Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Luglio 2010 Anno IX
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CINEMA
Roma città aperta
a cura di Andrea Carnevali


Erano molti i tentativi di ricostruire il paese nel dopoguerra. C’era voglia di educare e la vita di molti adolescenti in Italia veniva documentata negli anni Cinquanta da un celebre film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Il cinema italiano ha conosciuto il suo maggiore sviluppo proprio tra il 1946 al 1955. La produzione filmica è stata un punto di riferimento culturale e di indagine sulla società. “Roma città aperta” (1945) di Rossellini e “Ladri di biciclette” (1948) di De Sica sono stati i modelli stilistici di molti registi. Il cinema italiano ha conosciuto il suo maggiore sviluppo proprio tra il 1946 al 1955. La produzione filmica è stata un punto di riferimento culturale, storico e di indagine sulla società. Del resto il film “Roma città aperta” di Rossellini è stato l’oggetto di studio per molti registi italiani che hanno guardato all’economia post-industrializzata come modello ideale – di ambientazioni e scenografie – per ispirarsi alla filosofia dell’ “impeto e tensione”. L’influenza letteraria, suggerita dall’esperienza emotiva, conduceva ad una forte emotività e di conseguenza alla ribellione ed all’incitamento. Roberto Rossellini affida al mezzo filmico il ruolo della narrazione della condizione storico-sociale delle persone. Nella sua produzione degli anni Cinquanta, infatti, il film diviene documentario e mezzo d’indagine sui comportamenti degli Italiani e del modello educativo dei giovani.

Il film “Roma città aperta” è un manifesto del nostro paese soprattutto per le testimonianze che ha dato al cinema, anche nella sua prospettiva pedagogica, psicologica e sociale dei ruoli degli attori di questo film. Uno sguardo più attento va alla grande Anna Magnani che otterrà una fama mondiale nel 1946 col nastro “Nastro d’Argento” per la sua interpretazione con Aldo Fabrizi e Marcello Pagliero.

Nel film Anna Magnani è protagonista di una delle sequenze più celebri della storia del cinema: la corsa dietro un camion tedesco, nel quale è rinchiuso il marito, al termine della quale il suo personaggio (la Sora Pina, ispirato alla figura di Teresa Gullace viene uccisa dai mitra nazisti). La fucilazione di Anna Magnani, mentre portavano via il marito prigioniero, venne girata in Via Raimondo Montecuccoli, al quartiere Predestino. Ma il suo valore – oggi ormai riconosciuto tutti - non aveva incontrato subito il consenso dei critici. Sora Pina – interpreta da Anna - aveva suscitato una forte divergenza di vedute tra gli intellettuali. Si schierò - in difesa dell’attrice - Silvano Castellano che scrisse: Anna Magnani va “studiata e criticata sul piano del romanesco”.

Occupata dalle truppe naziste, Roma sembra vivere intorno alla fucilazione di un prete che sostiene con la sua vita la solidarietà. Accanto a Don Morosini, s’intreccia tutta una serie di vicende e personaggi: la popolazione, la resistenza, i collaborazionisti, la quotidianità di una città dominata dalla paura, dalla miseria morale e materiale e dalle piccole e grandi azioni eroiche. I bambini ed i ragazzi sono i testimoni degli orrori della guerra. Sono i ragazzini che abitano in un caseggiato popolare che dopo la guerra ricorderanno i fatti di crudeltà subita. Tuttavia sono anche coloro che vivono la guerra e sono solidali non solo con i genitori, ma anche con i militari che combattono per liberare lo Stato dall’oppressione dei nazisti. La guerra fa scomparire – ha detto Pierre Sorlin - gli ideali dei ragazzi perché in loro subentra il “passaggio dall’eroico all’infantile”. È la morte il filo conduttore nella narrazione. I bambini diventano avvezzi alla lotta, alle armi ed alle astuzie di guerra; conoscono presto la sofferenza. Anna Magnani interpreta la madre coraggio che racconta attraverso i diversi piani narrativi la maturità precoce che i bambini raggiungono. Lo si vede dai dialoghi, dalla mescolanza dei generi e dalla pluralità dei soggetti che vanno a comporre la sequenza o l’immagine. Allora troviamo Don Morosini, mentre parla con i militari e i nazisti, però accanto a lui c’è un bambino che apprendere, passivamente, dalle parole scambiate con i militari (probabilmente senza neanche carpirne il significato) il senso della vita.





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Carlo Gesualdo tra tradizione e teatro

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