Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Dicembre 2011 Anno X
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ARTI FIGURATIVE
I Paleari Fratino da Morcote ingegneri militari ticinesi in Spagna nei secoli XVI e XVII, rivisitati nell’opera di Marino Vigano: “EL FRATIN MI YNGINIERO”
a cura di Maria de Santis Proja


Il Consolato generale di Svizzera, le Edizioni Casagrande e il Consolato generale di Spagna in collaborazione con la Società Svizzera di Milano, il 28 aprile u.s., presso il Centro Svizzero di Milano, hanno dato vita ad un interessante evento che, attraverso la presentazione del volume dello storico Marino Viganó, studio serio e approfondito, ma assai interessante e “nuovo” per i non specialisti del campo, “EL FRATIN MI YNGINIERO”- I Paleari Fratino da Morcote ingegneri militari ticinesi in Spagna (XVI-XVII secolo), ha fatto vivacemente rivivere ad un pubblico numeroso, incuriosito dalla novità dell’argomento e assai partecipe, un altro episodio di quella straordinaria migrazione artistica di emigrati dalle terre dell’Insubria, in specie dal Canton Ticino in Italia e in Europa e oltre, che si sono distinti in un ventaglio di espressioni artistiche, dall’architettura all’urbanistica e all’ingegneria militare, alla pittura, alla scenografia alla scultura, contribuendo al fertile scambio e all’osmosi con gli artisti delle terre cui giunsero come emigranti.

Ad animare l’incontro sono intervenuti: il Console generale di Svizzera a Milano, Marco Cameroni, un eccezionale “mecenate” del nostro tempo (un tempo caratterizzato, ahimé, da stanchezza culturale) che ancora una volta ha rivelato, con la felicità dell’entusiasmo con cui dà vita ad interessanti manifestazioni culturali presso la Sala Meili del Centro Svizzero di Milano, le sue doti di chiarezza e di conoscenza dell’argomento, interessando una platea all’inizio un po’ spaesata data la peculiarità del tema, poi entusiasta; Mario Botta, il grande architetto notissimo a Milano per la sua importante opera di rinnovamento strutturale del Teatro alla Scala, Professore all’Accademia di Architettura di Mendrisio, continuatore, ci piace pensarla così, dell’opera dei grandi precursori che dalla Svizzera portarono un tempo il loro messaggio artistico per l’Europa; Anton Castro, Direttore dell’Istituto Cervantes di Milano, essenziale punto di riferimento per la cultura spagnola nella nostra città; Claudio Donati, Professore ordinario di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Milano; l’Autore dell’opera presentata, dott. Marino Viganó e l’editore Libero Casagrande che, nel pubblicare questo volume, ha dimostrato di operare scelte davvero significative e originali.

Come ha ben sottolineato il Signor Console Marco Cameroni, anche in quest’occasione dobbiamo ricordare l’importanza nella storia delle arti di quegli artisti che dal Canton Ticino giunsero in terre lontane e lasciarono un segno tangibile del loro talento (che non sempre la Storia con la S maiuscola ricorda).

Per non parlare del Borromini, nato a Bissone, non possiamo tacere dei due Sardi da Morcote, in mostra a Venezia, protagonisti del Barocco veneziano, e di Giuseppe in particolare, che eseguì le facciate della chiesa degli Scalzi, di San Lazzaro ai Mendicanti e di S. Maria del Giglio; di Antonio Raggi, scultore, che studiò a Roma presso il Bernini, collaborando a diverse sue celebri opere tra cui la Fontana dei fiumi, di cui scolpì il Danubio; dei Fontana, altro nucleo di quelle maestranze ticinesi che per tutto il Cinquecento e il Seicento operarono significativi interventi tecnici e funzionali nell’urbanistica di Roma, tra cui si distinse Domenico, di Melide, che giunto a Roma giovanissimo divenne in breve celebre per le sue opere di idraulica e ingegneria, tra cui il trasporto e l’erezione di obelischi, come quello eretto nella piazza di san Pietro. E che dire dei Fossati, di Carpoforo Tencalla e di Cipriano e Vittore Pelli, pittori e scenografi nella Venezia dei sec. XVIII e XIX, di cui ho già avuto occasione di scrivere per Sinestesie?

Per quanto riguarda i Paleari, seppero passare “dal cannone alla matita”.
Come militari partirono, come tanti ticinesi, al soldo dei diversi casati ed esaurite le forze fisiche richieste dall’azione militare, restati a corte, si riciclarono come ingegneri militari, diventando difensori di quelle terre per le quali avevano combattuto, consapevoli delle diverse strategie da adottare a seconda della “natura loci”.
Costruirono bastioni, piazze d’arme, grandi vuoti a difesa dei baluardi. (Ne sono esempi i Bastioni di Milano, il ring di Vienna, nati per la difesa nei confronti dell’artiglieria).
E così gli ex-mercenari diventano disegnatori di strutture civili di città di grande importanza strategica. Si tagliano le vecchie torri, si trasformano le aggregazioni interne della città e nasce una tipologia che troviamo come costante in molte città d’Europa. Non si tratta, quindi, di una trasformazione fisica, ma geografica che comporta grandi sforzi e tempi di lavoro. Restano a prova gli ultimi grandi spazi che permangono nell’horror vacui del fitto tessuto urbanistico attuale.

Quanto alla Spagna nel Siglo de Oro, al pari delle lettere e delle altre arti, anche l’urbanistica ha particolare sviluppo e la figura dell’ingegnere assume un ruolo particolarmente importante nella definizione del territorio.
Paleari Fratino viaggia incessantemente per l’Europa su incarico di Filippo II, che fisso all’Escorial, a differenza di Carlo V, non visita i suoi domini, ma li conosce dettagliatamente anche attraverso i disegni del “Fratin su ynginiero” che postilla con grande cura e di cui corregge gli errori. Il Fratino era infatti molto noto nel Milanese e in Spagna, tanto che è citato anche da Cervantes che lo ricorda nel 40° capitolo del Don Jijote, di cui proprio quest’anno ricorre il quattrocentesimo anno della pubblicazione della prima parte.

Quando l’interesse della Spagna si sposta verso l’Inghilterra, assume maggior importanza la flotta ed una politica difensiva più che offensiva, il che comporta l’abbandono delle fortificazioni. Vediamo così la terza generazione dei Paleari impegnata in edifici religiosi a Pamplona, in Navarra, contibuendo all’affermazione della Chiesa della Controriforma, proprio dove già altri Paleari avevano contribuito alla costruzione della straordinaria cittadella che richiese lunghissimi anni di fatica e che dimostrò come anche le opere di ingegneria militare possano esprimere alto valore estetico.
Non resta che invitare alla lettura di questo interessante volume di Marino Viganó, corredato anche da immagini inedite e stampato con grande cura.





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