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L'ALBERO DI GIUDA


Francesco Piluso su: “L’albero di Giuda” di Adriano Napoli


Accostandosi alla poesia di Adriano Napoli, ci si imbatte in una poetica che trova ragion d’essere nell’assoluta modernità che la pervade, attraversandola come un caldo respiro che si condensa sotto lo specchio che riflette l’anima: se l’immagine non è nitida, se ne distinguono pur sempre i contorni. Dopo tutto, come scrisse Montale, non esiste niente in grado di squadrare “l’animo nostro informe”. Perfettamente consapevole di questo “debito” contratto con il lettore, Napoli, facendo ricorso alla sua fantasia, quella che egli stesso stima capace ancora di parlare con gli alberi, ci prende per mano, guidandoci fin dove esiste ancora quel posto tremendo “dove finisce l’infanzia”, in una dimensione in cui il tempo si deforma, cedendo al fascino del ricordo. Ecco dunque come diventa peculiare la funzione del colloquio, che ricerca risposte alle tormentose domande dell’autore, dialogando, non solo con il lettore, ma anche con gli amici, e perfino con gli alberi. Per quanto riguarda gli aspetti stilistici, si tratta di una poesia, per dirla con il Sereni, disposta a sporcarsi di prosa, a condizione di rimanere poesia;per esempio, nella sezione I CANI DI PIETRA, dove in tre delle liriche raccolte la parola scorre come prosa, pur conservando la musicalità propria dell’autentica poesia, Napoli agisce, seguendo alcune delle direttive dei poeti del secondo Novecento. Ci sarebbe da dire ancora molto altro in proposito, ma come si può vedere, di certo non mancano motivi d’interesse, per chiunque volesse avviarsi alla lettura delle bellissime poesie del poeta salernitano, raccolte, tra l’altro, e pubblicate dalle edizioni Joker nel 2003, in un libro intitolato L’ALBERO DI GIUDA, opera prima dell’autore. Questo volumetto, raccoglie poesie già edite su riviste e antologie. Quella di Adriano Napoli è una poetica intensa, ma misurata; fatta, come dice Sandro Montalto nella prefazione, “di metafore urgenti, vicine all’espressionismo”. Mi limito, per il momento, a citare i versi iniziali, di una delle poesie di Adriano che preferisco, per rendere giustizia a quanto detto finora: "Il gatto nero sapeva recidere con un’unghia il fiato velenoso della serpe ma ne fu punto, e adesso riposa sotto un cespo di ortensie e miagola ancora, ma di aromi sopiti diversi dal temporale, lascia che il vento furtivo lo stani, sa di dover rinascere pazienza del grano e della neve....". Questi versi, a mio avviso, rivelano una straordinaria sensibilità, guidata da una grandissima intelligenza letteraria; da essi emerge l’attesa di una rigenerazione simile a quella della fenice, che si attende con impazienza (il miagolare ancora, potrebbe avere questo senso), seguendo l’incessante scorrere del tempo. Sarà la "pazienza del grano e della neve", a rendere la vita all’animale, attraverso l’alternarsi delle stagioni: estate-inverno/vita-morte. Tornando a vertere la nostra attenzione sull’intera opera, vediamo intanto il perché del titolo L’ALBERO DI GIUDA. Il titolo della raccolta è quello dell’ultima poesia, autentica perla, racchiusa nella sezione COLLOQUI CON L’ALBERO DI GIUDA. Essa raccoglie la disperazione del legno dell’albero di Giuda (l’albero al cui ramo Giuda fissa la corda alla quale s’impicca), contaminato dalla vergogna, che non può aspirare alla nobiltà del legno della Croce di Gesù:

"Non fidatevi della mia fissità di albero,
troppo sghemba e sospesa perché non la sfiori
un eccesso di umanità .....
Avessi saputo convertire in parola la mia voce
di erba antica bella da calpestare
sarei stato qualcosa di diverso da questo
amore carnale che getta ombre sconsacrate
sulla luce del bosco".

L’amore carnale al quale l’albero vorrebbe essere estraneo, è quello che avrebbe portato Giuda al tradimento, secondo l’idea che egli tradì per troppo amore. L’albero di Giuda, dunque è il simbolo di un amore così intenso da diventare invivibile. Napoli ammonisce: "..se disperdi dentro te l’amore che ti è dato, diventa invivibile,..". L’amore è sempre il tema delle poesie di Adriano Napoli, catturato nella estrema, travolgente, passionalità. L’amore può, secondo l’albero di giuda(evidente trasposizione dell’autore), precipitare: "in alto verso un abisso pieno di pollini e perdono", oppure in basso alla maniera "del sasso qualsiasi senza profondità"; ma, poiché "non esiste voragine che sia eterna", il precipitare verso il basso rende l’amore invivibile. C’e un aspetto diabolico dell’amore, che il poeta non ci indica, ma, ci lascia intravedere. È la seduzione carnale, che inspira il desiderio di Giuda e lo rende traditore. Il troppo amare, l’eccesso di sentimento, il desiderio di possesso, la volgare gelosia: sono tutti tratti speculari dell’amore. In un maledettismo cauto e misurato che domina la poesie di Napoli, confluisce la dimensione dell’amore. Napoli, comunque consapevole dell’inesistenza di un amore esclusivo, ricerca l’amore e ricerca l’equilibrio attraverso l’amore, infatti desidera, per ogni suo "amore deluso", scampare dal sogno in cui una ragazza gli "dona con un bacio l’equilibrio" e lui lo perde. Perché in fondo il giovane poeta dice di sé: "io vò cercando poeta a scanso d’equivoci per non saper dire ti amo" (cit. dalla poesia L’albero di Ogliara). In fondo Napoli ha "la paura di chi è solo a contemplare l’insonne firmamento tra gente che non ride e che non sa sognare" (A. Napoli, VENTO DI DOPOCENA). Sulle sue spalle pende, come una spada di Damocle, la maledizione baudelairiana del poeta. Così si ritrova spesso, solo a guardare le stelle. Perché, in fondo, cos’altro vuol essere un poeta se non un debole sognatore.

Francesco Piluso




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