La voce sociale dell’Arte: l’arte contemporanea come azione culturale a cura di Silvia Freiles
Se oggi l’arte è soprattutto apertura all’impensato, a forme non convenzionali, talvolta ritorna alla funzione sociale che, in età moderna, era stata inizialmente ‘costruens’, nel suo aspetto celebrativo dell’ordine vigente, e poi, soprattutto nel secolo appena trascorso, ‘destruens’: con puntate polemiche eccezionali, dall’avanguardismo russo all’arte povera. L’arte contemporanea ha continuato a svolgere questa funzione anche quando si è staccata dal messaggio e dal referente concreto per scatenare un senso ‘altro’, un circuito di sovrasensi.
Questi erano imprescindibili tuttavia dal contesto di disorientamento, frantumazione, individualismo che li aveva prodotti. È nella sua natura dilemmatica essere forma di comunicazione (perchè ‘oggettivazione condizionata dell’agire’) anche quando volontariamente non vuole comunicare nulla (il celeberrimo «dada non significa nulla» di Tristan Tzara). Se invece, come in questo caso, il comportamento artistico si focalizza su un fatto sociale ben determinato, quale l’assoluta volgarità di un’operazione mediatica che spettacolarizza le sperequazioni esistenti nel Paese, l’apparente a-socialità viene meno ed i processi cognitivi ed estetici sono rivolti a interagire con il lettore intorno ad un evento condiviso. Soltanto la prima di un ciclo di mostre sull’Arte contemporanea, è La voce sociale dell’Arte inaugurata il 21 Febbraio 2009 presso il Laboratorio Espositivo d’Arte Contemporanea Polisart (Facoltà di Scienze Politiche di Catania) con la direzione scientifica del prof.Carmelo Strano.
Prendendo spunto da uno dei tanti episodi di spreco di denaro pubblico, non ultimo quello per l’organizzazione del Festival di Sanremo, 27 artisti siciliani di aree linguistiche diverse sottopongono a ‘ragionevole dubbio’ il frutto di un establishement consolidato, restituendo all’arte la funzione di contraddire il senso diffuso che assume per normale ciò che normale non deve diventare, quell’’‘habitus’ ordinario di cui parlava Bourdieu.