Paola Moreal
Oltre il cancello
Incontri editrice, 2005
Non sempre una fotografia è soltanto una fotografia. Tanto più quando la foto in questione campeggia sulla copertina di un libro di poesie,come quello di Paola Moreali, intitolato Oltre il cancello, in cui l’autrice sassolese rivela con pienezza l’ampio perimetro del suo orizzonte poetico, così delicato e febbrile. Un libro costruito su di un’architettura rigorosa e meditata, esito di una lunga stratificazione, frutto di un lento, rilkiano, lasciarsi crescere dell’ispirazione, di una paziente distillazione del motivo in parola poetica pregnante e segreta. Un libro ponderoso, scandito in sette sezioni che raccolgono una compagine di testi scritti nell’arco di tre lustri, apparentemente dunque aperto a molte strade, se non fosse che i sentieri sui quali si incammina l’autrice si rivelano tra loro rigorosamente intrecciati e comunicanti, tutti convergenti verso un centro che paradossalmente (ma è un paradosso per chi non abbia letto le riflessioni critiche di Genette[1] sulle “soglie” dei testi letterari) coincide con la soglia stessa del libro, e prima ancora della memoria di Paola Moreali; quel cancello che continua, dall’infanzia, a tracciare emblematicamente i confini di un destino. Su questa formidabile soglia l’io lirico intreccia le proprie rimemorazioni alla voce, prossima e remota, di un personaggio drammatico (l’autrice stessa, da bambina) con cui instaura, nel cerchio magico della poesia, nel suo hortus conclusus perimetrato dal senso sacrale della misura e dell’esattezza ritmico-prosodica, una comunione, un’empatia profonda in cui ricreare un’altra magia, quella dell’infanzia, in cui tutto fatalmente accade una volta per sempre (non a caso, la prima sezione, per molti aspetti, eponima del libro, si intitola “Infanzia-Magia”)[2]. È sul dialogo incessante del poeta con la bambina che è stata (che è ancora?) e il suo mondo poetico che non cessa, vitalmente, di parlare alla sua coscienza, che affondano le radici più profonde e nutritive di quest’opera. Tornando alla foto di copertina, la bambina che ci accoglie dal suo eterno presente in bianco e nero continua a stringersi, con delicata ostinazione, alle grate del suo cancello; ha un sentiero davanti a sé di cui non si indovina il percorso, che sembra non finire. Quanta seduzione in questa illusione ottica a cui dà spessore e rilievo il colore nell’abile prospezione del fotoritocco. Ma lo sguardo della bambina è rivolto all’indietro, è dentro, in un abisso forse più profondo, ma familiare, che comincia nei suoi occhi, così acuti, così avidi di scavare mondi segreti nel cuore delle cose, come per afferrarne la promessa di un’eternità da estendere fiduciosamente ai volti, ai nomi, dell’orizzonte familiare e domestico che la riscalda e la accoglie con la sua irripetibile perfezione. Quella bambina, aggrappata al cancello, che guarda indietro, è silente; è già depositaria di un grande segreto, il mondo le si è già tutto poeticamente rivelato. È già un poeta,ma non ha bisogno di parole per afferrare, con le grate di quel cancello, l’anima del mondo; perché quell’anima è tutta radicata nelle cose. Quella bambina non sa ancora che il Tempo passa incurante di ogni scongiuro, e che oltre il cancello, presto, molto presto, oltre le seduzioni della vita, verrà in attesa (ed inattesa)
la Morte.
Non è un caso che la prima sezione del libro, “Infanzia-Magia” si articoli, come nel racconto mitico di una fondazione, in una teoria di volti, oggetti, figure, come il giardiniere Vandelli che “puzzava di tabacco/ e ci metteva la neve/ nelle aiuole” (pag.31); o le vecchie zie “un po’ impomatate/ colletti di trine merletti/ fruscianti di sete di lane/ sbucate da vecchi bauli/ di volti rubati/ dal buffet di porcellane” (pag.23), quest’ultime ironicamente ricreate della stessa materia dei loro abiti, a presentificazione di un mondo e di un tempo perduti ma dal sapore inconfondibile di madeleines amare;il tutto scandito da una sintassi e da una scelta lessicale[3] orientata verso i registri ironico-crepuscolari di un Gozzano (L’amica di nonna Speranza) o del primo Palazzeschi. Ma la poesia conclusiva, Modernariato (pag.36) con tragico scarto stilistico, introduce, con straniante ecolalia, la presenza fino a quel momento invisibile, della Morte: “Strada lunga/ dritta o quasi/ fino a Fiorano/ via Mazzini/ che per me/ era tutta li/ saracinesca grata di ferro/ portone porta/ e una breccia nel muro/ numero 59/ e mia madre/ che diceva/ devi tornare presto/ e poi se n’è andata/ presto lei”.
La scomparsa della madre, ferita che continua suppurare, e poi l’assenza paterna, rovesciate in presenze lariche, numinose, dalla magia del numero poetico, sarà sviluppata con assoluto rilievo nella sezione “Altre rive”, ma già qui, in questa sezione, scava il recinto sacro di un discorso lirico che avrà nell’intreccio di pubblico e privato,cronaca familiare e tragica Storia mondiale (l’Olocausto a cui è dedicata la seconda sezione ,Ha-tikvà),vita e morte,passione e dolore, i suoi cardini poetici. È qui, in questa sezione,in cui anche la lingua ritorna ad essere bambina,che l’autrice prolunga la magia dell’infanzia attraverso la magia della tecnica poetica. L’ars poetica (è questa l’ambizione, la scommessa più ardita di Paola Moreali) è chiamata subito a cercare parole che dialoghino con il sacro,con il Tempo che si consuma(“Pensavo al macero del Tempo” è il titolo non casuale di una delle migliori poesie del libro, pag.88), con i morti, a tentare insomma,attraverso il gesto poetico,un rilkiano “recupero del significato”. .Le cose (le res,che un tempo offrivano il mondo alla bambina senza spreco di parole) qui si tramutano in verba,simulacri esili ma ancora intrisi,innamorati,del vuoto lasciato dalle cose,del loro intatto segreto ( “Esiste un posto/in me segreto/dove dimora/il mondo”, pag.82). Da questa soglia Paola Moreali continua a guardare il mondo; è il suo un sentimento di amore giurato sulla fedeltà al Tempo e alla memoria,ma cementato nella paura,che la spinge avanti. Si potrebbe dire della nostra autrice ciò che Patrizia Valduga dice del suo fare poesia:scrivere per avvicinarsi alla propria paura, per poter dire non quello che si vorrebbe dire,ma quello che si deve dire[4].
Anche per questo ha un significato non trascurabile la cura della forma di quest’autrice, la sua sensibilità per la suggestione musicale dei versi (è autrice anche di testi per canzoni, ed i versi delle sue poesie, brevi, cantabili, ne portano l’eco) e per immagini fortemente iconiche, e il ricorso,apparentemente incoerente,all’uso del correlativo oggettivo[5], contrassegno di una poetica anti-lirica,di certo estranea alle corde della Moreali, ma spesso impiegato ,in accordo con la teoria eliotiana, come un “sostegno esterno, culturale, realistico, comunicativo, che liberi l’individualità creativa da sé stessa, dalla propria rischiosa ineffabilità.”[6]. C’è del resto, in questa poetessa, anche nei suoi slanci più graziosamente lirico-visionari, un bisogno e un istinto di restare radicata alla terra,di non smarrire del linguaggio poetico il suo spessore comunicativo, il suo precario equilibrio nell’incrocio tra Storia e coscienza. Così non stupisce che l’esperienza poetica di Paola Moreali, i suoi versi, e non solo i suoi, anzi soprattutto quelli dei poeti amati e frequentati sulle pagine dei libri o nella vita di ogni giorno, diventino costante esperienza di vita. Basti vedere l’ultima sezione, intitolata appropriatamente “Re-visioni e reverie” in cui la trama dei versi della nostra autrice si intarsia delicatamente e rispettosamente, prendendoli con devozione dalle loro stesse mani, ai versi di “maestri e autori” quali Rilke o Garcia Lorca, scrittori contemporanei in qualche modo fraterni e partecipi,o autori a cui è legata a filo doppio dal genius loci e da una lunga frequentazione, come Alberto Bertoni.Versi altrui che si con-fondono ai propri,si diceva, per empatia, quasi per osmosi,per una compartecipazione emozionale,intellettuale (e, verrebbe da dire, anche fisica) con una tradizione[7], intesa come patrimonio di vita che continua e si trasmette. Versi declinati nelle pagine iniziali di ogni sezione non certo come inerti esergo, per una mera araldica, ma piuttosto perché “diano il la” alla voce della poetessa,prendendola per mano per guidarla con decisione, da questa infinita soglia, oltre il cancello.
Adriano Napoli
[1] J.Genette,Soglie,Einaudi,Torino.
[2] Sul paradosso della comunicazione lirica,che si configura “come un discorso prossimo alla quotidianità e nello stesso tempo delicatamente,preziosamente,aristocraticamente remoto da essa”,si cfr. F. Bruni,Vaghe stelle dell’Orsa…..”.L’”io” e il” tu” nella lirica italiana,Marsilio,Venezia,2005,pref.,pag.VIII.
[3] Si veda,per un parziale ma esauriente lessico di frequenza,il seguente catalogo di termini rigorosamente d’antan:bauli,brocca,catino,arelle,ovali,e più di tutti,a restituire la patina di un mondo,balocchi.
[4] P.Valduga,Quartine.Seconda centuria.Einaudi,Torino,2000,pref.
[5] Tra gli esempi più suggestivi dell’uso culturale e comunicativo del correlativo oggettivo:“Pensavo /al macero del Tempo/allo scuretto sbrecciato/che batteva(…)al volo/del merlo bianco/come a una svolta “(pag.88);e ancora: “Ho raccontato /la mia storia/al coccio di bottiglia/a quel raggio azzurrato/che sostava sul tuo viso/legato all’anima /del suo riflesso/gli ho parlato/della fragilità/del mio essere”(pag.59).
[6] A. Berardinelli,La poesia verso la prosa,Bollati Boringhieri,Torino,1994,pag.24.
[7] Si veda ancora F.Bruni, cit., che parla della lirica come il “genere letterario più compatto nel tempo,quello che meglio ammette il riecheggiamento e la gara con i modelli,l’allusione a una tradizione anche molto antica,e lo scatto inventivo che misura la novità sullo schermo della codificazione raggiunta dallo stratificarsi delle esperienze interiori”.
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