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Presentazione
 

Dramma in tre atti, scritto e diretto dalla prof.ssa Scala Filomena.

Carlo Gesualdo, dopo l'assassinio della moglie Maria D'Avalos e Don Fabrizio Carafa avvenuto a Napoli, per sfuggire alla vendetta dei Carafa, si rifugia nel castello di Gesualdo, di origine longobarda e suo feudo. Qui vive per diciassette anni nel tormento e nel dolore né riesce mai a liberarsi da un profondo senso di colpa e da un grande travaglio interiore.

E' convinto che il figlio Emanuele sia il figlio del peccato e ciò lo tormenta e lo spinge a cercare l'isolamento più totale. E' solo il principe, solo con la notte, con i suoi pensieri malinconici e le note del liuto sono il suo unico conforto. I suoi occhi guardano lontano, rivede col pensiero la donna amata, suo unico e vero amore, e cade nell'angoscia più profonda. E' lei il vero tormento, è lei che lo ossessiona giorno e notte, creandogli degli incubi nelle presunte apparizioni notturne.

Carlo non può dimenticare e, per espiare i propri errori, si fa persino frustare dal suo fedele servo Giuseppe. Vive così, di giorno in giorno, sempre più solo e con i ricordi che gli trafiggono l'anima. Consuma il suo tempo tra preghiere e lacrime, componimenti e colloqui con gli amici, il Tasso, i servi fedeli, i musici più apprezzati del tempo. Le mura del castello lo ascoltano e diventano testimoni di uno strazio che non ha confini. E lo strazio più grande è la convinzione di non poter essere perdonato dall'Altissimo. Le notti diventano insonni e a nulla valgono i consigli del fedele servo che lo costringe quasi al riposo.

Nemmeno il matrimonio con la principessa Eleonora D'Este riesce a risollevarlo e le sue musiche, tristi e tormentate, ne sono un tipico esempio. Spesso chiede aiuto allo zio Cardinale Borromeo che sa di avere vicino con la preghiera ma non sempre ne esce da tanta prostrazione.

E' molto buono Carlo Gesualdo, soprattutto con i suoi sudditi che egli ama profondamente e, per placare un poco la coscienza che gli rode, fa erigere chiese e conventi, dà il suo sostegno ai poveri, aiuta i bisognosi.

Una nota di gioia nella sua vita travagliata e dolorosa è il ritorno al castello del figlio Emanuele. Tra i due c'è il reciproco perdono e, per tale occasione, grandi festeggiamenti.

Questi momenti e sprazzi di serenità sono offuscati da una grande sciagura: la morte del figlio Emanuele disarcionato da un cavallo. E' la goccia che fa traboccare il vaso. Carlo non regge al dolore e per diciassette giorni, rifiutando cibo ed ogni confort, si lascia morire.

Il dramma venne realizzato a livello amatoriale nell'anno 1998, su richiesta della Pro Loco "Civitatis Jesualdinae".

L'autrice, partendo da alcuni dati storici, per rendere più incisive e penetranti alcune scene, elaborò il tutto con fantasia personale.

Tra gli attori va una nota di plauso a Sergio Nocera da Gesualdo, imprenditore, che impersonò il principe Carlo con tale drammaticità da commuovere tutti.

La scenografia venne curata da Nicola Pompeo da Gesualdo, in possesso di laurea conseguita presso l'Accademia delle Belle Arti di Napoli.

Le musiche furono composte dal maestro Osvaldo Ardita da Avellino che, tra i vari trionfi musicali, va ricordato, soprattutto, per il suo concerto per pianoforte e orchestra a voce recitante dal titolo "Introspezioni", realizzato presso l'Auditorium del Conservatorio D. Cimarosa di Avellino.

Alcuni costumi del '500 furono realizzati,con sapiente maestria, dalla signora Tecla Solomita, famosa sarta gesualdina.