Musica
LIVE 8: IL ROCK NON VA ANCORA IN PENSIONE


LIVE 8: IL ROCK NON VA ANCORA IN PENSIONE
di Giuseppe Russo


Commentando quello che, verosimilmente, è destinato a diventare l’avvenimento musicale dell’anno e forse del decennio, Edmondo Berselli ha scritto ( La Repubblica del 5.7.2005, p. 48) che la facilità con cui è stato creato una sorta di ponte ideale fra le diverse generazioni di interpreti del rock presenti a Hyde Park e sugli altri palchi partecipanti al Live 8 dello scorso 2 luglio, testimonia del fatto che «nel corso di mezzo secolo … si è creata quella realtà misteriosa che è un canone. Non solo: quel canone non sembra subire le ingiurie del tempo», se davvero una canzone dei Beatles «risulta singolarmente contemporanea … e non distante tecnicamente e “culturalmente” da un pezzo qualsiasi degli U2» o dei neonati Coldplay. Il giudizio di Berselli – condivisibile nella sostanza, un po’ meno in certi esempi addotti – risulta particolarmente interessante perché implicitamente offre materiale per una duplice riflessione: su ciò che è diventato il rock a mezzo secolo di distanza dalla sua nascita; ma anche e soprattutto su come possa, un genere artistico che esiste in virtù della sua volontà di contestazione della realtà e che di tale spinta fa la sua enérgeia vitale, cristallizzarsi in «canone», ossia in un sistema che viene riconosciuto dal suo interno e dall’esterno secondo una configurazione fissa di elementi, qualcosa che ricorda antecedenti assolutamente incompatibili (petrarchisti, arcadie, etc.).

      Eppure, che il rock sia diventato un mondo estetico compiuto e dotato di un’identità in nulla confondibile con quella di altri pianeti espressivi, è un fatto assolutamente vero e incontestabile. Direi di più: lo è da almeno vent’anni. Ossia (e non a caso) da quando il vinile ha iniziato a subire l’infamante concorrenza del CD: struttura fonica di per sé estranea ed ostile, data la sua gratuita e non richiesta ricerca della massima purezza nella formazione dello spettro sonoro, laddove il rock si nutre di impurità, interferenze, imprecisioni.

      Il sottoscritto acquistò il suo primo album ancora tredicenne, alla fine dell’estate del 1977. Era Animals, dei Pink Floyd, quello con in copertina un maialino volante (erano gli anni di massima popolarità di un libro come Porci con le ali, tra l’altro, sebbene non esista alcuna altra relazione tra le due cose), o meglio sospeso al di sopra di quattro ciminiere di una manifattura metallurgica (e sì, perché eravamo ancora nell’evo industriale) a voler sottolineare con un’immagine volutamente irriverente l’ideale continuità tra la logica del profitto e quella della sottomissione. Esattamente come tutti (o quasi) gli affezionati a quel formato, a quell’estetica, a quelle sensazioni tattili (e anche ad un certo fascino per il mistero provocato dalla costanza con la quale gruppi storici come i Genesis, i Pink Floyd o i King Crimson rifiutavano di mostrare il volto sulle copertine dei loro dischi così come nelle pagine interne, in ciò facendo decollare l’immaginazione dei loro fans), il sottoscritto non si è mai realmente rassegnato al “mutamento di paradigma” che sarebbe rappresentato dal digitale. Ho fatto questo breve excursus autobiografico solo per sottolineare come, perfino questo atteggiamento privato e apparentemente irrilevante (che qualche lacaniano potrebbe perfino interpretare come un’articolazione dell’onanismo), appartenga a pieno titolo al mondo di cui stiamo parlando in quanto manifestazione di un rifiuto, opposizione pertinace ai diktat del mercato, partecipazione ad un NO collettivo in nome del primato dell’io. I nati dopo, quelli venuti su già dentro l’epoca del CD, per quanti sforzi possano compiere nel tentativo di formarsi un’educazione rock, non possono comprendere del tutto questo fenomeno. Ma non è solo colpa loro: il passaggio dal mondo della modernità a quello della postmodernità – lo possiamo drammaticamente notare tutti, in questi anni di fondamentalismi d’ogni tipo – è caratterizzato tra l’altro dal tentativo di abolire la cultura del dubbio a favore del ritorno nel mondo delle certezze, sebbene si tratti (cfr. Bauman o Sennett) di certezze solo apparenti e di breve durata: certezze consumistiche, adatte al Duemila. Invece il rock proviene dalla società del dubbio e del cambiamento, né è realmente immaginabile in una società diversa da quella. È una delle ragioni per le quali può risultare legittimo affermare che il suo ciclo biologico sia ormai compiuto, ossia che difficilmente si possa assistere a suoi nuovi inizi. Ma non per questo è morto, e i concerti di Live 8 lo hanno dimostrato anche ai più scettici.

      Flaubert si pronunciò più volte a favore della nobilitazione del sublime bas perché certo, non solo della sua esistenza (fino a quel momento negata o ignorata dagli autori conformisti), ma anzitutto della sua incontenibile vitalità. Si tratta allora di capire fino a che punto il rock abbia a che fare con questa ricerca e quanta vitalità sia ancora disponibile per il suo futuro espressivo. L’argomento è molto complesso e non è possibile qui affrontarlo in maniera esauriente. Tuttavia possiamo dire una cosa, e dirla con un buon margine di certezza: il rock non è diventato nulla di sostanzialmente diverso da ciò che è sempre stato. In ciò ha ragione Berselli, né d’altra parte è lui l’unico a sostenerlo. Trecentomila persona, in buona parte giovani o giovanissimi, che cantano senza sbagliare una parola Sgt. Pepper’s… all’unisono con McCartney e con Bono (ossia con le due generazioni precedenti, rispetto al pubblico, ma che sono anche la generazione dei patriarchi e quella dei profeti anteriori); che si emozionano nel vedere Roger Waters di nuovo picchiare col dito indice sul Mi minore del suo basso Fender, incredibilmente di nuovo assieme agli altri Pink Floyd; che quasi si meravigliano dell’energia con cui l’ultrasessantenne Pete Townshend (due volte sotto processo per corruzione di minorenni, tre condanne per ubriachezza molesta e così via) tiene il palco a mezzanotte incombente; sono un evento su cui riflettere. Certo, alcuni di loro hanno scandito con maggior fervore la performance sculettante dell’inutile Robbie Williams; altri hanno applaudito la giovanissima Joss Stone non sapendo che, negli ultimi quarant’anni, si contano a decine le singergirls che si presentano sul palco a piedi nudi (credendo con ciò di diventare personaggi) e che quasi tutte sono passate senza lasciare traccia.

      Ma non è il caso di accanirsi su nessuno in particolare. Quel che più conta, semmai, è il fatto stesso che a vent’anni di distanza da Live Aid, questo evento (di cui qui non giudichiamo l’aspetto politico-esortativo, che pure ricade all’interno dell’orizzonte di fattori prima individuato) abbia avuto luogo e che, nel suo accadere, abbia effettivamente dimostrato l’esistenza di qualcosa di più di un mero ponte generazionale tra i padri, i figli e i nipoti del rock. Live 8 è stato soprattutto una suggestione: la suggestione dell’applicabilità, ad un pianeta espressivo (insisto su questa definizione perché mi sembra davvero appropriata) così particolare, del principio benjaminiano della “costellazione dialettica”, secondo il quale una determinata esigenza simbolica può trovare occasione di manifestarsi anche a notevole distanza di tempo o di contesto, creando così un corto circuito storico in cui l’elemento che fa da collante è la continuità della cultura stessa, la sua irredimibile unità.

            Esiste un solo rock, infatti, che si articola in numerose declinazioni storicamente individuate (progressive, sinfonico, hard, etc.), ciascuna delle quali appare dotata della sua particolare sottogamma espressiva. Ma il rock è uno come uno è il blues. A formare il tessuto della sua identità culturale (contribuendo così alla formazione del suddetto “canone”) è senza dubbio una tenace volontà di aggressione della realtà, la cui razionalità vagamente hegeliana è considerata, se davvero esistente, qualcosa di cui è preferibile fare a meno. Finché esisterà questo anelito soggettivista eppure alla ricerca degli altri, manifestazione di una volontà che è sia distruttiva che costruttiva, Neil Young potrà continuare a cantare «Rock ’n’ Roll can never die». Il giorno in cui quel verso perderà senso, se non è già arrivato, il rock avrà cessato di esistere, e con esso quel desiderio di cambiare il mondo di cui è figlio non certo unico. La musica lirica è esistita per poco più di trecento anni, che sono molti rispetto al dramma romantico, ma pochi nella storia complessiva del teatro. Il rock può tranquillamente essere consegnato alla storia dopo cinquant’anni, se proprio vogliamo suonare le campane a morto, ma la sua tensione culturale è ancora tutta qui, fra di noi, e il mondo delle guerre preventive e dei teorici dello scontro fra le civiltà avrebbe un bisogno enorme di raccoglierla e continuare ad alimentarla.



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