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POESIE INEDITE PER DINO CAMPANA


IVANO MUGNAINI:  POESIE INEDITE PER DINO CAMPANA


NON È ANCORA FINITO

Non è ancora finito, il viaggio,
la fuga, occhio che schiva e divora,
le pietre, le cose, le facce,
le tette sode delle donne genovesi,
golfi, vallate percorse fino a gioire
del dolore, muscolo cardiaco spalancato
su flussi immani, d’emozione.
Sei ancora vivo, in cammino su fogli
lisci, candidi, ignari del senso profondo
di te.
Ti esaltano, ora, gli intellettuali,
i padroni della latrina hanno appeso
alle pareti levigate di cartavetra
e candeggina la tua immagine, la mandibola,
la bocca muta, in apparenza, ora, serena.
Campano adesso, i tuoi compaesani,
con le bibite e i funghi trifolati acquistati
da turisti frettolosi nei bar e nelle osterie
di Marradi.
Non è ancora finito, l’esilio
forzato nelle terre di confine,
domini eternamente recintati, cavalli
di Frisia per carni che sanno tremare.
Anch’io, come vedi, ti rammento
e tormento parlando di te, dell’idea
che ho voluto, cercato, tradendoti forse,
per troppo amore.
Ed è giusto, è opportuno allora
immaginare la tua testa folta di capelli,
rabbie indocili ad ogni geometrica
divisa. Pensarti mentre leggi, ascolti
il tuo nome gettato in abissi di vento
e lasci anche tu, a tradimento, spuntare
un ghigno feroce  di luce. Un sorriso
ed uno sputo per dire, con trionfo
solenne, amaro, che  non sei morto,
malgrado chi continua a volere
capire, chi sogna di averti
in una formula, un rito,
per dire loro ancora
con un sorriso di sbieco che no,
non ti hanno ripreso, il viaggio
non è ancora finito.





LA CHIAMASTI AMORE

La chiamasti amore, lei, l’enigma,
Sibilla, la poesia, la poesia, carne
soffice, molle nelle mani sopra
gabbie di tendini, ossa cieche
all’abbraccio più feroce,
occhi sbarrati, croce, delirio,
le braccia puntate sul letto,
mitra di carne, fuoco mentre
ride, serena, intangibile.
Ma resta, lì dove non sai vedere
né toccare, nell’iride azzurra
del tuo occhio di colosso
montanaro nutrito di caglio denso
ed aria eterea di panorami
strappati alle urla del vuoto e del lavoro,
il sorriso dell’attimo breve, infinito
in cui forse l’hai amata, posseduta
senza sfiorarla, compresa nell’ombra
delle stanze, nel vetro della finestra
socchiusa in cui, guardandola,
l’hai scordata, cercandola l’hai smarrita,
perdendoti l’hai veduta, vorace,
identica a te.





CHIMERA

La più ardua e la più chiara, notturna
“Chimera”, perla in uno scrigno di velluto
nero. “Non so se tra rocce il tuo pallido
viso m’apparve”, scrivi, urlo e sussurro
alla tua eterna Gioconda, sorriso di sfida
tra le dita del mondo.
E il mistero di lei lo chiami “dolce”,
tu che dalla vita hai spremuto mosto agro
fuori e contro il tempo.
“Dolce sul mio dolore è la Chimera”.
Ed il dolore, ora, è mio e tuo,
il più folle dei furti, pietra preziosa
immensamente pesante venata d’oro
nel profondo.
Allora, pur non comprendendo,
per sorte e per fortuna, vedo anch’io
in un riflesso lunare, la faccia,
la pallida guancia, la fronte fulgente,
la luce che acceca occhi tetri.
Felice di non  capire, condivido forse
con te un attimo di suono, eco lontana,
una valle in cui scorre cupo e forte
il tuo fiume e due ragazzi urlano
muti l’amplesso liquido del loro amore.
Sorride ancora la tua Gioconda Chimera
e l’orrore adesso è abisso in cui ansima,
urla armonia aspra di bora e fluida
di resina
la tua poesia.
Nell’immobilità dei firmamenti,
tra i gonfi rivi respira l’arcano del pianto
e del riso che hanno fatto di te te stesso.
Anch’io adesso per un istante osservo
le ombre del lavoro umano, tempo
senza misura, senza la chiave
che apre e sbarra al cuore lo spazio
vitale di dolore e voluttà, anch’io,
forse, vedo e sento, nel viso di lei,
il sorriso di un volto notturno,
e ancora per teneri cieli lontane chiare
ombre correnti, e ancora, anch’io, la chiamo,
la chiamo Chimera.





IL SANGUE DEL FANCIULLO

Il sangue del fanciullo, lo hai scritto
tu stesso, è questo solo, solo questo
che conta.
“They were all torn and covered
with the boy’s blood”, erano laceri
e coperti del sangue del fanciullo;
con questi versi si chiudono
i tuoi “Canti”, le orfiche stanze
sacre e maledette.
Fosti tu a dire che in questo distico
finale sta l’essenza, il nocciolo duro.
Il sangue del fanciullo, quale, chi?
Una vittima sacrificale, un redentore
che ha provato a pronunciare amore
nel vento del deserto? Oppure
un fanciullo come tanti, scannato
per sbaglio, per errore, con cieca
coscienza, per una forma di sadica
giustizia, la bava di chi gode nel vedere
soffrire ma palpita con uguale trasporto
per la foga di avere ragione.
Il sangue di chi è ancora troppo giovane
per smettere di sognare, liquido inchiostro
a stillare l’eterno conflitto tra dire
e sentire, tra il sole e il giallo smorto,
l’umana incapacità di plasmare colore.
Il sangue oscuro, esile, di queste parole,
o forse il tuo stesso sangue, ferita scavata
da chirurghi veri o presunti, dozzine
di elettrochoc, cortesia ipocrita degli amici,
silenzi, voci, fuoco che hai voluto rubare
sapendo che il tuo cuore era il bosco
di Marradi, sensibile alle fiamme, rapido
a farsi cenere, avido di radure,
spazi nuovi, nuove morti, nuove vite,
da vivere e da scrivere,
da scrivere,
da vivere.





LA NOTTE

La chimica pura e corrotta
dei tuoi studi, gli anni
giovanili, terra d’elezione,
stagione effimera interminata
della mente, la notte,
compagna insaziabile assetata
di sangue delle tue narici,
sudore dei lombi, mani perdute
nella frenesia ponderata dei tuoi
Canti. A lei hai dato tutto,
e non importa cosa hai avuto
in cambio. Il tuo seme sparso
nel grembo ha generato un corpo
arcano, rosso di sangue e grida,
pronto a correre, a fuggire,
appena nato.
Alieno alla luce, al riflesso paziente
delle aiuole, suore dai capelli a larghe
tese, ombra di chiese consacrate soltanto
al santo protettore del potere.
Le cosce della notte, sode, calde, distese
è lì che hai gettato i tuoi pensieri,
da loro li hai lasciati stritolare
per ritrovarli fertili, schiusi,
urlanti di forme di parole.
La notte, calore di geli senza fine,
i guanti a scaldare la penna,
nella bocca il diamante di un riso
da incastonare nel tremore
di un concetto, un’idea, pietra
che forgia e misura
il corpo del mondo,
frantumandolo.





SOLAMENTE LA VITA

Che fossi un poeta non lo immaginava
nessuno; per i tuoi compaesani eri
un mistero vociante, un ingombro,
sguardo dritto dentro gli occhi,
roccia pregna che scendeva
a valle strappando brandelli
di pelle e di selciato.
Per tuo padre, maestro elementare,
eri un problema formulato male, inadatto
al Regio Programma Ministeriale, impossibile
da proporre nell’ambito di una canonica
lezione, nella sessione di un anno
scolastico ordinario.
Per tua madre un capriccio troppo rapido,
gioco complice, canzone che nasce
esile su note semplici, trillate, bisbigliate,
poi prende il volo, la gola, il fiato
e fugge via, incontrollabile, oltre
l’anta di una finestra aperta a metà
sulle foglie e sui rami di un tiglio.
Per gli scrittori del tuo tempo un paio
di scarpe sporche di fango,
mano gonfia di calli, manici
di zappa immaginari, campi avari
da dissodare. Ti hanno ucciso
con grassa innocenza,
la colpa tetra della noncuranza,
disprezzo di fronte al computo
ineluttabile della verità.
Eri in viaggio verso l’uomo,
brivido di fronte ad un immenso
che aveva rapito a sé anche
il cuore del recluso di Recanati.
Hai pagato, ogni verso, ogni respiro
strappato alla muffa dei sorci
e dei muri. Ora sappiamo chi eri,
chi sei, sappiamo chiamarti
poeta. Ma il verso, la rima, l’armonia
di dolori sillabati nella realtà
di una falsa, felice pazzia, sa scriverla,
adesso,
solamente la vita.




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