Vorrei raccontarti è il quaderno postumo d’un amore, quando rimane uno solo dei capi della comunicazione, ormai scomparsa l’altra persona: così Nico Orengo spiega il titolo nella sua Prefazione a questo canzoniere, per il quale parla di “una sincerità esistenziale e linguistica inattesa”. E se è vero che l’autore “non si fa prendere da nessuno stordimento linguistico” e sceglie nel suo “alfabetiere d’amore” le consuete e sempiterne parole degli amanti, per poi spremerle e logorarle, è anche vero che talvolta si gioca sulle giunture sintattiche (“La notte, non so se sai, / prendi non mai la penna rossa / e scrivi”; “[la ragazza] è castana e non sono i Settanta, / così potevi essere / ma non sei tu”), come a dare l’impressione di una (studiata) istantaneità dell’immagine e della scrittura che la ferma sulla carta. Oppure l’iterazione (con un’eco, forse, del titolo di una canzone di tempo fa) serve a dare il senso della ripetizione nella novità d’un amore: “Un rosario di sassi. / Non è una spiaggia sassaiola. / È un rosario di sassi, uno a uno. Mattino, sera; / certi amori”.
E l’ambientazione è marina, di quel mare che, in una poesia, fa una curva, come l’auto che passa in quel frangente, mentre lei, nella stanza, esibizionisticamente si spoglia ballando: “c’è qui sul porto / vicino alle pietre / di santa Tecla, / come un odore stanco / di sale”. Altrove, cipressi e ulivi, o le palme di Bussana piegate dal vento. E sono anche le maree a portare e riportare i baci o a portar via e riportare i sogni.
Il ponente ligure in cui vive l’autore (la patria di Calvino e Orengo e Biamonti, alla cui scomparsa, in uno con quella della donna, è dedicata una poesia verso la fine), più che sfondo è personaggio che accompagna gli amanti con i suoi bar (“I bar sono belli, sai, / perché ci sono certe sedie magre, / che se guardi tra le gambe, / ti vedo che vai per la città, / ma non a piedi”), i porti e il vino ( “due bottiglie di Verduzzo / sulla finestra; e l’oste / dalla pinguedine graziosa: / perché qui ora, / solo in piazza Bresca / sul porto vecchio, / ho pranzato un giorno / breve di sole / con la prima offesa / del mio grande amore”). E in una cornice popolare, fra le trippe bollenti, “nell’osteria dei padri dalla minuta memoria”, arriva la fine di tutto: “Ora quel che del porto resta, / mi sembra, / è un sentimento, / è un’accoglienza che va / verso un addio”. E, qui, è senz’altro bello il doppio movimento dell’accogliere e del salutare per sempre con la metafora del porto come luogo d’arrivo ma anche di partenza.
Poesia di cose (oltre che romanzo di luoghi), quella di de Carolis in questa direzione vanno la “sincerità esistenziale e linguistica” in cui le cose diventano parole prive di compiacimenti retorici ma anche senza ingenuità o sprovvedutezza, e nella quale le parole diventano cose che forse l’uso logora ma anche di nuovo vivifica. Umberto Eco, nelle postille al suo più celebre romanzo, diceva che non è più possibile dire “ti amo” senza usare le virgolette, implicitamente citando i tanti che l’hanno detto e scritto e a segno d’una innocenza irrimediabilmente perduta. Questo libro prova, invece, a togliere le virgolette per restituire il senso di incomparabile novità che il già-visto e il già-vissuto hanno, per fortuna, per noi ogni volta daccapo.