1 - L’UOMO CHE FUMA
Sono qui accampato tra Bodhisattva e Green Man:
oggi è un giorno di sangue
il vento sta graffiando le finestre
la grande quercia trema
l’uomo che fuma si stringe al suo miserevole cane
Non ho traccia di forza in me
si tace ed è meglio
le cose si susseguono in un tourbillon di assurdo
il mondo è sovrastato dal baleno
Le cose si stravolgano nell’imperfetta casualità
si ritorna alle vecchie passioni
alla gestione miserabile degli eventi
La mia mente è anchilosata
e si muove su sfondi tempestosi
simili a quelli dipinti da El Greco.
Cosa pensa questo silente Bodhisattva
assiso nel suo silenzio cartaceo?
Non ci perdiamo dietro a sdrucite elucubrazioni
sulla parete di destra è Dio padre
che divide il fuoco dalle acque
a sinistra, in un florilegio sfavillante di ori e di luci,
esplode un Green Man che sembra, con gli occhi,
assorbire la meraviglia dei mondi;
ed intrinsecamente assimila
ciò che apparentemente è reale
e che si manifesta in un’accozzaglia di nuvole
Tutto é sereno, in effetti,
tutto é riappacificato
ma l’essenza profonda dell’apparire é il tumulto
E come è sublime il mondo del tumulto!
Il mondo del tumulto
é una magione;
nella parte alta di questa magione
fanno le piroette simmetrici Dei;
nella parte bassa
danzano sfrenate le entità del desiderio
si, negli scantinati dell’Essere
tutto é violentemente
destrutturato dal caos originale.
Importante è capire
cosa è il disordine primordiale
che sostiene gli eleganti minuetti
degli dei solari nei piani più alti.
Ma da quale piano giunge
la voce solitaria del daimon?
E perché la voce ha sempre la tonalità del dolore?
L’uomo che fuma si stringe al suo miserevole cane
e risponde:
La lucciola che si avvia
verso il centro nero del divenire
perde la sua luce.
2 - ANGELI
Il frastuono vi ha definito, forze,
quando emergeste dal grande turbinare
dell’oceano di sangue
Eravate, potenze,
raccolte in un’unica individualità
di nubi, di cumuli di scura foschia
contenuta nella notte;
ed emergeste implodendo dal profondo
dell’abisso
erompeste, nel nostro limitato sentire
addensati nel “hic et nunc” del piano dimensionale
Ora, forze, mi appresto a descrivere
il destino dell’Angelo
ed è come profetizzare nel vuoto
con il cuore stracolmo di terrore,
come annunciare una promessa
costituita su un groviglio
di oscuro e di cenere
Eppure, potenze, non eravate
bilanciate tra il bene e il male
ma fortemente trascendenti
e dopo l’eruzione dal mare di sangue,
che stritolò il mondo olimpico,
levitavate sull’abisso.
Ma questa dimensione, i mortali,
non sanno immaginarla,
o l’immaginano, ma non sanno attraversarla
perché disintegra il granitico ego.
Eravate, forze un turbinare di potenza
che si esprime con la voce di acque tonanti
eravate nell’esplosione primiera un solerte sondare
Quando vi spingeste verso il cielo stellato
diveniste pura illusione -
un sogno grande della mente -
perché non esiste alto o basso
E forse, il riferimento vostro
è l’aurora nascente
o l’alba fuggente
perché nel bagliore dell’intuire abitate
Un mistero?
Non so.
Cosa rappresentate?
Lo ignoro.
3 -
LA SCOPERTA DEL
NULLA
Noi che abbiamo le ali tarpate
osserviamo.
Con rimasugli di piume
incollati sulle scapole
non si vola lontano:
che stranezza Satana,
con le orecchie da coniglio,
che si sganascia dal gran ridere
contemplando il seminatore angelico.
E’ vero: la voce poetica è inaridita
come la sorgente di Febo Apollo
nel tempo dell’Apostata
lontano si intravede una città
che vacilla tra il grigio e l’azzurro
e non giunge sospiro da quelle terre desolate.
Un uomo con il volto simile al Marsia scuoiato
si intuisce tra le brulle alture;
il bagliore del sole ferisce gli occhi,
come la lama di Excalibur quando fende le acque.
Un sublime sentire il vostro devoto manifestarvi.
Ecco: vi eravate distesi
nella valle fasciata da foschia
tra sfumature dorate e il monte grigiastro
Lungo il fiume celestiale correva un centauro.
La nave degli argonauti era scossa dalle onde:
tra strisce di alito verde il mondo respirava
e la foresta era trepidante.
Poi l’angelo si espose oltre l’orlo dell’Essere.
E che sorpresa l’attendeva:
lo spazio - tempo e il reame dell’Oltre
erano stati pudicamente cancellati.
Max, che di questi reami s’intende
spiscia spesso i paletti delle frontiere del Nulla
Un giorno sarai sollevato
da questo eterno piegarti
e giungerai in me
con le tue ali arcobaleno
baluginanti di colori
e quando solleverai il peso della notte
giungerà lo sbalordimento
sul volto degli uomini.
4 - IL BRUSIO DEL TEMPO
Isidoro, il prezzo del tempo
è questo eterno vacillare tra acacie
tutta la nostra vita è questo continuo
transumare tra campi
Volano basse le allodole e la baia è ventosa:
il cantico più puro dell’anima
é quello che riconosce la caducità.
Tutta la vita, in fondo,
è un inconcludente attendere
è un origliare alla parete del Nulla
Isidoro, l’individuazione è un lampeggiare
in una notte d’oscuro; il tempo si è insinuato
nel tappeto di sabbia e di muschio
e mentre la vita scandisce gli atti della tribolazione
lui ci restituisce, misericordioso, brandelli di memoria
Su queste alture battute dal vento
ci trasciniamo, carissime,
i frammenti del nostro essere;
mi dici che il Dio di Buzzati è una nuvola di luce
che sovrabbondante riempie una chiesa?
Ma il nostro Dio qual’è?
Qual è il nostro Dio?
Isidoro, bisogna ripensare le cose
bisogna ripensare gli archetipi platonici
congelati come manichini luminosi
oltre il tempo
Congelati, ho detto?
Il sole invernale, carissime,
mi ha riscaldato i testicoli;
la pelata - come sempre suggerì mia nonna
l’ho avvolta con un passamontagna di lana.
Con la pelata coperta sono più caldo e medito:
ti dà il capogiro l’idea che tutto ciò che esiste
si dissolva nella notte?
E quelli, allora, che dicono che tutto sarà preservato?
Isidoro, l’arte suprema è assimilare
interiorizzare la caducità
lo afferma anche l’epigono omerico,
dagli occhi stralunati, quando dice:
l’io rammemorante si lacera
ma voi che avete fatto delle vostre parole?
E mormora: oltre quei limiti si estende
la barbarie degli dèi tenebrosi
La vita in quei non luoghi senza spazio
è avvolta da una misteriosa densità
e il nume che la presiede
è fatto solo di luce interiore tracimata
e solo una nuvolaglia che si sfalda
nella luce grigiastra
Ed io chiedo: il tempo vive nel tuo cranio?
L’eroe omerico risponde:
il tempo si dissolve con il mio cranio,
ma voi cosa avete fatto delle parole?
Tutto questo demenziale ciarlare
ha logorato il sacro dire
e vi ho visti acquattati
nel vostro perenne soffrire:
imparate ad inchinarvi davanti alle cose
mentre il brusio del tempo vi tarla le ossa.
5 - VISIONE DEL BEATO GESUALDO DELLE FRATTOCCHIE
La santa inumata batteva
con il bastone nodoso contro
il selciato;
da un centro sfilacciato
oltre le nubi - come dal cuore di
una personificazione frammentata -
fuoriusciva una luce, simile a un susseguirsi
di potenze e dominazioni che avviluppavano
l’illuminata città.
Al centro della luce era una croce,
che croce non era, che emetteva
una fantasmagoria di colori
E c’era Gesù o c’era Totti nel centro della mandala?
O c’era soltanto il rombare del tuono?
Più tardi la mandala
divenne un’escrescenza luminosa,
poi un sole di sangue
sulla Torre in Selci, mentre
a Tor Pignattara, una mignotta liberiana
levitava nell’aria
Quella è la direzione - disse l’essere etereo -
e indicò le colline merlate di alberi
e un’affusolata ciminiera.
E c’era Maria? O non c’era Maria?
No. Non c’era Maria
ma un tumultuare di nubi
oltre i tetti di Testaccio
oltre il tergiversare del tempo:
oltre il transitar di cosa in cosa;
ed era come un manifestare epifanico dell’Oltre
nella sua forma inconcussa e convulsa
un agitarsi di nembi, come
un baldacchino barocco,
laccato di oro e d’argento
e rifinito con ornamenti di plastica,
ma tutto era falso.
Tutto era indiscussa illusione.
Poi lo vidi nell’acqua ribollente
riflesso con le ali piumate
E senza flagellarmi, incollando
parola dopo parola - che è meglio di divorare
i buoi sacri del Sole - vidi le cose ergersi
nel loro eterno vacillare
E io che la felicità l’ho conosciuta solo
in magioni fatiscenti; posso dire:
un Dio così ariano non l’avevo mai visto
E posso affermare che il mio Monte Sinai
è questo cucuzzolo inviperito
coperto da rifiuti, mondezza e cianfrusaglie
Poi emerse dalle acque schiumanti
con le piume intrise di sangue
nel sogno terrificante.
6 - WIESBADEN
Quello che cerco è la luce meridiana,
non quella increata, perché concede
i frammenti dissolti del tempo
Con queste tessere posso costruire
il mosaico della mia memoria.
Pezzo su pezzo.
Dicono che quando la morte giunge
i ricordi affluiscono nella mente;
ma non so come dirlo: la tentazione più grande
é questo solitario peregrinare, questo vagabondare
nella Wiesbaden dell’antica memoria
E rivivere il tempo di Elvis che canta
e di mia nonna che soffre; e rivedere il vecchio
omosessuale innamorato del troglodita lucano,
la figlia del generale americano sdraiata su un letto disfatto
con la vulva di fuoco e il marine che sprigiona fiamme dall’ano.
Come é arduo raggiungere Baden Baden o Mainz
nella memoria erompente nel cranio; forse sarebbe meglio,
prima, disintegrarsi nel flusso senza fare violenza alle cose;
perché anche un legno tarlato per la bara è una forma
di veemenza ed è meglio adagiarsi sulla nuda terra
avvolto da un lacero lenzuolo.
Wiesbaden?
Dagli interstizi del cuore fa capolino
la tedesca giunonica
predominante sulle emozioni macerate.
Ma io in quelle contrade una volta
mi sono frantumato l’essere per poi ricongiungerlo,
per poi appiccicarlo, tessera dopo tessera,
col vuoto chiacchiericcio del mondo;
e in quei nevrotici accadimenti
ci sono rimasto impigliato come un bonzo
ossessionato dal Nirvana o un bagnino
da nordiche bionde.
Oh come è aspro irrorarsi di ricordi per chi è
sospeso nell’eterno!
E c’è sempre la luce diafana del Nord
e chi la presiede é l’angelo del silenzio
dalle sfumature azzurrognole. Ma i ricordi
conducono al nefasto attaccamento
alla vita e al gioco di Dukkha.
Avere avuto un corpo è stata cosa ardua,
è stato un appesantimento brutale per le ali piumate.
Il corpo è un mostruoso marchingegno di muscoli,
nervi, giunture che fa rimbalzare nel cranio i frammenti
della memoria.
E poi c’è il volto arcigno che eternamente guata,
destabilizza e sbilancia
Ecco l’oscuro: Max si stringe e sbadiglia:
sopravvivremo la notte che cresce
come un’esalazione brumosa dal ventre dell’Ade.
7-
LA LEBBRA DI
PLOTINO
Questi frammenti di inesauribile vita
vanno preservati:
così sono le cose:
e noi transitiamo
quando loro immobili
non ascoltano le nostre parole
e la voce poetica
diventa un ruscello inaridito
Tutte le cose sembrano sradicate
da un’originale conoscenza
e non hanno tempo
per il tumultuoso sentire
Ah! l’imperiale inebetudine dell’Uno
che affoga in un misticismo
di spumeggianti colori:
ma a me l’anima la strapparono
in un giorno piovoso
quando ondeggiavo paurosamente
verso una zona inaudita
Alla fine ero nato ove le cose
si strutturano e destrutturano
secondo la ragione deviata
e mi ero erto nella mendacia
della coscienza isolata
levando un baluardo di oscura resistenza
verso il rumore del mondo
e che sono le parole
se non riflessi baluginanti
sulla superficie dell’acqua?
Poi, la mente liberata dal sussulto
era diventata traslucida
come un’abbondanza luminosa
edificata sul nulla;
come un tergiversare
di un “dead man walking”
che affronta il giudizio di Dio
Ah! l’ottuso, provinciale genuflettersi
davanti a tanta ipotetica invisibilità
Ah! Il lucido monologare dell’anima prigioniera
Soma Sema?
E cosa significa?
Cosa vuol dire?
Le cose si costituiscono
secondo un loro bizzarro procedere
e la sovrastruttura nervosa del sentire
è un gioco di favole e nubi
8 - AD ALICUIUS MEMORIAM
Tempi di inaudita ferocia:
mentre avanzo qualcosa
lampeggia nell’etere
e si riflette sul mare
Qualcosa balugina
nella lontananza dell’aria
verso caseggiati grigiastri
Occorrerebbe un rotolo di carta
per riportare le accorate memorie
dell’omone italico che insegue
Ivan il Terribile - che ha annientato
i Boiardi - in una piazza di Amsterdam.
Alzo la testa:
un mausoleo vittoriano
si sgretola nel limpido cielo;
quello che appare tra il rovistare
di mattoni bruciati è ciò che annuncia la notte
Si, noi sappiamo che oltre la riga azzurrognola
dell’orizzonte sfumato si estende la barbarie
Ora, sei assiso davanti a una nera finestra
mentre ti dissolvi tra ellenici ciottoli
La nera finestra è il punto guatante
verso il non - mondo
Nella notte le luci fuggono
verso la tetra apertura
che le inghiotte
come fosse un buco nero
L’altro giorno, nell’ombra di una chiesa,
qualcuno cianciava con una madonna di plastica
Ho pensato: il mormorio interiore
e la memoria sono come uno sfaldarsi di luci
Il tempo cresce, interiormente, devastando
I ricordi limano il nostro centro egotico corroso
Sarebbe più giusto un pacato navigare
tra eventi che questo fulminante
concretizzarsi di immagini.
E cosa resta delle memorie?
Trascenderle si dovrebbe
farle giungere a compimento
in una piazza assolata
invasa dalla luce meridiana
La luce meridiane attiva la memoria morente
Nella luce meridiana
l’io consunto si rappacifica,
per attimi, e abbandona
la sua morbosa presunzione
Gli essenti nella nostra mente
si dissolvono come pulviscoli luminosi
9 - TOTENKLAGEN
Fluttuante tra eros e thanatos
nel centro dell’evanescente giardino
Jean Baptiste con gli occhi di marmo
osserva il sole
Quando il sole sorge, oltre la cupa torre,
gli trafigge le pupille di pietra
con i suoi dardi dorati
e l’alba gli accarezza il volto efebico
con le “dita rosate”
Quando le case della consueta follia
si dissolvono in un agglomerato grigiastro
intravedo, nella foschia, la casupola
ove abitò Jean Baptiste quando era uomo
e non una statua di pietra; l’estraniamento
gli spalancò viali di torrida attesa e l’estasi
divenne per lui il levarsi del sole
La pietrificazione?
La pietrificazione è il sospendere l’immobilità
negli occhi di luce
Ah Jean Baptiste… le romanticisme quelle grandeur!
Una bulimica Madame de Stäel
ha assimilato tra le pieghe carnose il grande Schlegel,
l’ha assorbito e consumato tra la ciccia odorosa;
qualcuno è collassato nel teatrino ambulante di Madre Chiesa,
o si è afflosciato nella Politeia platonica, quando
tra la foschia è apparsa la torre di Tübinga
Ah Jean Baptiste! Siamo i “soliti bipedi”,
come dice Passow, travolti da una costante apatia
e Tick fa strisciare William Lovell, con le ali spezzate,
inabissandolo nella notte nera;
e c’è chi rientra in se stesso e trova un mondo
e chi non rientra e, come Hőlderlin, si eclissa nell’ombra
Wackenroder mormora che il linguaggio è la tomba
del cuore?
E’ una Totenklagen?
Certo: spiegare il sentire con le parole
è come rinchiudere il vento
in una scatola di cartone
Eccomi qui: sono come l’uomo
di Friedrich Caspar David
che contempla il mare brumoso del nulla
disteso ai suoi piedi
Cazzate romantiche, mormori con le tue labbra di pietra?
Ti rispondo, Jean Baptiste: la violenza ha cancellato
la tenerezza della vita, la giostra che appare
verso il mare è inondata di luce;
e questo ego una volta é una bruma sfocata
altre volte è una montagna obbrobriosa
Nunc stans: ecco, mi occulto tra le piccole cose,
striscio guardingo sotto balconi infiorati,
rasento cauto mura muscose.
10 - BELLUM CONTRA DEOS
L’aurora sorge
Sono Diomede figlio di Tideo
La notte nera si sfalda nell’alba incombente
Quello che vedo con gli occhi della mente
é l’eterna partenza verso il paese dell’anima,
dal profondo dell’abisso
ho soppesato la lancia di frassino,
ora, sono qui afflitto da misteriose cogitazioni
sono rattrappito in un recondito punto dello scontro
come un ragno che tesse la tela nel vuoto
La mia tragedia si configura in un atto:
ho trafitto la luce e l’icore è zampillato
mi sono raggomitolato in un angolo;
ho due scelte: fuggire verso le concave navi
o massacrare l’eccedente bagliore
Gli dei sono manifestazioni luminose
escrescenze di luce che si proiettano
nella battaglia, nel gioco delle nubi col sole
Se potessi consegnare alla nera notte
l’essenza di un dio, preservata dietro la chiostra dei denti,
lo farei; ma gli dei sono ombra di nebbia
che si alimenta di luce e fugge al contatto del mondo
Sono confuso: tutto intorno è un lugubre lamento
un rimbombare di bronzo che rovina
quando la morte nera discende sugli occhi
Sono confuso: il massacro e il tempo
mi hanno sfaldato la mente
La notte sacra ovatterà i nostri arti feriti.