Letteratura » Scritti di poesia
RISCOSSIONE DEGLI ACCENTI


AA.VV.
Riscossione degli accenti (illustrazioni di Giò Battipaglia)
Scuderi Editrice, Avellino, 2003


Tempo fa ho ricevuto un cofanetto a forma di libro contenente quattro piccoli quaderni di poesia in edizione limitata e numerata, raccolti a cura di Armando Saveriano sotto il titolo Riscossione degli accenti, ed editi dalla Scuderi Editrice di Avellino nel 2003. Sia il cofanetto, sia i singoli volumi portano suggestive illustrazioni di Giò Battipaglia. Si tratta di S’attarder dans le cirage, di Antonio Masilotti, Rosso percussivo, di Gerardo Pepe, Ishtar, di Enzo Rega e Napoli core ’ngrato, di Giuseppe Vetromile. Questo piccolo e garbato dono ci permette, come si farebbe con una boîte de bonbons, di pescare ora questo ora quel volumetto, per leggere da un minimo di quattro a un massimo di sedici poesie, quasi si trattasse di un florilegio, e senza, per fortuna, dover ricorrere alla tecnica decifratoria di Jean François Champollion. Non tutte queste poesie sorgono dal genere lirico e dalla “libido confessionalis”, perché dal lirismo onirico di Masilotti e dalle splendide ferite di Pepe, si passa al dettato memoriale, ai toni elegiaco-riflessivi di Rega e alla visione “teatrale” di Vetromile.

   S’attarder dans le cirage di Masilotti è composta da una sostanza profumata, che tuttavia ustiona, lasciando trasparire un vissuto lacerante. Egli impiega espressioni sempre molto scelte, ma alla guisa di cigli su precipizi da dove non vediamo più nulla, ubriacati dal buio, dai “cerchi di sole / allucinati”, dalla “Morfin / A / dei / sensi…” e dai sogni (le sbarrette non indicano solo degli “a capo”, ma anche delle separazioni sulla stessa riga dei versi). Qua abbiamo a che fare con una poesia dell’io romanticamente dilacerato e paradossale… “Esplodo / sul labbro / livido / del giorno”, “Annego. / Inseguo immagini / sbiadite…”, “Ferite / vacillano / agli orli del cielo”, “Un’estasi di carne / allucinata”, “…Cado / più in alto di prima”, “Ferito da Dio. / Muoio / (e ti ascolto)”, nel senso , che questa moderna Zerrissenheit, nell’accezione della pena d’amore e di una condizione esistenziale scissa, assume le sembianze di un raffinato monologo e forma, come indica anche il dans le cirage, una stasi inebriante, ciò dovuto alla costante iridescenza del tessuto linguistico in cui le immagini passano una nell’altra senza apparente soluzione di continuità, secondo un tempo che potremmo musicalmente indicare con la notazione di bedächting (lento, riflessivo), sebbene anche elettrizzato da un climax di timbri scanditi, riportandoci alla poesia di  Georg Trakl, al simbolismo francese e al decadentismo: alla poesia dell’io, appunto, se tutto, carne, dolore e bellezza, sono spiritualizzati nel flusso senza che il mondo esterno si affacci con la sua effettiva presenza.

   Anche in Rosso percussivo, Gerardo Pepe confida nello spirito, se egli, già dai versi iniziali, “Vengo dalla terra / ma radici non cerco, / né ho l’anima del seme / sono piuttosto / la calligrafia / di una pioggia mai caduta”, indica rarefazioni e suggerisce un’idea di cose parventi o ipotetiche, sicché anche la ferita passa “senza orme”. Un’orma, tuttavia, la lascia il dolore che, con una bella immagine, resta “… nella casa / come un guardiano / che osserva e scruta”, e trova riverberi nelle presenze abbandonate: la giacca, la cicca di sigaretta nel piatto vuoto, la sedia senza miagolio, e a cui il poeta non chiede di lasciarlo, come spesso accade: “Voglio portarmi / per sempre dentro / questo buco nell’anima”. Il dolore finisce così col produrre una “ferita splendente” che lo scivolare della notte sul viso non copre; esso è quindi suscettibile di trasformarsi e produrre qualcosa come una speranza: “verso terre ignote”, le voci si raffreddano come “mite rugiada” e “nascerà erba nuova / mulinata da eteree / dita sognanti”. D’altra parte, la pressione del dolore non potrebbe durare come una corrente elettrica costante, e nella produzione che innesca si intreccia con ciò che pur non negandola la mitiga, producendo appunto sensazioni, immagini molto seducenti, parvenze oniriche, “glicini neri”, come risarcimento o riparo da ciò che la vita non dà. Anche per questo, il poeta che ha ricevuto la scossa non vuole esserne sgravato, e nemmeno dire alcunché, in quanto riconosce che il peccato di non poter essere felice è solo suo. Non abbiamo, perciò, un lamento accusatorio, bensì la soluzione metamorfica delle doglie, la loro spiritualizzazione (come nella poesia di Trakl), qui prevalentemente affidata al gioco delle sinestesie, delle analogie e delle risignificazioni di ascendenza mallarméana, volte a sottrarre la presenza del concreto; sicché le parvenze che produce, spesso fatate e attonite, allungano il già estenuato strascico del simbolismo e del decadentismo venati dall’espressionismo: l’“anima bianca del cielo”, “la pioggia di piume”, “il viale sul quale si adagiano le ore”.

   Ishtar, di Enzo Rega, inizia con la preghiera di Rondine e Delfino, rivolta all’amore ramingo, affinché si lasci afferrare la veste fiorata, e termina con la poesia Der Traum, il sogno. La poesia di apertura contiene, fin dal titolo, dei riferimenti al mito greco (sebbene Ishtar sia l’Afrodite orientale), ma in termini di simbolo e lungi da ogni intenzione museale. Rondine e delfino, ben rappresentati nel mito ripreso poi da Ovidio, sono legati all’amore e al canto. Il delfino assume, fin dall’antichità, la caratteristica del salvatore e del traghettatore: fu lui a salvare il cantore greco Arione, che i marinai gettarono in mare, lui a condurre verso l’isola di Cipro la conchiglia sulla quale viaggiava Venere, e sempre lui a traghettare le anime dei defunti sull’Isola dei Beati; un mito durevole, se il Cristianesimo conserverà la figura dell’animale come salvatore delle anime, simbolo del Cristo e della fede. Prone, come si sa, riguarda invece una storia crudele, della quale viene salvata dalla sua metamorfosi in rondine, e come tale divenne l’annunciatrice della primavera e il simbolo dell’incarnazione di Gesù. Il delfino, Afrodite, la veste fiorita e il canto di Arione-poeta appaiono qui intimamente legati e ineriscono alla nascita o all’annunciazione di una rinascita: quella della natura, dei fiori e dell’amore, senza dimenticare la veste fiorita della Primavera del Botticelli, e neppure che la Venere latina è la dea dei giardini. Inoltre, i due animali appartenenti ai liberi spazi del mare e del cielo, ben rappresentano, con gli indovinati tropismi di Rega, l’“amore ramingo”, l’“amore vagante” e l’“amore errante”, poi definiti “amore rondine” e “amore delfino”. Così, il poeta rimembra, nel tempo della sofferenza, i viaggi inaugurali dell’amore ancora lontano dalla rovina, nei luoghi che ha sfiorati, e la seconda poesia, Indice dei luoghi, enumera proprio la mappa, anche simbolica (“È un luogo l’abbraccio / di quella mattina freddissima / – non ancora le sei – / nella città che disegnò / lungo l’arco del mare / il ginocchio piegato d’un dio? / se lo è / è da lì che comincerò”), di queste amorose peregrinazioni. Molto belle, poi, le analogie: l’una nascosta fra “salmastre le tue lacrime” e l’acqua marina, e l’altra più evidente fra la costa e “le coste dei tuoi fianchi” (della ragazza), sotto la mano: prolungamento di quella posta all’inizio che trasfigura l’immagine del golfo nel ginocchio d’un dio. Come si vede, il mito continua discreto e comunque parallelo alla vicenda, la quale ci riporta agli oggetti e ai luoghi reali di un passaggio trapunto da riferimenti letterari e affettivi (l’isola di Vivara, la casa di Elsa Morante, i grossi limoni, il Vesuvio, i portici fintogotici, le Orobie), mentre la poesia, nel rievocare “l’apertura delle braccia per il volo” (figura già inaugurata in Rondine e Delfino, dove le braccia sono “aperte a croce”, in contrasto con quella circolare e “greca” del golfo), rintraccia i segni ancipiti della futura disperanza. Nessuna interpretatio naturae, nessun conforto del sapere contro il dolore, se anche il sogno, nella bellissima poesia Ester, è “nudo di interpretazioni”, ma piuttosto la cognizione di una fatalità, nella “prolessi dello spirito”: all’istante dello sguardo (i giorni felici dell’inganno), segue il tempo di comprendere, ma il momento di concludere, sul filo del tempo logico, porta solo alla rivelazione del destino. La conclusione del breve ciclo poetico è quella onirica, che se si realizzasse potrebbe dare effettivamente luogo alla tragedia: rapire l’amante, ora sposa a un altro – ma come? Di nuovo tramite le figure chiuse del cerchio e del braccio che uncina, mentre un tempo quelle aperte e possibiliste del golfo rispecchiavano il liberatorio gesto di volare. Eppure, la tragedia, sebbene solo allusa nella percezione del destino, non manca del tutto: essa appare sulla scena onirica nelle forme del desiderio che porta al ratto, all’infrazione, probabile apertura alla serie dei gesti tragici. Tornando all’amore, inaugurante un nuovo sentimento di libertà, delicatezza e entusiasmo (il golfo visto come il ginocchio di un dio), potremmo insinuare sia presente il desiderio inconscio della sua salvezza, e se fosse così, l’istante magico degli inizi non dovrebbe consumarsi, bensì ripetersi attraverso le molteplici figure di Ishtar-Ester, promovendo quindi anche la rinuncia sofferta a un tranquillo futuro.

   Con Napoli core ’ngrato, Giuseppe Vetromile si rivolge al mondo esterno della sua Napoli, di cui ci mostra diverse inquadrature; un esterno molto diverso da quello che potrebbe offrirci una ingessata città del Nord, e che trova rispondenza nello spirito della napoletanità. In cosa consista, questa, ce lo spiega lui stesso così: “… la quintessenza di un fervore di vita che affonda le sue origini negli abissi del tempo greco-bizantino, e che si prolunga fino ai giorni nostri”; fervore che riguarda la “creatività”, il “modo di sentire la natura, di parteciparvi con tutto l’essere”, “di  avvertire il senso estetico delle cose”, assieme a bellezza, gaiezza, spensieratezza, nostalgia, passione e amore… Tutte caratteristiche presenti, nella “teca preziosa di questa napoletanità”, come valori eterni che cerchiamo disperatamente di conservare, e che la Napoli d’oggi tradisce, perché anche lei assorbita dal consumismo, dai processi economici e tecnologici; ecco perché, spiega il poeta nella prefazione, la chiama core ’ngrato, e credo non si possa certo mancare di essere d’accordo con lui e di aderire alla sua stessa “rabbia”. Egli parla di Napoli, ma il suo discorso è estensibile a tutte le civiltà degli antichi centri, e Oswald Spengler fu chiaro, al riguardo: è un destino che le grandi civiltà volgano al tramonto, trasformandosi in musei all’aperto, mentre dalla Kultur si è già passati alla Civilisation; e l’affannoso tentativo di salvare le differenze indica in maniera inequivocabile come il globale appiattimento sia già penetrato ovunque. Anche nei luoghi un tempo selvaggi, noi troviamo la differenza (tanto più disturbante ogni genere di pianificazione, quanto più è marcata), ma appunto residuale e spesso unicamente nelle forme di un folklore da agenzia di viaggi, scisso dalla vita, quindi falso. Rimane la memoria, e il poeta può avere l’incarico di informare e testimoniare ciò che ha visto e sentito. Anche nel Nord Italia c’è chi ricorda la canzone Brianza bella, sì, perché tanta bellezza di boschi, prati, fontanili, coltivi e armoniosi centri rurali fu spazzata via da un altro modo di produzione e da ben poco commendevoli sviluppi: il tessuto sociale è ora molto diverso da un tempo, centinaia di fabbriche hanno invaso i fondi agricoli, né si coltiva più il baco da seta, occasione di sostentamento per molte famiglie; anche i vecchi gelsi sono scomparsi, e con loro il paesaggio, bene prezioso riconosciuto come valore culturale e artistico a tutti gli effetti, e attorno al quale già da anni si discute nelle università, nei convegni e in centinaia di opere, specie allo scopo di identificare i più opportuni criteri di recupero e conservazione, evitando il rischio di una sua trasformazione nell’opera morta del museo all’aperto.

   Le poesie di Vetromile sono la testimonianza del disagio, di esistenze e professioni che resistono, come quella di Fortunato ’o tarallaro, nella cui canzone “è tutta Napoli che canta”, di Assunta, l’acquafrescaia tradita dalle moderne bibite (molto bella, questa poesia in cui l’acquafrescaia sogna la bella Napoli e ricorda “il bicchiere d’amore” che solo lei sapeva dare), di chi “Tiene le quattro barche ancora buone / raccolte a grappolo nell’ovile di mare / sotto alla Ziteresa”, mentre “Narra favole aragonesi il vecchio scoglio / abitato da Megaride…”. Lo spirito di Napoli resiste, l’allegria, l’arte di arrangiarsi, l’inventività: “Maestri d’allegra compagnia volano discreti / tra piatti e calici fumé, cantando Napoli / e ’o sole a scacciar miserie, angherie (chisto è ’o paese addò tutt’ ’e guaie / s’affogano dint’all’ammore!…)”, ma “torna a Surriento” non commuove più.   

Silvio Aman



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