La consapevolezza che ogni forma spaziale si concretizza in una durata temporale e che il tempo si perpetua oltre ogni contingenza in una relazione di forme inscritte in uno spazio familiare, vitale, non ha mai abbandonato l’ispirazione e l’opera di Umberto Piersanti. In queste precise ,imprescindibili coordinate spazio-temporali , “per tempi e per luoghi”(ed è il titolo ,non a caso, di una raccolta antologica pubblicata nei “Quaderni del Battello Ebbro”nel 1989),è andata sviluppandosi un’esperienza culturale fedele ad una mitografia radicata nei paesaggi e nei personaggi di una terra, quella natia, che con la sua memoria ancestrale vince su ogni cosa, perfino sulla vertigine del cielo. Come un eroe eponimo, come un Anteo nutrito dalla terra , Piersanti ha tracciato negli anni, libro dopo libro, i confini di un luogo nel contempo reale e letterario dal quale contemplare il mondo e raccontarlo , sempre seguendo un percorso coraggiosamente contrario alle linee di tendenza dell’imperante industria culturale , confrontandosi proprio con quei generi proscritti dalle poetiche e dalle estetiche à la page : la lirica, il romanzo epico-storico.A questo riguardo con L’Estate dell’altro millennio (Marsilio,Venezia, 2001) Piersanti ha riaffermato con la sapienza del fare la vitalità intatta della forma romanzo laddove molta critica avvertita ne aveva cantato il deprofundis.
Non stupisce che anche il documentario in DVD Umberto Piersanti . Un poeta e la sua terra , edito da Librialice.it, si presenti fin sulla soglia come un luogo prima di tutto geometrico , scandito da quattro linee portanti che corrispondono a quattro sezioni, angoli di visuale da cui osservare la complessa vicenda biografica e poetica dell’autore marchigiano: Parole , in cui la voce materica del poeta legge alcuni suoi testi esemplari in versi e in prosa ; Convivio in cui l’excursus nei sentieri piersantiani si arricchisce della compagnia di critici assai prossimi, per una lunga ed empatica frequentazione, quali Roberto Galaverni (autore di una intervista-conversazione da cui, auspice l’atmosfera conviviale di un’osteria urbinate, emerge l’idea di una poesia che “si spezza come il pane, si beve come il vino” , secondo la lezione di Franco Scataglini), Daniele Piccini, e Paolo Lagazzi (che si sofferma sulla qualità di una parola poetica irriducibile a qualsiasi forma di mentalismo, sottolineandone le affinità con alcuni scrittori contemporanei , in primis Attilio Bertolucci e Pasolini) ; Biografia , ed infine Monologhi , in cui il poeta compare in prima persona e guida lo spettatore con la sua fisicità impareggiabile nello spazio-tempo del proprio mondo poetico e memoriale , trasformando in geografia concreta alcuni concetti chiave : l’infanzia, la natura , la donna, la paternità. Queste quattro sezioni , l’ultima in particolare, recingono infatti una geografia essenziale, ed è Urbino : la città paterna del poeta, con i suoi vicoli e orti , le torri, i campanili che come echi si rispondono e misurano nelle loro ombre carnali la durata del tempo. E quelle mura che sembrano chiuderla in un destino separato e inaccessibile e invece l’avvicinano al ventre materno e agreste delle sue Cesane, come se davvero quei bastioni sancissero non la separatezza, ma il punto di incontro di storia e mito plasmate in un’unica sensuosa visione. Non a caso Urbino nelle immagini del documentario non appare come un semplice sfondo, ma acquista il rilievo , la sostanza nutritiva di un corpo vivente e accogliente in cui Piersanti riannoda i fili della propria esistenza visitata dal mondo in forma poetica. Quattro sezioni non inerti, ma in movimento verso un unico crocevia, in cui ciascun episodio della vita del poeta possa incrociarsi e con-fondersi con gli altri , raggiungendo , nella cittadella della memoria , il luogo non pacificato in cui è unicamente rintracciabile una trama di significato.
Ne Il canto magnanimo Umberto Piersanti sviluppa la sua rimemorazione in un colloquio a tre voci con i suoi due critici più familiari, Galaverni e Raffaeli, che oltre a concentrare il colloquio sui temi fondamentali (la natura, il luogo, il mito, l’amore), hanno saputo , grazie alla profonda conoscenza e frequentazione dell’autore, restituire il clima , l’aura autentica di questa esperienza poetica fatta di cose, situazioni e paesaggi concreti , avvenimenti filtrati attraverso una coscienza aperta alla dimensione della verità. Un clima espresso con efficace sintesi nella brevissima nota introduttiva, così compartecipe dell’essenza della vicenda piersantiana:
“ Una mattina di novembre dell’altr’anno si andava in macchina da Urbino verso Urbania per un convegno dedicato a Paolo Volponi . Parlando, mentre l’auto sterzava sui tornanti, dentro il verde già screziato dei gialli e dei rossi autunnali, ci è venuta come in simultanea l’idea che se la città di Urbino è appannaggio dell’opera del grande romanziere , le terre circostanti , a partire dall’altopiano delle Cesane, lo sono invece e innanzitutto dei versi di Umberto Piersanti”.
Una parte cospicua del libro proietta il lettore nella dimensione reale e favolosa dell’infanzia, con i suoi anacronismi, i suoi prodigi, il suo sottosuolo misterico, la natura popolata di fate e di demoni . L’infanzia come un destino traccia un pomerio entro cui la coscienza del poeta impara a riconoscere le cose e a dare i nomi. Su questo piano ancestrale, familiare, in cui dominano le figure dei nonni , il pastore Madìo , la presenza larica della nonna Fenisa, e la madre, eternamente fanciulla e leggera anche se un’ombra pensosa ne sfiora la luminosa figura, si innesta, come sanno bene i lettori più attenti, il patrimonio di una coscienza letteraria che risiede soprattutto nelle favole boscherecce del Tasso ( l’Aminta è più di ogni altro il libro che ha lasciato un’impronta indelebile in Piersanti) e nel linguaggio post-grammaticale pascoliano, ma prima ancora nel suo senso della natura , che si esprime in un’immersione fisica nei suoi odori e sapori , buttando la testa fra l’erba, in una vertigine panica . I due critici sono attenti a fare oscillare la memoria di Piersanti tra questi due universi, attingendo a questo duplice serbatoio e riportandone alla luce gli elementi essenziali: i tempi e i luoghi (non a caso titolo dei due brevi ed esaustivi testi di presentazione ), gli amori e le fughe , in compagnia di una donna , presenza indispensabile per ricongiungersi , nei “luoghi persi”, alla durata di un “tempo differente”. Questo è anche il titolo di una decisiva raccolta poetica (Sciascia, Caltanissetta-Roma,1974)da un Piersanti trentatreenne soffocato dal clima esasperato del “sessantotto” e dai suoi plumbei dogmatismi , assetato di cose vere, di grazia e di bellezza. E’ il libro delle iniziazioni, della ricerca di un linguaggio che si faccia mondo, e in cui la ricerca sul campo di una prassi si intreccia a una riflessione teorica che assume come interlocutore il professore Rosario Assunto, maestro e anima fraterna , primo di una serie di maestri e autori incontrati e vissuti negli anni ( e tra essi un posto di rilievo spetta ovviamente a Carlo Bo). E poi i poeti , letti nel chiuso di un orto -la città presaga e palpabile come una nutrice dietro lo schermo di un muro o declamati ad una dolce e assorta compagna nelle lunghe camminate in attesa del crepuscolo : le tre corone della fin de siècle , Pascoli , il D’Annunzio alcyonio e Carducci, i grandi spagnoli del Novecento, su tutti Lorca , il Leopardi dei piccoli e grandi idilli preferito ,secondo la testimonianza affettuosa e ironica di Galaverni, addirittura al Dante della Commedia.
Non manca lo spazio in questa lunga conversazione per un recupero delle ombre : dei compagni di viaggio che non sono più , su tutti Fabio Doplicher, instancabile operatore culturale e organizzatore di eventi che ha saputo trasmettere a Piersanti il senso concreto e l’intelligenza del lavoro letterario; dei dolori e dei traumi che la vitalità magnanima e impetuosa di questo autore ha dovuto sopportare come uno stimma , rovescio inevitabile del suo carisma, e Jacopo, il figlio che non può condividere i luoghi persi, ma che con la sua unicità ha contribuito ad ampliare lo spazio della coscienza aprendo la dicibilità e la totalità della poesia ad una percezione diversa e necessaria .
Poeta di natura Umberto Piersanti, anzi, di più , “forza di natura” secondo Roberto Galaverni , che paragona i suoi versi migliori alla “forza di una vegetazione che si rigenera” . Siamo d’accordo, ed ha ragione , il critico, anche quando individua tra i pregi di questo poeta, particolarmente rimarchevole , quello di “aver messo il dito, anzi la parola, là dove il cuore dell’uomo batte , dove respira, dove gioisce, inevitabilmente duole , là dove il nostro tempo , la nostra storia sono più vivi”(pag.13).