Un ritornello che ricorre mai identico a se stesso. Un prefisso che reitera, ripropone, ri-capita, eppure nei ritorni porta sempre in parte altrove. Una traccia da seguire, il nodo al fazzoletto che ricorda chi si è, da dove si viene, anche (e soprattutto) quando è incerto dove si va.
Un’ancora, se si vuole, o un trampolino. Meglio ancora, una rampa per alianti.
Rebuff, Rebounds, Rebel e Reborn: quattro capitoli mai definitivi, semmai intimamente provvisori, quattro stagioni che si ripetono ogni volta un po’ diverse, quattro elementi basilari di un ciclo inevitabile eppure imprevedibile.
Il ricorso alla lingua inglese sa d’ironica boutade, sdrammatizza un senso delle cose e degli eventi altrimenti amaro, perennemente in bilico tra cinismo e disillusione, pur nella sovrana meraviglia dell’esistere, dell’esserci ogni giorno, fino a tempo scaduto.
Rebuff è lo smacco, la disobbedienza, l’impeto levato contro l’ordinario; è l’impulso passionale, la fuga da una “normalità” pure agognata e nel quotidiano vissuta: qui albergano liriche vecchie e nuove (poiché il criterio cronologico viene nel libro più volte intrapreso e tradito), celebrazioni di antiche amicizie, di amori consumati, di nostalgie cocenti per una giovane passione (“saranno sempre venti gli anni da ricordare?”), un nome di donna nascosto in un gioco di parole sull’eco di un verso della Duras... La donna come centro di gravità, riferimento, e al tempo stesso perno da scardinare e a cui appigliarsi ogni volta, motivo di malsofferto condizionamento ma anche, soprattutto, continua fonte di ispirazione e aspirazione. Non è un caso se la figura di Anna Achmatova (ancora Gorenko) scivola tra questi versi come un nume benigno, l’emblema commosso e la promessa di un’esistenza eccezionale, di una vita come opera d’arte.
Da Rebuff a Rebounds, dal “delitto” al “castigo”: a volte punizione autoinferta, a volte ironico contrappasso, in Rebounds il tono si fa più dolente (“Le sorprese non crescono/ tra l’erba da sole/ s’alzano dritte/ impaurite e semplici soldati..”; “vivere d’arte senza l’affanno/ di vivere”) ed è nella discesa che Seri si rifugia di più nei propri luoghi: “Sbranavo carne/ come la tigre di Ligabue” è solo in apparenza un ammiccamento esotico, bensì un messaggio cifrato, la traccia di un capolavoro ammirato nelle sale della pinacoteca civica di Macerata, la sua città.
Rebounds è il tempo della consapevolezza, la cognizione del dolore (la tragica figura di Ofelia) che porta alla maturità, se non del sentimento, delle idee: l’esordio di Rebel è così un’esplosione guascona, un manifesto d’intenti, una dichiarazione poetica quasi mannara: “Vengo a destarvi/ mordervi/ sprigiono guerra (…) vengo e vi azzanno…”. La politica, l’impegno sociale, l’engagement letterario e pubblico sono i mattoni che costruiscono e completano la figura dell’intellettuale sempre più calato nel mondo, e non più solo mondano: la denuncia va di pari passo con la partecipazione diretta e personale, alla politica così come ai cenacoli letterari (“Le scarpe sono/ lo specchio dell’anima/ e qui nessuno le porta vissute”; “Si sveglia e vomita/ su chi confonde/ poeta da scriba”; “la mafia onorata dei poeti marchigiani”).
E di nuovo Seri torna a casa, a quella “piazza atomica” che apre la raccolta, con un andamento che sempre commuove nel profondo e meraviglia quando fa riferimento al quotidiano, ai luoghi semplici, familiari ed eletti: “Qui da dove scrivo/ si cambia spesso/ casa/ si gioca a dadi/ con i frati/ si mangia lenti/ è un istmo un fiordo un fiume.”
Reborn è una terra di approdo, se non davvero di rinascita: è l’inno a un equilibrio faticosamente ritrovato (ma pur sempre provvisorio: “So per certo che ognuno ha le sue croci/la celtica/ la versa/ i detti popolari”), è ogni cosa al proprio posto, l’anello che mancava, e, di nuovo, la casa da lasciare e a cui tornare. Un ordine garantito da una figura di donna, non più solo ricordata o immaginata, ma stavolta presente, sorprendente e viva (“se entri in una camera d’albergo con un fiore/ lo poggi sul tavolo di legno e cambia la sostanza dell’arredo.”). Un ordine da cui la voce del poeta si eleva in fine sopra gli uomini e le cose, come lo sguardo folle e divertito dello “stilita che vive/ sul penultimo lampione” a chiudere il libro. Lo stile di Seri è sempre aggiornato, moderno, diffida dell’accademia anche quando la frequenta, il suo linguaggio deve al quotidiano pur nella citazione colta, nel ricorso sottile all’assonanza, nell’astuzia degli incroci di parole “e scrivo vivo ivo o/ nulla più che un gioco lento/ mento e sento a stento/ le penne vostre/ e mi addormento” .
Un quinto capitolo è poi presente, in questa raccolta. Sfugge alla norma del Re- ma non a quella del titolo anglofono, ed è altrettanto importante, alla maniera (di nuovo ironica) delle tracce nascoste nei cd musicali, di cui riprende la struttura dei credit finali. Special Thanks è molto più d’un elenco. Ha in apparenza la declinazione asettica dell’inventario, ma dentro vi naviga una tale eterogeneità di cose, luoghi, nomi, storie, esistenze vicine e lontane, inventate e reali, presenti e passate, da farne un intimo sconfinato parnaso, un privato altare da camera, qualcosa che vale solo per l’autore e al tempo stesso strizza l’occhio a un pezzo della vita di ognuno: attraverso la citazione di un libro, un quadro, un film, un attore famoso. Un gol.
Chi scrive, per dire, ha avuto la ventura alfabetica di capitare tra il paladino Astolfo e Roberto Baggio.