Prisco De Vivo
Dell’amore del sangue e del ricordo
Edizioni Il Laboratorio, Nola (NA), 2004
pp. 82, euro 11,50
Prisco De Vivo, pittore e scultore, traduce in versi il proprio mondo artistico, apparentemente per cambiarvi di segno. Plinio Perilli, nella prefazione, parla di un «Pittore oscuro di una poesia chiara» e Raffaele Piazza, nella postfazione, di una differenza fra attività poetica e figurativa. Nel libro vediamo «Donne vestite di bianco», l’amore è «luce del passato», c’è una «terra luminosa»: altro rispetto alle visioni orrorifiche della sua pittura. Però, in essa, De Vivo ha intrapreso un ancora timido cammino verso il colore e la luce. D’altra parte non sembra che nella poesia via sia solo gioia e chiarità. Gli stessi prefatore e postfatore vi sottolineano l’uno il rapporto fra Eros e Thanatos, l’altro una dimensione sofferta. L’amore non è solo sentimento, ma anche corporeità e materia (come in Artaud). La luce che squarcia queste pagine è come risucchiata in quegli urli munchiani serializzati nella sua pittura e scultura: «luce lontana / di bocca tremenda» e la poesia di De Vivo è parimenti urticante. Il connubio di amore e morte rovescia l’erotismo nel suo volto nascosto, come un tempo in Bataille, oppure oggi nel poeta napoletano Antonio Spagnuolo. La scrittura, come in Spagnuolo, è però lo strumento che sottrae l’amore alla dissoluzione. De Vivo: «Io rinascevo / sulle tue cosce / senza capire / il perché». C’è poi una religiosità panica, un eros bruniano: «In un respiro / il cielo si unisce alla terra / l’acqua al fuoco / e gli uomini alle bestie».
Enzo Rega
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