giorno mi domando/ se ha senso l’amore./ Le risposte diventano infinite,/ una finestra si spalanca/ al primo vento/ e si chiude di scatto”. C’è, in quell’aprirsi e chiudersi, una sapida consapevolezza. Ci sono le “cose” impalpabili che danno sapore all’esistere: il vento, l’aria, la luce, forse una voce che entra a sorpresa.

        Attraversa la linea del già detto Maffìa, del già pensato da sé e da altri autori, senza mai cadere nel banale. Sicuro del proprio passo, della scarto asincronico proprio della poesia autentica.

        Ciò gli consente di trattare qualunque tema con una naturalezza che contiene in sé in modo del tutto spontaneo la meraviglia. “Tu e Dio in un sogno di stelle”, recita il verso d’esordio di un’altra delle liriche tra le più brevi del libro. Il destinatario, il “tu” a cui indirizza voce e pensiero è allo stesso tempo una persona reale e la poesia stessa. Tutte e due, o forse entrambe e nessuna, unite e riplasmate nell’amplesso fertile di carne e parola.

        Non ha mai bisogno di strafare, Dante Maffìa, non è mai costretto ad esibirsi in salti mortali fonosintattici o in grovigli laocoontici di allegorie. La qualità del verso è data dalla consistenza del tessuto, dalla compenetrazione immediata tra espressione e forma. Lo stesso accade per i concetti: arriva a veicolare ciò che vuole tramite una semplicità apparente che è prova autentica di padronanza. Il tutto sfocia poi in modo assolutamente lineare nell’alveo più ampio della metafora che illumina e coinvolge sensi e ragione.

        Come nella poesia “Sulla soglia di casa”, in cui “le pieghe dei sogni” reclamano “un colloquio di carezze”. Ancora una volta riemerge il coraggio della lievità, la tenerezza. L’audacia autentica del porsi nudi di fronte ai sentimenti. Ogni volta fragili, come appena nati, o nati di nuovo. Con la volontà di strappare il cordone ombelicale che consola ma al contempo strangola: la tradizione, i padri putativi, filosofici e letterari. Solo chi ha spessore e sana incoscienza sa crearsi una propria soglia di casa dove scoprire ancora una volta come se fosse la prima “la complicità della luna” che ci consola scambiandoci per il suo bambino.

        La rinascita umana e poetica ha ancora come fondamento la compiutezza essenziale del verso. Un’immagine ampia come un interminato orizzonte deve poter essere resa con una manciata di parole. “Il sole dilagava frinendo”, scrive Maffìa, confermandosi fotografo attento dell’esistenza, capace di dare ad ogni millimetro di pellicola il giusto valore. Anche le visioni solenni ed estatiche sono tenute all’interno dei confini, nei limiti precisi dell’obiettivo. Con la destrezza di chi conosce la forza e l’intima capacità eversiva, di ribellione e fuga, di ogni singolo verso.

        In quest’ottica assume frequenza assidua, tra le altre, l’immagine della finestra, con il corredo di richiami e contrasti ad essa correlati: libertà-prigionia, dialogo-solitudine. La finestra al di là del valore simbolico, viene ad essere quasi un regolatore di umori, un “termostato dello spirito”, misura che modula, amplia e restringe lo slancio fantastico e l’angusta quotidianità.

        Anche le parole sembrano affacciarsi ad una finestra e chiedere spazio, prospettiva: “per sfuggire all’incalco/ rompo gli argini:/ la vita non conosce più confini/ e il sogno s’avvera”. Tra mura ed aria, barriere e fluire libero, incondizionato. Anche se, beffardamente, “le attese sbuffano/ nel divario del nonsenso”. Tra il senso e l’assurdo; anche la parole e la poesia, perfino, a volte, l’amore. Ma per rompere la diga, per far scorrere acqua e vita nuova, il mezzo si può trovare solo nel più folle e coerente dei paradossi: nuove parole, nuova poesia.

        La sincerità, ancora una volta. Quella che fa esclamare all’autore: “non ho trovato stazioni/ per riposarmi”. Parole che, da lontano come in un’eco sfumata, richiamano alla mente un verso di Neruda “non ho trovato luogo dove posare la mano”. L’assonanza è labile, quasi un distante fischiare di treno. Più simile forse è la sensazione che se ne ricava. Le due negazioni-confessioni riflettono il senso di una ricerca infinita, la speranza, forse, di un istante di comunicazione reale con i corpi e con le menti che ci camminano a fianco. O magari, è in fondo non è molto differente, la ricerca della poesia stessa: vana, ineluttabile, necessaria.

        Poesia sobria, genuinamente appassionata. Quella che porta Maffìa a concludere un’altra delle liriche affermando: “Mi allontanerò con gesti compiti/ come un ladro che teme il poliziotto”. C’è equilibrio, qui, anche nelle metafore più dense. Ricalcano i passi attenti, tra marcia e corsa danzata, di chi non conosce la meta ma sa che il viaggio è tutto. La parola è polvere, ma anche pietra, antica via consolare che accoglie in sé il fango e l’erba, e resta lì, tenace, a sfidare i giorni.

        Poesia sincera, necessita ribadirlo. “Ammasso allegorie per sopperire/ alle perdite del senso”, annota l’autore. Metalettetura, studio, analisi, screening del dire e del percepire. Anche però testimonianza di una fusione reale, non artefatta o di facciata, lontana anni luce dal decadentismo deteriore, tra arte e vita.

        Tutto ciò gli permette anche, quando vuole, di essere sobriamente ebbro: “dammi il tuo seno per ubriacarmi/ e poter finalmente assaporare/ la libertà dell’anima e del corpo. [...] Dammi il tuo seno, ci voglio giocare/ come giocavo con gli aquiloni./ Il cuore volava/ fino a giungere al sentiero incendiato”. Un tocco evocativo, quest’ultimo, di rara forza. Posto degnamente a fianco di richiami e simboli antichi, senza tempo. La capacità di rinnovare emozionando ed emozionandosi tramite lo scarto, l’invenzione rivelatrice: “Gli arcobaleni li porto a cilicio/ per te s’inventeranno/ mille nuove primavere”.

        Un poesia di intensità costante e coinvolgente, quella racchiusa in questi “Ultimi versi d’amore” di Dante Maffìa. Un dialogo aperto con se stesso e con la poesia. Quella poesia che, come il vento, non ha madri. Tra fascinazione della parola e coscienza dell’attrazione possente ed eterea della corporeità. Tra vita e morte, ricerca di silenzio e necessità tenacemente sopravvissuta di espressione. Tra senso e nonsenso, sospeso tra l’inganno della realtà e la trappola del sogno. Con la consapevolezza che, troppo spesso, tutto ciò che possediamo è “un amore irrisolto”. Con la coscienza che la natura terrestre dell’uomo pesa come una pena. Anche però, tuttavia, con il coraggio di rivolgersi alla donna amata (e alla poesia) gridando: “vita e morte/ fanno baldoria nei tuoi occhi”.

        Un libro coerente, lucido, fulminante per intuizioni, per il potere di evocare la zona d’ombra tra dolore e anelito vitale, tra vuoto e sogno. Versi in cui Maffìa si conferma poeta autentico come pochi, distante da tutti i miseri caroselli e da tutte le fiere in cui giostrano e inciampano schiere di saltimbanchi. Maffìa mantiene anche in questa raccolta di liriche un rispetto sano e prezioso per la parola, per il tempo, per lo spazio fragile che separa verso da verso, istante da istante. Una meditazione sulla caducità dell’uomo e sull’esilità della poesia, che, tramite l’ispirazione e il talento, finisce (paradossalmente ma non troppo) per ribadire che l’umanità è ancora presente e la poesia è ferita ma quantomai viva.  

Ivano Mugnaini




HOME | Letteratura | Musica | Teatro | Cinema | Libri | Multimedia | Associazione | Informazioni Legali | Privacy

Copyright © 2003 Associazione Culturale "Sinestesie". Tutti i diritti riservati. Progetti Creativi. Graphic and Web Design