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JOHN LENNON 25 ANNI DOPO


JOHN LENNON 25 ANNI DOPO
di Giuseppe Russo


In un paragrafo della prima parte del suo celebre studio su L’essenza del profetismo (1972) dedicato alle articolazioni dei profetismi non biblici, André Neher afferma che questi ultimi agitano «lagnanze» e «critiche» che – a differenza delle lamentazioni dei profeti testamentari – non provengono da un dialogo più o meno comprensibile con Dio, bensì «da riflessioni e da esperienze puramente umane. Gli dèi non sono invocati se non a titolo di testimoni o di arbitri», dunque con un valore logico più che altro rafforzativo. Nelle pagine che seguono, così come in altri luoghi del suo opus major, l’esegeta alsaziano ammette tuttavia la possibilità che anche queste declinazioni laiche ed extragiudaiche della parola profetica possano avere notevole efficacia in termini di “profetismo vissuto”, sebbene in contesti che non hanno a che vedere con la parabola storica di Israele, intorno alla quale si dipana la particolare manifestazione politico-culturale del profetismo biblico, da Neher comprensibilmente presentato come la serie A del genere.

      Sfruttata, sventrata, e verrebbe quasi da dire stuprata dal linguaggio commerciale dei media, la categoria dell’“individuo eccellente” – inteso come soggetto carismatico che brilla di luce propria, il cui pensiero e la cui vita sembrano classificabili come una manifestazione di profetismo moderno – ha finito per diventare un qualsiasi elemento della messaggistica pubblicitaria, del quale si può abusare liberamente, ché tanto nessuno si lagnerà. Aggettivi come “mitico” o “unico”, ma anche clausole temporali come “gratis per sempre” (si pensi a certi slogan pubblicitari della telefonia mobile) vengono ormai adoperati senza nessun riguardo al loro significato originario – andato perduto, o meglio sovrastato da quello mediatico – ma anche con la certezza che non vi saranno reazioni. Lo spazio linguistico, da questo punto di vista, è ormai un territorio a disposizione delle potenze dominanti, che lo occupano e non vedono motivi per cui dovrebbero lasciarlo libero. Anche la suddetta categoria ha fatto questa fine, per cui “profeta” o “poeta” o anche “angelo” sono divenuti termini di uso comune anziché riservato, senza alcun aggancio alle rispettive storie di significati: semplici abiti simbolici in attesa di indossatori selezionati dal mercato e accettati da un pubblico. Chiunque può essere proposto come individuo eccellente, a patto che rispetti le condizioni minime per essere riconosciuto come tale all’interno della dialettica tra il soggetto proponente e quello accettante. La durata dell’effetto conta poco, non avendo senso alcuna pretesa di eternità lungo l’orizzonte del consumismo mediaticamente governato.

      Eppure possono resistere dei casi isolati di irriducibilità a tale sistema, ossia di sopravvivenza di attributi della soggettività secondo ordini diversi, quando non tradizionali. Si dica di Tizio o di Caio che è stato un profeta, e si misuri la reazione all’enunciato. Lo si dica di John Lennon (o di Gandhi e di pochi altri), si noterà una reazione molto diversa. Davvero l’impressione è che, riferendosi all’autore di All you need is love e di Power to the people, la formula conservi una certa autonomia nel suo contenuto di verità e che la definizione rimanga come ancorata alla sua stessa storia. L’alone di isolamento e di vox clamans in deserto, determinato dall’incomprensione della maggioranza degli ascoltanti e dall’opposizione dei poteri costituiti, come è facile intuire, fa parte degli attributi caratteristici del profeta predicatore tradizionale (e stavolta anche di alcuni esponenti del profetismo biblico) e sono anche piuttosto prevedibili nella loro meccanica. Non a caso, Lennon li aveva già chiaramente stigmatizzati in uno dei suoi testi più noti:

«You may say I’m a dreamer / but I’m not the only one»

dove non si limita ad anticipare quell’accusa di vano idealismo che più facilmente gli si può muovere, ma fa anche il passo successivo: quello in direzione dell’invito alla metànoia, alla conversione delle coscienze:

«I hope some day you will join us / and the world will live as one»

      D’altronde anche questa è una classica tecnica del profetismo: proiettare nel futuro la verifica del contenuto della profezia, allo scopo di mantenerla viva e vitale. Ma questo obiettivo non è per nulla egoistico, come potrebbe sembrare a qualche denigratore in attesa di prove. Al contrario, dobbiamo considerarlo alimentato dalla certezza (certo discutibile nella sua ingenuità, ma sincera) che l’umanità continuerà ad avere bisogno di quel messaggio, del quale l’autentico profeta ritiene di essere solo uno strumento e non l’autore né tanto meno l’artefice. Anche quando calca la mano sul proprio aspetto per accentuarne la dimensione carismatica, come fece Lennon nei giorni del bed-in (1969) per protestare contro la guerra in Vietnam, questo tipo di profeta tende sempre a parlare in forma veicolare: «mi si dice che … allora io rispondo che…». Oppure trasforma la propria voce in silicio per farsi specchio socratico dell’opinione comune allo scopo di smontarla mostrandola nella propria, nuda povertà; ciò che Lennon fece coi giornalisti che cercavano di ridicolizzare quella forma di protesta: «Chi dice che la guerra è giusta? Tu dici che la guerra è giusta? Il tuo editore ti paga per dire che è giusta? Sentiamo: da dove ti viene questa certezza?», e così via finché l’inquisitore non cade in contraddizione.

      Certo tutti sappiamo che proprio il binomio peace & love rappresenta il cuore del messaggio che stiamo qui commemorando: se volessimo immaginare il profetismo lennoniano come un pianeta ideale, le parole che formano quella coppia sarebbero i nomi dei suoi due emisferi, a tal punto nel pensiero di Lennon i due concetti appaiono inscindibili. Ma l’amore come unico antidoto alla logica della violenza e della sopraffazione rappresenta un tòpos del profetismo giudaico-cristiano, e proprio non si capisce per quale motivo soltanto nel caso dell’autore di Imagine questo principio dovrebbe invece suscitare irrisione. «Love is the answer», come Lennon (quasi) urla nelle strofe d’uscita di Mind Games, non è affatto un predicato così adolescenziale o approssimativo, soprattutto perché seguìto dalla formula accusatoria rivolta ai farisei della guerra fredda: «And you don’t have it, for sure!», come del resto aveva fatto dodici anni prima Dylan in Master of War, e perfino con maggiore durezza («And I hope that you die / and your death will come soon»).

      Ma, si potrebbe ancora obiettare: i fatti di questi ultimi anni dimostrano che la vittoria è andata alla parte avversa: appunto ai signori della guerra, ai sostenitori dell’unilateralismo nelle relazioni internazionali, ai teorici della nazione più forte come poliziotta del mondo per salvaguardare il proprio benessere. La realtà è diversa: nessuno può pronunciare il nome del vincitore perché la guerra non è affatto finita e la questione che continua a determinarla non è per nulla risolta. Quella della guerra è una logica: una logica con la quale si disegna la fisionomia del mondo e l’orizzonte che ispira i colori della nostra identità. Quella della pace è un’altra logica, che serve a delineare un altro tipo di mondo: un mondo che non c’è mai stato e che forse non ci sarà mai, ma al quale è umano aspirare, dato che il solo procedere in quella direzione anziché nel senso opposto può generare innumerevoli conseguenze. «War is over, if you want it», cantava Lennon nel suo brano natalizio (anche quello sfruttato più volte dal mercato pubblicitario), e questa verità elementare rimane sostanzialmente viva nonostante la sua apparente ovvietà, poiché il pronome responsabilizzante «you» sottolinea quanta parte del possibile cambiamento ricada sulle spalle di chi è abituato a non far nulla perché esso accada, di chi preferisce essere “pubblico” anziché “popolo”.

            Ma c’è chi non vuole affatto che la guerra sia «over»; anzi, per molti versi sembra che gli oppositori al messaggio centrale della predicazione lennoniana non siano mai stati così numerosi come oggi. Ed è proprio la particolare circostanza storica nella quale tutti ci troviamo che renderebbe più urgente rispolverare quella forma di protesta così forte e limpida. Finché non sarà stata data per davvero una possibilità alla pace, e per un periodo sufficiente a poter stilare poi un bilancio, non sarà moralmente possibile denigrare chi l’ha auspicata con tanta tenacia e in forme musicali così raffinate. Venticinque anni dopo, è giunto il momento di domandarsi se davvero quello di John Lennon fu solo idealismo ingenuo, o se al contrario non siamo noi ad essere peggiorati al punto da non riuscire ad identificare o a fare nostre delle verità tanto chiare (ma pur sempre urtanti e fastidiose, perché invitano all’azione) come quelle contenute nei suoi testi. Paradossalmente, viene da ripensare ad una massima di Nietzsche come possibile commento alla parabola che ha caratterizzato l’accoglienza del messaggio di Lennon: «Ancora non basta dimostrare una cosa, si deve sedurre gli uomini ad essa, oppure innalzarveli. Perciò il sapiente deve imparare a dire la sua saggezza; e spesso in modo tale che essa suoni come follia» (Aurora, IV, 330). Forse l’ostinazione per la pace è una manifestazione della follia, ma in questo caso la sanità mentale potrebbe risultare meno desiderabile sia come sforzo che come obiettivo.



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