«IRINA PALM» di Sam Garbarski. 2007, 90 min. a cura di Giuseppe Russo
Come ha ricordato ancora di recente uno tra i massimi diagnosti della postmodernità, un fattore determinante di rottura tra la condizione attuale dell’uomo e quella del passato anche recente è la costante incertezza del suo status. Rispetto a come eravamo abituati a concepire l’esistenza individuale nella società fino a non molti anni or sono, ormai «la virtù che viene proclamata più utile per servire al meglio gli interessi dell’individuo non è la conformità alle norme (...) ma la flessibilità: la prontezza a cambiare tattiche e stile a breve scadenza, ad abbandonare impegni e lealtà senza rimpianti e a cogliere le opportunità a seconda delle disponibilità del momento»[i], quanto meno finché queste disponibilità durano.
Ovviamente, dal momento che il mercato del lavoro riserva questo trattamento soprattutto ai giovani o tutt’al più alle persone di mezza età che vengono a trovarsi improvvisamente senza reddito (come nel recente Giorni e nuvole di Soldini), risulta più stridente applicare un simile principio a uomini o donne ormai in età da pensione, con casetta di proprietà, nipotame affettuoso ed un tenore di vita che non dovrebbe più conoscere traumatici mutamenti di stato. È invece proprio questo che la sceneggiatura di Irina Palm, scritta da Philippe Blasband (già autore di Una relazione privata) e da Martin Heron, prevede per il personaggio di Maggie. Una vedova con problemi perfettamente rientranti nella media: abitazione con classico backyard fiorito, amiche coetanee non più snob di quanto sia legittimo aspettarsi in un sobborgo borghese di Londra, un figlio mediamente imbecille sposato con una donna mediamente nevrotica, scarsi ed innocui passatempi. Tutto regge fino a quando non scatta il meccanismo drammatico: l’unico nipotino di Maggie, nato con la classica malattia rara, peggiora improvvisamente e la sola cura possibile necessita di costi elevatissimi, che la famiglia non può in alcun modo permettersi. Di fronte alla sostanziale incapacità della coppia genitoriale di risolvere il problema, la nonna entra in azione e si trova un “lavoro manuale” di cui nemmeno immaginava l’esistenza, in un sex shop di Soho. Sia la sceneggiatura che la regia fanno in modo che, a partire dal momento in cui la vicenda potrebbe volgersi in dramma, il registro si diriga piuttosto verso la commedia grottesca, con sequenze di autentica ilarità.
Maggie riesce a cancellare in breve tempo tutti i guai in cui era venuta a trovarsi: liquida le ormai ex amiche durante un memorabile tè con pasticcini nel quale rivela loro la sua professione ribaltando le gerarchie morali del giudizio, getta nella pattumiera le reliquie del suo matrimonio ormai remoto ma che ancora limitava la sua autonomia, finanzia la guarigione del nipote, si intronizza nel cuore della nuora che l’aveva sempre detestata e forse trova anche un compagno per la sua vecchiaia. Della funzione di madre oblativa e di nonna-chioccia non resta nulla: Maggie è una che risolve problemi, una donna pratica ed attiva, una che ama camminare sulle proprie gambe come tanti personaggi femminili ibseniani (forse non a caso sono così numerose le riprese in esterni che la mostrano mentre procede verso il suo posto di lavoro oppure verso l’ospedale in cui è ricoverato il nipote), una persona che sa superare progressive soglie di scandalo perché ha qualcosa di concreto e di importante da fare, infine una donna ancora incuriosita dalla possibilità di far entrare l’amore nella propria vita con la stessa generosità con cui lo ha emanato per salvare il nipote.
In nessun posto è realmente e totalmente a suo agio: non lo è con la propria famiglia disfunzionale né con le amiche pettegole, non lo è nella cupa solitudine della metropolitana che la conduce a Soho né tanto meno nella squallida ressa di corpi del sex shop. Ed anche questo alone di disagio mai del tutto eliminabile fa parte delle categorie emotive della liquid modernity di cui parlano studiosi come Bauman e Sennett. Ma Maggie non è un’intellettuale e non ha tempo da dedicare alle teorie. Lei, il problema della precarietà, lo risolve piegandolo alla propria condizione e vanificando così il ricatto dell’esclusione sociale. Il suo nome non va bene per il mercato del sesso? Assume lo pseudonimo di Irina Palm: un cognome perfetto per il suo nuovo lavoro. Le viene un «penis elbow» (anfibologia di «tennis elbow»), che nei dialoghi italiani viene reso con «gomito da seghista»? Usa l’altra mano finché il dolore non svanisce. Un perfetto esempio di flessibilità attiva e non subìta. Decisamente un profilo comportamentale molto più femminile che maschile.
A dare il volto a questa donna del terzo millennio è Marianne Faithfull, ex icona del rock anni Sessanta e Settanta, già apparsa in molte pellicole più o meno scabrose, da Il complesso del sesso (in realtà, assurdo titolo italiano di I’ll never forget what’s his name, del 1967, con Orson Welles) fino al recente Intimacy (2001) di Patrice Chéreau. Figlia di una baronessa austriaca appartenente ad una famiglia nobiliare antica quanto gli Asburgo, ma nata e cresciuta a Londra a causa della guerra, la Faithfull è stata uno dei volti più amati dall’universo maschile della musica leggera, a partire dalla swinging London degli anni Sessanta fino almeno a quella memorabile copertina in bianco e nero di Dangerous Acquaintances (1981), con quei capelli bagnati e quello sguardo languido invocante l’affetto del pubblico. Vanta anche esperienze teatrali, tra le quali un’interpretazione molto ricordata delle Tre sorelle di Čechov insieme a Glenda Jackson, alla fine del 1968. Di lei si sono in vario modo (artisticamente o meno) innamorati: Ted Hughes[ii] e Mick Jagger negli anni ’60, Barry Raynolds nei ’70, Mark Isham negli anni ’80, Daniel Lanois e Leonard Cohen nei ’90; e, a parte questi, alcune decine di milioni di fans in tutto il pianeta. La sua versatilità musicale l’ha portata dal successo planetario di As tears go by fino alle atmosfere ctonie di Kurt Weill. Il suo talento ha avuto occasioni di manifestarsi in molti campi e in contesti estremamente diversi. Eppure difficilmente ci si sarebbe aspettati una prova così intensa, che le ha fatto anche sfiorare il premio come miglior attrice protagonista alla recente Berlinale.
«Prima di leggere il copione non avevo alcuna cognizione su questo tipo di “commercio” del sesso; e confesso che ho difficoltà a trovare una relazione tra un posto del genere e il desiderio sessuale che può provare una persona», ha dichiarato questa estate al Premio Tenco, commentanto il suo personaggio. Ed ha aggiunto: «Il fatto è che Maggie è una donna che ha avuto il coraggio di affrontare una situazione difficile, mettendoci una certa ironia». Appunto. Se ricordiamo quante volte Marianne Faithfull ha dovuto reinventarsi in tutti questi anni per non essere distrutta dalla droga e dal mercato discografico, ogni volta trovando dentro di sé la determinazione per rimettersi in marcia, forse diventa più facile comprendere come possa esserle riuscita tanto bene questa interpretazione.