IL LAVORO DEL CONDUTTORE
di Maria Rosaria De Medici
Dino Audino Editore, Roma 2005, 239 pp.
Quando ancora combattevano tra loro per la conquista delle cattedre universitarie e degli spazi vitali nei cataloghi delle case editrici, le principali articolazioni della riflessione novecentesca sul linguaggio somigliavano a belve fameliche pronte a battersi all’ultimo s
angu
e per dimostrare l’invalidità delle ragioni altrui. La semiologia di scuola praghese-moscovita affilava le unghie contro la giovane rivale parigina perché questa ammiccava all’indirizzo della costruzione interpretativa, e pertanto all’esecrata ermeneutica. Lo strutturalismo praticava circonvenzione di incapace nei confronti della morente linguistica diacronica, vecchissima pronipote della filologia romantica, al solo scopo di strozzarla nel sonno e vietare tassativamente, consumato il matricidio, lo studio delle successioni del linguaggio nel tempo.
Dalle ceneri del conflitto sono nate le più recenti riflessioni sui codici, i generi, i registri e soprattutto i media, che ormai formano la fetta più succulenta della torta delle discipline sul linguaggio e sulla comunicazione. Addirittura, dopo la pubblicazione di Relevance del duo Sperber & Wilson (1986), si è celebrata la riconciliazione tra la coppia di deuteragonisti nel “sacro schema” di Jakobson: mittente e destinatario, un evento prima semplicemente impensabile. E a partire da quella tregua così vicina nel tempo, ma chissà quanto stabile e duratura hanno avuto modo di crescere studî più sereni ed attenti al dialogo tra le singole discipline, nel tentativo di realizzare sintesi complete e non più militanti.
È all’interno di questo nuovo orizzonte che si colloca il lavoro di Maria Rosaria De Medici, conduttrice del TG3 nella fascia pre-notturna e del GT ragazzi pomeridiano, pubblicato pochi mesi or sono da una casa editrice tradizionalmente attenta sia al mondo televisivo che alla cinematografia, in una collana di manualistica per materie universitarie afferenti ai corsi in Mediologia, Spettacolo, Cinema, Scienze della Comunicazione. A sostegno di una sistemazione ideale di questo volume nei territori più attuali della riflessione, oltre alla ricchezza delle argomentazioni e ad un’esemplare chiarezza stilistica, c’è la sua stessa struttura. Indifferente alle possibili maledizioni delle ultime mummie strutturaliste, i cui anatemi contro le diacronie tenterebbero di scatenarsi anche sotto le bende silenziatrici,
la De Medici
avvia il suo lavoro con una ricostruzione storica della figura del conduttore del telegiornale in Italia, che poi rappresenta il principale oggetto di studio del volume.
Generosamente definiti “lettori impassibili”, per la loro estrazione radiofonica, i giornalisti pietrificati del TG anni Cinquanta vengono passati in rassegna uno dopo l’altro per sottolinearne analogie e tratti comuni, in attesa di qualche elemento di discontinuità. Che non giunge, né giungerà nel decennio successivo, al quale è dedicato il secondo capitolo, essendo la cattolica “Italia dei due Giovanni” (come la chiamò Montanelli) immune da ogni tentazione di anticonformismo. E così «i rari esempi di televisione colloquiale nati negli anni ’60», precisa l’autrice, vengono sistematicamente «messi da parte» (pag. 44) onde evitare inquisizioni parlamentari o scomuniche vescovili. A dimostrazione che natura non facit saltus, ma la società sì, nei capitoli seguenti
la De Medici
si destreggia abilmente nell’analisi dei decenni a noi più vicini, che registrano lo sconvolgimento della struttura telegiornalistica consolidata per invasione della realtà (anni Settanta), introduzione e successiva diffusione del colore (anni ’70 e ’80), nascita della concorrenza e conseguente contrapposizione di modelli (anni ’80 e ’90), penetrazione di materia bassa (il gossip, dal 2000 ad oggi; ovvero quando si dice: «si stava meglio prima», ma questa è una mia considerazione…).
Mostrando un’ammirevole padronanza della teoria retrostante la materia affrontata, nella seconda parte del volume Maria De Medici affonda il coltello dell’analisi indagando forme, assetti, piani genologici e criteri narratologici del telegiornale postmoderno. L’argomentazione viene rafforzata verticalmente, grazie a richiami alle autorità riconosciute (Barthes, Eco, Heynderyckx), ma anche orizzontalmente, in virtù di un pregevole lavoro di sinossi con i formati telegiornalistici stranieri (tramite esempi prelevati dal bacino angloamericano, da quello romanzo e da quello germanico: manca solo il modello slavo, altrimenti la panoramica sarebbe completa).
Infine, nella terza parte del volume l’autrice esamina i livelli tecnici, non solo della conduzione, ma anche della cornice in cui essa avviene: titolografia, strategie di lancio dei servizi, valori linguistici del commento in campo e della voce off, articolazioni della lettura o dell’intervista. Sebbene presumibilmente concepita anzitutto per gli aspiranti alla conduzione (desiderosi di apprendere i cosiddetti “segreti del mestiere”), è forse questa la sezione del volume dalla quale si può imparare di più, per chi come il sottoscritto non opera certo in questo settore. Ed anche qui l’illustrazione esemplificatrice viene impreziosita per mezzo di utili comparazioni tra casi nostrani ed esteri, passati e recenti, nonché tramite l’applicazione di modelli teorici alla circoscritta realtà della conduzione televisiva (vedi l’Auflegung dello schema funzionalistico di Jakobson sulle dinamiche dello studio di un TG, a pag.
183 in
nota).
Dunque, quel che si dice un lavoro completo, serio, chiaro ma soprattutto autorevole. Credo che il risultato racchiuso in quest’ultimo aggettivo fosse quello che stava maggiormente a cuore all’autrice, verosimilmente preoccupata (ipotizzo, ma non posso esserne sicuro) che la propria opera che deve esserle costata non poca fatica: chissà quante ore di visione di pezzi d’archivio non venisse come a cadere nell’ombra proiettata dalla sua notorietà televisiva, fenomeno che spesso si verifica in questi casi. È dunque il caso di auspicare nuovi testi dell’autrice su questa materia e magari sui territorî circostanti. Un argomento possibile (in parte già affrontato da Bourdieu e da Baudrillard) potrebbe essere: uno studio storico-critico sul pubblico televisivo e sulle sue metamorfosi, che ormai sono quelle di noi tutti, oppositori compresi.
Giuseppe Russo
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