Letteratura » Scritti di poesia
GRADIVA


“Gradiva”
State University, New York
n. 27/28, Spring and Fall 2005


Norbert Harnold, un giovane archeologo, scopre in un museo di Roma una scultura che ritrae, mentre incede con una strana andatura, una fanciulla che egli battezza Gradiva. Appunto: “la ragazza che cammina”. Ossessionato dal dilemma di questo impossibile modo di camminare, fantastica che la ragazza, figlia di una famiglia aristocratica, sia stata immortalata mentre si avvia al tempio di Ceres. Per di più, la sogna come vittima dell’eruzione di Pompei. E questo diventa la base di successivi deliri. È la storia della Gradiva che Wilhelm Jensen pubblica nel 1903 e alla quale, nel 1907, Freud dedica un famoso saggio, segnando l’inizio della critica letteraria di stampo psicoanalitico.

   Ma “Gradiva” è anche il nome di una rivista di letteratura italiana che si stampa a New York, alla Stony Brook State Univesrity, e che, ora, festeggia il suo trentesimo anno di vita con un bel numero doppio, il 27/28. Luigi Fontanella, che la dirige dal 1982, nell’editoriale ne riassume la storia. Fondata da Adriano Berengo, il primo numero esce nell’estate 1976 con saggi di Berengo (su Beckett), di Norman N. Holland, allora direttore del Center for the Psychological Study of the Arts di Buffalo, di Mark Heumann, studioso di psicoanalisi, di Michel David, che vi pubblica Psychoanayitic Criticism in Italy, e di Stefano Agosti che analizza due libri di Francesco Orlando dedicati alla teoria e pratica freudiana della letteratura. Alla critica psicoanalitica si affiancano, in questi primi sette anni, anche interventi di critica analogica e semiologia con saggi, fra gli altri, di Umberto Eco, Jacques Lacan, Lucien Goldmann. Con la direzione di Fontanella, la rivista si allontana dalla esclusività psicoanalitica (pur mantenendo, per motivi affettivi, quella testata) e, al contempo, s’indirizza più specificamente alla letteratura italiana, e dal 2000 circoscrive ulteriormente il suo campo alla poesia e poetologia italiana. Via via la rivista ha visto affacciarsi in essa varie metodologie – critica stilistica, strutturalismo, critica marxista – e si è avvalsa di altri contributi, annoverando nel comitato direttivo e come collaboratori fissi nomi come quelli (cito in ordine sparso) di Dante Della Terza, Alfredo De Palchi, Cesare Garboli, Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani, Octavio Paz, Paolo Valesio, Maurizio Cucchi, Plinio Perilli, Milo De Angelis. Con testi di Milo De Angelis (insieme a quelli di Philippe Soupault, uno dei fondatori del surrealismo, corrente alla quale Fontanella ha dedicato suoi studi), la rivista si apre, dall’82, anche a testi creativi.

   In questo doppio numero 27/28 (Primavera e Autunno 2005), Fontanella analizza proprio la più recente raccolta poetica di De Angelis, Tema dell’addio (pubblicata da Mondadori nel 2005 e con la quale il poeta milanese ha vinto il premio Viareggio), incentrandola intorno alla polarità di Tempo e corpo, temi che il titolo già racchiude: una diversa scansione del tempo fra un prima e un dopo imposti dall’addio a una persona il cui corpo è stato stroncato dalla malattia. Ma, precisa Fontanella, “De Angelis vuole anche cantare la bellezza del corpo, quando questo sembra come disciogliersi di fronte all’incanto del creato…” (p. 65). A De Angelis è dedicata, in questo numero, un’ampia intervista, nella quale l’autore ripercorre la sua attività poetica, dagli esordi di Somiglianze (1976) a oggi, con riferimenti pure a testi di narrativa e di saggistica pubblicati nel corso degli anni. A proposito dell’ultimo libro, e della morte che l’ha tragicamente ispirato, dice De Angelis: “La morte di una persona amata crea uno strappo nel cuore della percezione: strade, portoni, cinema, vetrine, sorrisi tante volte guardati insieme e commentati insieme, ora appaiono amputati di uno sguardo: ti ritrovi solo di fronte a loro, in un filo diretto. Tema dell’addio è il libro di questo sguardo rimasto solo” (p. 151).

   Il fascicolo si apre con un intervento in inglese di Luigi Bonaffini dedicato all’ultima poesia di Mario Luzi (1 marzo 2005), che viene proposta in italiano e in traduzione dallo stesso Bonaffini, che ha già tradotto il poeta toscano recentemente scomparso. Giovanna Frene dedica poi un intervento a Per un secondo o un secolo che Maurizio Cucchi ha pubblicato per Mondadori nel 2003, segnalando questo libro come un momento di svolta che inaugura un terzo tempo nel lavoro poetico di Cucchi, nel quale, pur permanendo una sorta di “autobiografia per interposta persona”, si mette in atto un nuovo tipo di “realismo”, si procede a un ulteriore accostamento alla realtà, che si accompagna però a una nuova e spiazzante forma di “indecidibilità semantica”. Il tema del corpo ritorna, oltre che nella “estetica del corpiloquio” scandagliata da Fabrizio Patriarca nella poesia di Gabriele Pepe, pure nella recensione-saggio che Lea Canducci dedica a Nel condominio di carne, testo in prosa del poeta Valerio Magrelli uscito per Einaudi nel 2003: “Corpo e organi colpiti descritti e vissuti non tanto come somatizzazioni, ma come ‘psichizzazioni’ (come ingegnosamente dice Magrelli), rovesciando e mescolando causa ed effetto delle proprie malattie e dei propri fastidi e accidenti…” (p. 77), in un esercizio di “patopatia”. Umana gloria di Mario Benedetti, che vive fra Milano, dove insegna, e un piccolo paese friulano del quale la sua famiglia è originaria, è preso in considerazione da Giuseppe Panella come testo conclusivo di una certa fase e sintesi dei precedenti volumi che, a questo, hanno fatto prestiti. “Il risultato che Benedetti raggiunge è quello di cogliere un livello di viva e sincera autenticità umana che la poesia da molto non coglieva più e che vive in una accorta e mite dimensione certo trascolorante ma mai volutamente crepuscolare e stinta” (p. 85). Un epos e un ethos contadino che possono essere individuati nel libro d’esordio (e per altri aspetti diverso) dell’irpina Claudia Iandolo (Aegre, Sellino 2005) – in un controcampo fra Friuli e quel Friuli meridionale che è l’Irpinia a detta di Pasolini – a proposito del quale, chi scrive, ha sottolineato, in chiusura di fascicolo, l’urgenza di tornare alle cose, a una poesia di cose.

   Luigi Fontanella e Plinio Perilli, da stacanovisti della critica, continuano la propria rubrica di micro-recensioni nella quale si dà conto di molto di ciò che, in poesia, si pubblica in Italia fra autori ed editori più o meno noti. Molti infine sono i poeti dei quali, nelle apposite sezioni, vengono pubblicati testi, alcuni anche in traduzione inglese, come per Bartolo Cattafi, Davide Rondoni, Mariano Baino (per la resa del suo particolare dialetto napoletano vediamo impegnato, in un’opera di traduzione/riscrittura, L. Bonaffini). C’è poi una dovuta attenzione a quei poeti che vivono fra Italia e Stati Uniti o comunque di origine italiana: segnaliamo le due sezioni Italian Poets in / of America e American Poets in / of Italy (quest’ultima a cura di Michael Palma).

   Ma non è possibile dar qui conto di tutta la ricchezza di questo nuovo numero. Vogliamo concludere con i versi finali dell’ultima poesia di Mario Luzi qui pubblicata e con la quale egli sembra congedarsi: “Sì, l’immensità, la luce / ma quiete vera ci sarebbe stata? / Lì avrebbe la sua impresa / avuto il luminoso assolvimento / da se stessa nella trasparente spera / o nasceva una nuova impossibile scalata… Questo temeva, questo desiderava”.

Enzo Rega




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