Letteratura » Scritti di poesia
VORREI RACCONTARTI


Marco de Carolis
Vorrei raccontarti
(con disegni di Ugo Giletta)
Vanitas Edizioni, 2004
pp. 64, euro 5,00


   Vorrei raccontarti è il quaderno postumo d’un amore, quando rimane uno solo dei capi della comunicazione, ormai scomparsa l’altra persona: così Nico Orengo spiega il titolo nella sua Prefazione a questo canzoniere, per il quale parla di “una sincerità esistenziale e linguistica inattesa”. E se è vero che l’autore “non si fa prendere da nessuno stordimento linguistico” e sceglie nel suo “alfabetiere d’amore” le consuete e sempiterne parole degli amanti, per poi spremerle e logorarle, è anche vero che talvolta si gioca sulle giunture sintattiche (“La notte, non so se sai, / prendi non mai la penna rossa / e scrivi”; “[la ragazza] è castana – e non sono i Settanta, / così potevi essere / ma non sei tu”), come a dare l’impressione di una (studiata) istantaneità dell’immagine e della scrittura che la ferma sulla carta. Oppure l’iterazione (con un’eco, forse, del titolo di una canzone di tempo fa) serve a dare il senso della ripetizione nella novità d’un amore: “Un rosario di sassi. / Non è una spiaggia sassaiola. / È un rosario di sassi, uno a uno. Mattino, sera; /  certi amori”.

  E l’ambientazione è marina, di quel mare che, in una poesia, fa una curva, come l’auto che passa in quel frangente, mentre lei, nella stanza, esibizionisticamente si spoglia ballando: “c’è qui sul porto / vicino alle pietre / di santa Tecla, / come un odore stanco / di sale”. Altrove, cipressi e ulivi, o le palme di Bussana piegate dal vento. E sono anche le maree a portare e riportare i baci o a portar via e riportare i sogni.

   Il ponente ligure in cui vive l’autore (la patria di Calvino e Orengo e Biamonti, alla cui scomparsa, in uno con quella della donna, è dedicata una poesia verso la fine), più che sfondo è personaggio che accompagna gli amanti con i suoi bar (“I bar sono belli, sai, / perché ci sono certe sedie magre, / che se guardi tra le gambe, / ti vedo che vai per la città, / ma non a piedi”), i porti e il vino ( “due bottiglie di Verduzzo / sulla finestra; e l’oste / dalla pinguedine graziosa: / perché qui ora, / solo in piazza Bresca / sul porto vecchio, / ho pranzato un giorno / breve di sole / con la prima offesa / del mio grande amore”). E in una cornice popolare, fra le trippe bollenti, “nell’osteria dei padri dalla minuta memoria”, arriva la fine di tutto: “Ora quel che del porto resta, / mi sembra, / è un sentimento, / è un’accoglienza che va / verso un addio”. E, qui, è senz’altro bello il doppio movimento dell’accogliere e del salutare per sempre con la metafora del porto come luogo d’arrivo ma anche di partenza.

   Poesia di cose (oltre che romanzo di luoghi), quella di de Carolis – in questa direzione vanno la “sincerità esistenziale e linguistica” – in cui le cose diventano parole prive di compiacimenti retorici ma anche senza ingenuità o sprovvedutezza, e nella quale le parole diventano cose che forse l’uso logora ma anche di nuovo vivifica. Umberto Eco, nelle postille al suo più celebre romanzo, diceva che non è più possibile dire “ti amo” senza usare le virgolette, implicitamente citando i tanti che l’hanno detto e scritto e a segno d’una innocenza irrimediabilmente perduta. Questo libro prova, invece, a togliere le virgolette per restituire il senso di incomparabile novità che il già-visto e il già-vissuto hanno, per fortuna, per noi – ogni volta daccapo.

Enzo Rega



HOME | Letteratura | Musica | Teatro | Cinema | Libri | Multimedia | Associazione | Informazioni Legali | Privacy

Copyright © 2003 Associazione Culturale "Sinestesie". Tutti i diritti riservati. Progetti Creativi. Graphic and Web Design