Letteratura » Scritti di poesia
IL ROVETO


Erminia Passannanti
Il Roveto
Troubador Publish Ltd, Collana Transference,
Leicester, 2005. (pp. 78, € 12, £ 7.99, $ 15)


Il Roveto si presenta come una raccolta polimorfa in cui divergenti e cozzanti registri linguistici si scontrano in un clangore d’immagini e suoni. È lo stridere delle parole che la Passannanti mostra intrappolate nel discorso post. Quale linguaggio usare quando l’adozione di un linguaggio diventa inevitabilmente “rapporto di potere”? Il gioco infinito di specchi del Capitale sfrutta al midollo la parola del poeta e la tramuta in merce, come precisa il prefattore all’opera, Luca Lenzini:

“Importante è anche l’accenno alla guerra, per cogliere l’elemento di violenza che circola nei testi de Il Roveto – una violenza diffusa e ritualizzata, legata a immagini di sacrificio. Del resto ironia e allegoria non hanno almeno questo in comune, che alludono ad altro? E infine tutto il tessuto verbale di aperta derivazione religiosa del Roveto, che prolifera in versi e prose, non sembra tradurre con intenzionale eccesso le infinite, imponderabili forme dell’abuso, sconsacrando e sfidando la tradizione per svelare il dominio?” (p. 13)

È un groviglio, un roveto appunto, inestricabile. Passare attraverso le spire de Il Roveto significa attraversare “Il Sentiero Delle More”, dove pazzia e santità coincidono e la voce-donna si denuda il petto perché il riscatto passa attraverso la teatralità dell’autosacrifico, la follia, e il femmineo:

[..]

venite –
aveva, il sentiero delle more,
colpito la sua immaginazione –
ecco i sassi, ecco gli  arbusti
che sostennero il rogo
e laggiù, per quella bella santa,
mirate come il rovo ai suoi piedi si crebbe
a formare una croce

io stava come presa da un delirio di voci
e volentieri ml denudava il petto
e me ne andava vagando senza meta
finché qualcuno mi riportava a casa [...] (p. 17)

Si riprende il topos della rosa, metafora anche di morte (“larga macchia purpurea”) attraverso la certificazione del suo stato, “spazio primario di regressione e sofferenza”, come nella poesia “Nessuno sa...”:


Nessuno sa quanto sovente
La mano che con furia
Lama protende

Tiri fuori magma e visione,
Palpi, raccolga e tagli
Qui l’ansa della piaga, là il tratto colerico

Dal corpo ritto dell’eviscerata,
Budella che in sé ricamano
Ipostasi eccedenti,

Non ree ma cagionevoli
Di qualche inquieta ecchimosi
Ch’eroga miele e melma.

Seguite e diffondete
Di queste deiezioni
Le scene e le sorprese:

Nel bucato s’infiltra
Larga macchia purpurea
Non semenza ma graffio
In livido vecchiume
Per lodata innocenza.

Ecco il polso: molesta
La passione l’incide.
Veglia un urlo sul campo delle fiate.
Stenta e si torce
In lisa veste, e grezza. Ecco

Che imputridisce
In cantucci tarlati con le mammelle nulle.
Scende ascoso
Fiotto limo mensile ebbro di gravità
Come pena che tutte
Le altre pene sovrasta.
[...] (p. 19)

Una voce fuoricampo quasi scientificamente informa: “Nel miraggio di razionalità/ peggiora lo stato della rosa.” O se si preferisce, la realtà poetica “imputridisce/ in cantucci tarlati con le mammelle nulle.” Immagine parodistica di una sofferenza che nella postmodernità può essere intuita soltanto per un secondo.

Il Roveto  funziona per libere associazioni, di qui la sua struttura mobile e cogente al tempo stesso. Il delirio, la visione, il lavoro onirico necessita una salda struttura razionale che si ponga al centro dell’universo, senza intercessioni.  Le altre istanze –

Io  e Superio – vengono relegate al ruolo di coriste. È la voce dell’Id che emerge assoluta nella sua terribile e profetica forma con le sue inevitabili conseguenze: “la perturbazione della favella, la mancanza di cognizione dell’affezione, la morte dell’adiacenza con la consistenza – il piombo non accessibile delle grane, le mutazioni più o meno cave e inconvertibili dell’Io.”

Su questa costruzione instabile  di inganno, umiliazione e ferita si costruisce il nostro stato mentale che è specchio dello Stato sociale.  È lo stesso Stato in cui si applica la ferrea regola pasoliniana dell’omologazione  e la Passannanti passa in rassegna “i dispositivi di controllo” che reggono questo “lemma  cardine”. Linguaggio e corpo sono invischiati nella stessa patologia. La conseguenza estrema dell’omologazione è l’afasia, ossia l’impossibilità fisica della parola-voce e l’affezione linguistica si converte in disturbo fisico, atto  di estrema diperazione, ma mai di rinuncia alla lotta.

Il passaggio dal presente alla Nuova Preistoria si è infine consumato.  Linguaggio e corpo  sono entrati nella necessità crudele della macchina-capitale, desunte dalla lettura attenta del pensiero di Artaud, che sembrerebbe non concedere al singolo e alla società deviazioni di sorta.  L’estrema conseguenza di questo assurdo meccanicismo  è inevitabilmente la distruzione per cortocircuito: “Esiste una teoria secondo la quale il corpo attacca se stesso a causa di un malinteso della comunicazione del messaggio.” Ma il danno afasico è preferibile al soccombere passivo e al diventare estensione del braccio oscuro del Potere.

L’autofagocitazione del poeta, qui rappresentato in varie dramatis personae, di genere e natura polimorfa, procede per gradi in un’ascensione euforica nutrita dell’immaginario post-cattolico di piaghe, spine, sangue, brandelli, eresie, blasfemie, visioni che culmina nelle quattro poesie centrali che danno il nome alla raccolta, il “Roveto I, II, III e IV”.

Che cosa vede la donna-Mosè nella fiamma ardente del Roveto? La miseria del profeta, la mania poetico –poietica, o semplicemente l’olocausto inutile non solo del suo genere,  ma dell’intero genere umano?

Luca Paci



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