Marcello Frixione
Ologrammi
Editrice Zona, Rapallo, 2001.
Marcello Frixione, “educato alla filosofia analitica e allo studio dell’intelligenza artificiale” (come è detto nella nota di Giancarlo Alfano a fine libro), giunge con Ologrammi alla seconda raccolta poetica. La prima è Diottrie, pubblicata nel 1991 per l’editore Manni di Lecce.
A dieci anni di distanza dal primo libro, Frixione raccoglie nel secondo una serie di testi scritti e disseminati lungo gli anni 90, alcuni pubblicati in riviste, cataloghi o volumi collettivi, altri inediti. La natura composita di questo libro ne fa un’opera senza centro, non organica, ma non per questo priva di valore. Anzi, a giudizio di chi scrive ha elementi che la rendono preferibile alla prima raccolta.
Diottrie è giocata su un’idea di fondo: rivisitare forme e temi della letteratura barocca, non (solo) per un esercizio letterario ma (anche) per la convinzione che ad essere barocco è il mondo stesso. Titoli di poesie come raccoglier rami di corallo e farne omaggio alla ninfa sua o bella donna cui manca un dente, ne danno un’idea. Si tratta di un libro molto lavorato; la notevole destrezza dell’autore mette in opera una nutrita selva di soluzioni barocche (soluzioni di lingua e metri in cui, fra gli altri, Gabriele Frasca ha dato prove di indiscutibile maestria e maggiore, direi, incisività).
I titoli di entrambe le raccolte di Frixione richiamano il mondo dell’ottica. La questione del vedere è centrale, gli studi delle scienze cognitive la alimentano. L’interazione fra percezione e linguaggio fa della vista uno strumento conoscitivo non separato dal valore conoscitivo del linguaggio. (Si veda la nota di Alfano nonché il volume, peraltro verboso e poco concludente, di Tommaso Ottonieri, La plastica della lingua, Bollati Boringhieri, Torino, 2001, che dedica alcune pagine a Frixione). Ma è su altri aspetti che vorrei portare l’attenzione.
Ologrammi ha più attrito di Diottrie. Benché sia meno compatta e più eclettica, mi sembra più viva e aperta della prima raccolta. Forse è proprio l’eterogeneità delle sezioni a renderla tale. Trovo eccellente l’idea della sezione “ninfe”, che a differenza del mondo chiuso di Diottrie getta dei lampi di luce sul presente. Questo è il senso in cui Ologrammi ha più attrito. Letta con attenzione, rivela un’osmosi più ricca ora conflittuale, ora testimoniale con il presente.
Il tema classico e barocco delle ninfe è declinato secondo modi (ovvero mode) del presente. Si trovano ninfe in occhiali da sole, ninfe cicliste, ninfe motocicliste, ninfe sotto la doccia. Ecco alcuni esempi.
ninfa indossa gli occhiali da sole: “indossa eurilla le brunite lenti / onde il soverchio sensìbile lima. / pure schermando l’esca non è spento // il raggio che nel petto ne cucina.” (p. 16)
ninfa sotto la doccia: “irrora nice il getto della roggia / sciacquàndone la schiuma se l’asperge / di finto nembo simulata pioggia.” (p. 18)
Lo schermo degli occhiali non frena il fascino cocente della ninfa. Ma non è solo uno schermo di lenti individuali: è anche lo schermo pubblico, televisivo. Una ninfa si mostra, un’altra si purifica in pioggia simulata, un’altra ancora dimostra le virtù di un prodotto. L’ironia, sofisticata, è sui nostri spettacoli societari.
spot di una ninfa: “anadiomene. dirime la spuma / imbonendo l’incanto dell’ascella. / di tersi membri addita bagnoschiuma.” (p. 23)
Un processo simile (che Alfano chiama di ‘miniaturizzazione’) opera nella sezione “fàvole”, forse con meno mordente ma notevoli guizzi. Qui, ad essere rivisitate, sono figure della mitologia classica.
arianna: “se già ti resi edotto / del trucco dello spago / mi saldi il fio e lo scotto.” (p. 54)
teseo: “a che tu non m’intarli / alla proda di nasso / vayas con dios my darling.” (p. 56)
dafne: “scansando il dio m’imbosco / a gloria dei poeti / a bacca per l’arrosto.” (p. 58)
Non mancano riquadri di una realtà più bassa. ninfa giuocatrice: “dissipa clori mille sigarette / fingendo risse in simulato agone / governa in bisca i turni del tresette.” (p. 22) Non mancano tonalità più cupe fatte vibrare da colpi a sorpresa. ninfa malata: “deh labri senz’ostro, cigli disfatti. / costretta nella valva del contagio / erminia orsù telèfona ai monatti.” (p. 18) Ma quello che è peculiare in Frixione, è che le tonalità più scure sono modulate sotto il brillio dell’intelligenza filosofica: “per quanto ti estenda in rinnovati / nessi per quanto muti il flusso che / altri nervi inonda pure sussisti // come sussisto (vedi) in scialbi versi.” (p. 13)
Intensa la sezione “stazioni”, in cui il percorso verso un ipotetico golgota non culmina in pienezza ma nell’allusione, schermata da neon, ad un esito negativo: “ma se si incarni in caduca livrea / e volga al cielo sìnolo di vèrtebre / appongo neon illuminatio mea.” (p. 29)
Quanto al resto della raccolta, si sommano fra le altre una sezione con brani su opere pittoriche, una sezione con una narrazione in stile poliziesco (“movie”), sezioni filosofiche, alcune traduzioni-riscritture dai Cantos di Ezra Pound. Un esempio filosofico: “ma tu verìssima, fascio di referenti, / forse tu mi addestrasti (e ti ringrazio) / ai segni e alla sintassi di altri enti.” (p. 49) Due versioni da Pound: “così mi germògliano tralci dalle / falangi chirr chirr chirr-rik come fusa / come di pecchie tra i pàmpini grevi di / pòlline (e uccelli assonnati tra i rami)” (p. 61); “o lince abbi cura dell’orto / che è detto la melagrana / preserva gli azotobatteri / (che l’orto e la vigna risuònino / di cròtali e clacson, di sistri)” (p. 65).
Come si può notare, vi è molta eterogeneità nei temi. Non altrettanto nello stile, per il quale valgono alcuni tratti generali: i reperti barocchi, il tempo verbale presente, la terza persona prevalente, le molte sdrucciole. Musicalità, allitterazioni, ritmi sono tratti eccelsi di entrambe le raccolte di Frixione.
Mi sia permesso concludere con una riflessione di cui non contesto la parzialità. Cosa pensare di questo libro e di altri nella stessa corrente?
Ecco quello che un poeta segnato dalla rivoluzione futurista, dalle avanguardie di inizio 900, poi da Zanzotto, dalla neoavanguardia, avrebbe potuto e dovuto scrivere alla fine del secolo. Ma cosa scrivere oltre? Cosa scrivere ora? Fino a che punto affidarsi ancora agli espedienti formali e linguistici che le diverse avanguardie hanno già sviscerato?
Tendere ad una scrittura più asciutta e scandita. Concentrare gli sforzi su una poesia logica. Ma è ancora presto per dire cosa sarà, una poesia logica.
Giovanni Tuzet
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