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POESIE INEDITE DA LA SCOPERTA DEL NULLA


PAOLO RICCI
poesie inedite da: LA SCOPERTA DEL NULLA


“…Le nuvole corrono nel cielo, ogni cosa è irrequieta e lucente…”
V. Nabokov. “Invito a una Decapitazione”


1 - L’UOMO CHE FUMA

Sono qui accampato tra Bodhisattva e Green Man:

oggi è un giorno di sangue

il vento sta graffiando le finestre

la grande quercia trema

l’uomo che fuma si stringe al suo miserevole cane

Non ho traccia di forza in me

si tace ed è meglio

le cose si susseguono in un tourbillon di assurdo

il mondo è sovrastato dal baleno

Le cose si stravolgano nell’imperfetta casualità

si ritorna alle vecchie passioni

alla gestione miserabile degli eventi

La mia mente è anchilosata

e si muove su sfondi tempestosi

simili a quelli dipinti da El Greco.

Cosa pensa questo silente Bodhisattva

assiso nel suo silenzio cartaceo?

Non ci perdiamo dietro a sdrucite elucubrazioni

sulla parete di destra è Dio padre

che divide il fuoco dalle acque

a sinistra, in un florilegio sfavillante di ori e di luci,

esplode un Green Man che sembra, con gli occhi,

assorbire la meraviglia dei mondi;

ed intrinsecamente assimila

ciò che apparentemente è reale

e che si manifesta in un’accozzaglia di nuvole

Tutto é sereno, in effetti,

tutto é  riappacificato

ma l’essenza profonda dell’apparire é il tumulto

E come è sublime il mondo del tumulto!

Il mondo del tumulto

é una magione;

nella parte alta di questa magione

fanno le piroette simmetrici Dei;

nella parte bassa

danzano sfrenate le entità del desiderio

si, negli scantinati dell’Essere

tutto é violentemente

destrutturato dal caos originale.

Importante è capire

cosa è il disordine primordiale

che sostiene gli eleganti minuetti

degli dei solari nei piani più alti.

Ma da quale piano giunge

la voce solitaria del daimon?

E perché la voce ha sempre la tonalità del dolore?

L’uomo che fuma si stringe al suo miserevole cane

e risponde:

La lucciola che si avvia

verso il centro nero del divenire

perde la sua luce.

2 - ANGELI

Il frastuono vi ha definito, forze,

quando emergeste dal grande turbinare

dell’oceano di sangue

Eravate, potenze,

raccolte in un’unica individualità

di nubi, di cumuli di scura foschia

contenuta nella notte;

ed emergeste implodendo dal profondo

dell’abisso

erompeste, nel nostro limitato sentire

addensati nel “hic et nunc” del piano dimensionale

Ora, forze, mi appresto a descrivere

il destino dell’Angelo

ed è come profetizzare nel vuoto

con il cuore stracolmo di terrore,

come annunciare una promessa

costituita su un groviglio

di oscuro e di cenere

Eppure, potenze, non eravate

bilanciate tra il bene e il male

ma fortemente trascendenti

e dopo l’eruzione dal mare di sangue,

che stritolò il mondo olimpico,

levitavate sull’abisso.

Ma questa dimensione, i mortali,

non sanno immaginarla,

o l’immaginano, ma non sanno attraversarla

perché disintegra il granitico ego.

Eravate, forze un turbinare di potenza

che si esprime con la voce di acque tonanti

eravate nell’esplosione primiera un solerte sondare

Quando vi spingeste verso il cielo stellato

diveniste pura illusione -

un sogno grande della mente -

perché non esiste alto o basso

E forse, il riferimento vostro

è l’aurora nascente

o l’alba fuggente

perché nel bagliore dell’intuire abitate

Un mistero?

Non so.

Cosa rappresentate?

Lo ignoro.

 

3 - LA SCOPERTA DEL NULLA

Noi che abbiamo le ali tarpate

osserviamo.

Con rimasugli di piume

incollati sulle scapole

non si vola lontano:

che stranezza Satana,

con le orecchie da coniglio,

che si sganascia dal gran ridere

contemplando il seminatore angelico.

E’ vero: la voce poetica è inaridita

come la sorgente di Febo Apollo

nel tempo dell’Apostata

lontano si intravede una città

che vacilla tra il grigio e l’azzurro

e non giunge sospiro da quelle terre desolate.

Un uomo con il volto simile al Marsia scuoiato

si intuisce tra le brulle alture;

il bagliore del sole ferisce gli occhi,

come la lama di Excalibur quando fende le acque.

Un sublime sentire  il vostro devoto manifestarvi.

Ecco: vi eravate distesi

nella valle fasciata da foschia

tra sfumature dorate e il monte grigiastro

Lungo il fiume celestiale correva un centauro.

La nave degli argonauti era scossa dalle onde:

tra strisce di alito verde il mondo respirava

e la foresta era trepidante.

Poi l’angelo si espose oltre l’orlo dell’Essere.

E che sorpresa l’attendeva:

lo spazio - tempo e il reame dell’Oltre

erano stati pudicamente cancellati. 

Max, che di questi reami s’intende

spiscia spesso i paletti delle frontiere del Nulla

Un giorno sarai sollevato

da questo eterno piegarti

e giungerai in me

con le tue ali arcobaleno

baluginanti di colori

e quando solleverai il peso della notte

giungerà lo sbalordimento

sul volto degli uomini.

4 - IL BRUSIO DEL TEMPO

Isidoro, il prezzo del tempo

è questo eterno vacillare tra acacie

tutta la nostra vita è questo continuo 

transumare tra campi

Volano basse le allodole e la baia è ventosa:

il cantico più puro dell’anima

é quello che riconosce la caducità.

Tutta la vita, in fondo,

è un inconcludente attendere

è un origliare alla parete del Nulla

Isidoro, l’individuazione è un lampeggiare

in una notte d’oscuro;  il tempo si è insinuato

nel tappeto di sabbia e di muschio

e mentre la vita scandisce gli atti della tribolazione

lui ci restituisce, misericordioso, brandelli di memoria

Su queste alture battute dal vento

ci trasciniamo, carissime,

i frammenti del nostro essere;

mi dici che il Dio di Buzzati è una nuvola di luce

che sovrabbondante riempie una chiesa?

Ma il nostro Dio qual’è?

Qual è il nostro Dio?

Isidoro, bisogna ripensare le cose

bisogna ripensare  gli archetipi platonici

congelati come manichini luminosi

oltre il tempo

Congelati, ho detto?

Il sole invernale,  carissime,

mi ha riscaldato i testicoli;

la pelata - come sempre suggerì mia nonna –

l’ho avvolta con un passamontagna  di lana.

Con la pelata coperta sono più caldo e medito:

ti dà il capogiro l’idea che tutto ciò che esiste

si dissolva nella notte?

E quelli, allora, che dicono che tutto sarà preservato?

Isidoro, l’arte suprema è assimilare

interiorizzare la caducità

lo afferma anche l’epigono omerico,

dagli occhi stralunati, quando dice:

l’io rammemorante si lacera

ma voi che avete fatto delle vostre parole?

E mormora: oltre quei limiti si estende

la barbarie degli dèi tenebrosi

La vita in quei non luoghi senza spazio

è avvolta da una misteriosa densità

e il nume che la presiede

è fatto solo di luce interiore tracimata

e solo una nuvolaglia che si sfalda

nella luce grigiastra

Ed io chiedo: il tempo vive nel tuo cranio?

L’eroe omerico risponde:

il tempo si dissolve con il mio cranio,

ma voi cosa avete fatto delle parole?

Tutto questo demenziale ciarlare

ha logorato il sacro dire

e vi ho visti acquattati

nel vostro perenne soffrire: 

imparate ad inchinarvi davanti alle cose

mentre il brusio del tempo vi tarla le ossa.

5 -  VISIONE DEL BEATO GESUALDO DELLE FRATTOCCHIE

La santa inumata batteva

con il bastone nodoso contro

il selciato;

da un centro sfilacciato

oltre le nubi - come dal cuore di

una personificazione frammentata -

fuoriusciva una  luce, simile a un susseguirsi

di potenze e dominazioni che avviluppavano

l’illuminata città.

Al centro della luce era una croce,

che croce non era, che emetteva

una fantasmagoria di colori

E c’era Gesù o c’era Totti nel centro della  mandala?

O c’era soltanto il rombare del tuono?

Più tardi la mandala

divenne un’escrescenza luminosa,

poi un sole di sangue

sulla Torre in Selci, mentre

a Tor Pignattara, una mignotta liberiana

levitava nell’aria

Quella è la direzione - disse l’essere etereo -

e indicò le colline merlate di alberi

e un’affusolata ciminiera.

E c’era Maria? O non c’era Maria?

No. Non c’era Maria

ma un tumultuare di nubi

oltre i tetti di Testaccio

oltre il tergiversare del tempo:

oltre il transitar di cosa in cosa; 

ed era come un manifestare epifanico dell’Oltre

nella sua forma inconcussa e convulsa

un agitarsi di nembi, come

un baldacchino barocco,

laccato di oro e d’argento

e rifinito con ornamenti di plastica,

ma tutto era falso.

Tutto era indiscussa illusione.

Poi lo vidi nell’acqua ribollente

riflesso con le ali piumate

E senza flagellarmi, incollando

parola dopo parola - che è meglio di divorare

i buoi sacri del Sole - vidi le cose ergersi

nel loro eterno vacillare

E io che la felicità l’ho conosciuta solo

in magioni fatiscenti; posso dire:

un Dio così ariano non l’avevo mai visto

E posso affermare che il mio Monte Sinai

è questo cucuzzolo inviperito

coperto da rifiuti, mondezza e cianfrusaglie

Poi  emerse  dalle acque schiumanti

con le piume intrise di sangue

nel sogno terrificante.

6 - WIESBADEN

Quello che cerco è la luce meridiana,

non quella increata, perché concede

i frammenti dissolti del tempo

Con queste tessere posso costruire

il mosaico della mia memoria.

Pezzo su pezzo.

Dicono che quando la morte giunge

i ricordi affluiscono nella mente;

ma non so come dirlo: la tentazione più grande

é questo solitario peregrinare, questo vagabondare

nella Wiesbaden dell’antica memoria

E rivivere il tempo di Elvis che canta

e di mia nonna che soffre; e rivedere il vecchio

omosessuale innamorato del troglodita lucano,

la figlia del generale americano sdraiata su un letto disfatto

con la vulva di fuoco e il marine che sprigiona fiamme dall’ano.

Come é arduo raggiungere  Baden Baden o Mainz

nella memoria erompente nel cranio; forse sarebbe meglio,

prima, disintegrarsi nel flusso senza fare violenza alle cose;

perché anche un legno tarlato per la bara  è una forma

di veemenza ed è meglio adagiarsi sulla nuda terra

avvolto da un lacero lenzuolo.

Wiesbaden?

Dagli interstizi del cuore fa capolino

la tedesca giunonica

predominante sulle emozioni macerate.

Ma io in quelle contrade – una volta –

mi sono frantumato l’essere per poi ricongiungerlo,

per poi appiccicarlo, tessera dopo tessera,

col vuoto chiacchiericcio del mondo;

e in quei nevrotici accadimenti

ci sono rimasto  impigliato come un bonzo

ossessionato dal Nirvana o un bagnino

da nordiche bionde.

Oh come è aspro irrorarsi di ricordi per chi è

sospeso nell’eterno!

E c’è sempre la luce diafana del Nord

e chi la presiede é l’angelo del silenzio

dalle sfumature azzurrognole. Ma i ricordi

conducono al nefasto attaccamento

alla vita e al gioco di Dukkha.

Avere avuto un corpo è stata cosa ardua,

è stato un appesantimento brutale per le ali piumate.

Il corpo è un mostruoso marchingegno di muscoli,

nervi, giunture che fa rimbalzare nel cranio i frammenti

della memoria.

E poi c’è il volto arcigno che eternamente guata,

destabilizza e sbilancia

Ecco l’oscuro: Max si stringe e sbadiglia:

sopravvivremo la notte che cresce

come un’esalazione brumosa dal ventre dell’Ade.

 

7- LA LEBBRA DI PLOTINO

Questi frammenti di inesauribile vita

vanno preservati:

così sono le cose:

e noi transitiamo

quando loro immobili

non ascoltano le nostre parole

e la voce poetica

diventa un ruscello inaridito

Tutte le cose sembrano sradicate

da un’originale conoscenza

e non hanno tempo

per il tumultuoso sentire

Ah! l’imperiale inebetudine dell’Uno

che affoga in un misticismo

di spumeggianti colori:  

ma a me l’anima la strapparono

in un giorno piovoso

quando ondeggiavo paurosamente

verso una zona inaudita

Alla fine ero nato ove le cose

si strutturano e destrutturano

secondo la ragione deviata

e mi ero erto nella mendacia

della coscienza isolata

levando un baluardo di oscura resistenza

verso il rumore del mondo

e che sono le parole

se non riflessi baluginanti

sulla superficie dell’acqua?

Poi, la mente liberata dal sussulto

era diventata traslucida

come un’abbondanza luminosa

edificata sul nulla;

come un tergiversare

di un “dead man walking”

che affronta il giudizio di Dio

Ah! l’ottuso, provinciale genuflettersi

davanti a tanta ipotetica invisibilità

Ah! Il lucido monologare dell’anima prigioniera

Soma –Sema?

E cosa significa?

Cosa vuol dire?

Le cose si costituiscono

secondo un loro bizzarro procedere

e la sovrastruttura nervosa del sentire

è un gioco di favole e nubi

8 - AD ALICUIUS MEMORIAM

Tempi di inaudita ferocia:

mentre avanzo qualcosa

lampeggia nell’etere

e si riflette sul mare

Qualcosa balugina

nella lontananza dell’aria

verso caseggiati grigiastri

Occorrerebbe un rotolo di carta

per riportare le accorate memorie

dell’omone italico che insegue

Ivan il Terribile - che  ha annientato

i Boiardi - in una piazza di Amsterdam.

Alzo la testa:

un mausoleo vittoriano

si sgretola nel limpido cielo;

quello che appare tra il rovistare

di mattoni bruciati è ciò che annuncia la notte

Si, noi sappiamo che oltre la riga azzurrognola

dell’orizzonte sfumato si estende la barbarie

Ora, sei assiso davanti a una nera finestra

mentre ti dissolvi tra ellenici ciottoli

La nera finestra è il punto guatante

verso il non - mondo

Nella notte le luci fuggono

verso la tetra apertura

che le inghiotte

come fosse un buco nero

L’altro giorno, nell’ombra di una chiesa,

qualcuno cianciava con una madonna di plastica

Ho pensato: il mormorio interiore

e la memoria sono come uno sfaldarsi di luci

Il tempo cresce, interiormente, devastando

I ricordi limano il nostro centro egotico corroso

Sarebbe più giusto un pacato navigare

tra eventi che questo fulminante

concretizzarsi di immagini.

E cosa resta delle memorie?

Trascenderle si dovrebbe

farle giungere a compimento

in una piazza assolata

invasa dalla luce meridiana

La luce meridiane attiva la memoria morente

Nella luce meridiana

l’io consunto si rappacifica,

per attimi, e abbandona

la sua morbosa presunzione

Gli essenti nella nostra mente

si dissolvono come pulviscoli luminosi

9 - TOTENKLAGEN

Fluttuante tra eros e thanatos

nel centro dell’evanescente giardino

Jean Baptiste con gli occhi di marmo

osserva il sole

Quando il sole sorge, oltre la cupa torre,

gli trafigge le pupille di pietra

con i suoi dardi dorati

e l’alba gli accarezza il volto efebico

con le “dita rosate”

Quando le case della consueta follia

si dissolvono in un agglomerato grigiastro

intravedo, nella foschia, la casupola

ove abitò Jean Baptiste quando era uomo

e non una statua di pietra; l’estraniamento

gli spalancò viali di torrida attesa e l’estasi

divenne per lui il levarsi del sole

La pietrificazione?

La pietrificazione è il sospendere l’immobilità

negli occhi di luce

Ah Jean Baptiste… le romanticisme quelle grandeur!

Una bulimica Madame de Stäel

ha assimilato tra le pieghe carnose il grande Schlegel,

l’ha assorbito e consumato tra la ciccia odorosa;

qualcuno è collassato nel teatrino ambulante di Madre Chiesa,

o si è afflosciato nella Politeia platonica, quando

tra la foschia è apparsa la torre di Tübinga

Ah Jean Baptiste! Siamo i “soliti bipedi”,

come dice Passow, travolti da una costante apatia

e Tick fa strisciare William Lovell, con le ali spezzate, 

inabissandolo nella notte nera;

e c’è chi rientra in se stesso e trova un mondo

e chi non rientra e, come Hőlderlin, si eclissa nell’ombra

Wackenroder  mormora che il linguaggio è la tomba

del cuore?

E’ una Totenklagen?

Certo: spiegare il sentire con le parole

è come rinchiudere il vento

in una scatola di cartone

Eccomi qui: sono come l’uomo

di Friedrich Caspar David

che contempla il mare brumoso del nulla

disteso ai suoi piedi

Cazzate romantiche, mormori con le tue labbra di pietra?

Ti rispondo,  Jean Baptiste: la violenza ha cancellato

la tenerezza della vita, la giostra che appare

verso il mare è inondata di luce;

e questo ego una volta é una bruma sfocata

altre volte è una  montagna obbrobriosa

Nunc stans: ecco, mi occulto tra le piccole cose,

striscio guardingo sotto balconi infiorati,

rasento cauto mura muscose.

10 - BELLUM CONTRA DEOS

L’aurora sorge

Sono Diomede figlio di Tideo

La notte nera si sfalda nell’alba incombente

Quello che vedo con gli occhi della mente

é l’eterna partenza verso il paese dell’anima,

dal profondo dell’abisso

ho soppesato la lancia di frassino,

ora, sono qui afflitto da misteriose cogitazioni

sono rattrappito in un recondito punto dello scontro

come un ragno che tesse la tela nel vuoto

La mia tragedia si configura in un atto:

ho trafitto la luce e l’icore è zampillato

mi sono raggomitolato in un angolo;

ho due scelte: fuggire verso le concave navi

o massacrare l’eccedente bagliore

Gli dei sono manifestazioni luminose

escrescenze di luce che si proiettano

nella battaglia, nel gioco delle nubi col sole

Se potessi consegnare alla nera notte

l’essenza di un dio, preservata dietro la chiostra dei denti,

lo farei; ma gli dei sono ombra di nebbia

che si alimenta di luce e fugge al contatto del mondo

Sono confuso: tutto intorno è un lugubre lamento

un rimbombare di bronzo che rovina

quando la morte nera discende sugli occhi

Sono confuso: il massacro e il tempo

mi hanno sfaldato la mente

La notte sacra ovatterà i nostri arti feriti.



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