IN FUGA di Alice Munro, traduzione di Susanna Basso. Einaudi 2005, pp. 315, € 18 a cura di Giuseppe Russo
Se è vero, come sembra, che non ha molto senso parlare di una letteratura “al femminile” né in termini di categorie interpretative né come manifestazione circostanziata di problemi di gender, è però anche vero che ormai da un bel po’ di tempo ci troviamo ad assistere ad un’impressionante avanzata di scrittrici che ciascuna a suo modo, spesso all’interno delle singole tradizioni nazionali e comunque secondo tecniche e moduli espressivi propri stanno oggettivamente lasciandosi dietro le spalle, e a distanza crescente, i principali maschi superstiti. Si rifletta su queste cifre: negli ultimi quindici anni sono stati assegnati quattro premi Nobel per la Letteratura a donne; nei precedenti novanta le autrici “coronate” erano state sei in totale! Ovviamente il fenomeno riguarda molto più il mondo occidentale che altri continenti e può essere parzialmente inquadrato nei processi di emancipazione femminile che hanno vissuto una forte accelerazione a partire dagli anni Sessanta; ma è anche vero che il numero di donne che si dedicavano in maniera professionale alla letteratura risultava discreto già alla fine del XIX secolo, almeno in Europa e in Nordamerica, sebbene entro confini ancora molto delimitati. Dunque deve essere accaduto qualcosa in più, negli ultimi decenni: non tanto un parziale passaggio di redini più o meno consensuale e cerimonioso quanto un rabbioso prendersele punto e basta. La verifica del merito di questo rovesciamento è ancora in atto ed è ovviamente da valutarsi caso per caso, ma certo un forte cambiamento è in corso. E indietro non si torna, né avrebbe senso anche solo pensarci. I ruiniani si rassegnino.
Alice Munro rappresenta semplicemente una punta di diamante di questa avanzata, e forse non è neanche giusto sovraccaricare questa settantacinquenne canadese di provincia di eccessive responsabilità. La sua vicenda biografica è sufficientemente nota per poterla omettere. La sua attività di scrittura sta per festeggiare i cinquant’anni, visto che i primi racconti, poi confluiti nella raccolta Dance of the Happy Shades, furono pubblicati su singole riviste a partire dal 1957. La decisione di adottare nel mondo letterario il cognome del primo marito dal quale aveva divorziato poco prima di raggiungere la notorietà, nel 1973 può essere considerata un esempio di una certa “utilizzabilità del maschio” che caratterizza il suo universo di valori (ma è il caso di ricordare che Alice Munro è anche il nome di una delle controprotagoniste femminili de L’ultimo dei Mohicani di Fenimore Cooper). La lista dei premi vinti si è ormai dilatata al punto che nessun editore è disposto a stamparla integralmente sui risvolti di copertina. Molti autorevoli studiosi la annoverano tra gli esponenti cruciali della letteratura contemporanea, tra quei nomi dei quali è necessario occuparsi; in Italia lo fanno anzitutto Pietro Citati e Oriana Palusci. Citati in particolare tende a porre la Munro nel solco di quella tradizione della short story alla Henry James, ricca di articolazioni interne e di contrappunti psicologici ma mai totalmente spiegata, mai completamente chiara, anzi felicemente condannata ad una comprensione solo parziale. In effetti in ciascuna delle sue narrazioni le zone d’ombra, gli angoli che resistono al rullo compressore del senso, creano un disegno interno il cui alone di mistero contribuisce in maniera determinante al meccanismo fascinatorio.
Ma ci sono altri elementi utili all’inquadramento dell’autrice. Tra quelli che andrebbero analizzati ulteriormente (a parte alcune questioni tecniche, come la frammentazione della dimensione temporale in sezioni alternate secondo una linea sinusoidale che ricorda non poco la struttura ad incastro del connazionale Atom Egoyan), c’è una rilevante energia che potremmo definire flaubertiana. Le donne della Munro, in massima parte, sono delle specialiste nell’andare avanti nonostante le delusioni e le disillusioni, nonostante il frastagliarsi delle sponde di umanità che incontrano lungo il proprio itinerario biografico, nonostante il bilancio mai in pari con se stesse e con le proprie aspirazioni giovanili. Con una forzatura esegetica le si potrebbe forse far rientrare ancora nell’orizzonte del «ma potrai trovarci ancora qui» della canzone di Enrico Ruggeri (e comunque non tutte), ma certo senza alcuna retorica da casalinghe. Non ritornano alle proprie faccende per uno stupido senso di responsabilità borghese ma perché accettano la sfida quotidiana del continuare a vivere nonostante tutto, e la considerano implicitamente anche più drammatica sicuramente più difficile e onerosa della soluzione drastica alla Anna Karenina.
In una raccolta precedente (The Love of a Good Woman, tit. ital. Il sogno di mia madre, Einaudi 2000), il narratore onnisciente afferma, di alcuni personaggi ancora giovani: «Semplicemente non avevano capito che il tempo sarebbe passato e che di loro sarebbe rimasto qualcosa di meno, anziché di più, di quel che c’era allora». Ecco, Alice Munro dedica gran parte dei propri sforzi d’autrice ad illustrare come gli esseri umani che intuiscano o meno quello scarto (dal quale dipende molto l’ossessione della temporalità) decidono di andare avanti comunque. Con maggiore o minore convinzione, con ridotta o immutata vitalità, ma proseguono lungo il proprio cammino: sia che si fermino talvolta a misurare la differenza esistenziale accumulata, sia che cerchino di esorcizzarla e di tenerla lontana. L’esame dell’inesauribile oltranza dei comportamenti umani è considerabile un fattore di flaubertismo; prima della metà dell’Ottocento, quando il creatore di Emma Bovary (paradossalmente uno dei più grandi dispregiatori delle donne) e della coppia testarda fino alla cecità Bouvard & Pecuchet la incluse nella sua esplorazione del “sublime basso”, non faceva parte degli ingredienti principali delle più comuni ricette letterarie.
Questo ci porta a Runaway: Stories, edito nel 2004 in lingua originale e da pochi mesi tradotto da Einaudi col titolo In fuga. Nei racconti della Munro degli anni Novanta, infatti, proprio questo elemento aveva conosciuto una certa riduzione di peso e di rilevanza, a favore dell’irruzione di fattori fino a quel momento latenti come il soprannaturale e il revivalistico (soprattutto riguardo ex ragazze del ’68 e le loro metamorfosi nell’età della CNN e di Hillary Clinton). Ora è stato reintegrato in perfetta armonia con gli altri, il che ha permesso all’autrice di realizzare, non solo alcune narrazioni tipiche della sua scrittura (come Poteri, dove l’oltranza è centrale, o Scherzi del destino, dove ritorna in parte l’ambientazione ospedaliera nella quale la Munro ha collocato in passato altri racconti che sviluppano parte dell’eterno confronto con la madre, morta di Parkinson), ma anche un paio di strutture innovative. Per la prima volta, infatti, troviamo una sorta di trittico narrativo con una protagonista unica, Juliet, che oscilla tra due o tre generazioni nella faticosa ricerca di un proprio posto su questa terra, e che solo dopo un lungo e travagliato processo di accettazione dei propri limiti di figlia e di madre (esito anch’esso di una concezione oltranzistica della vita) riesce forse a trovarlo. L’ultimo di questi tre segmenti diegetici, probabilmente intitolato Silenzio anche per un ideale collegamento al Tystnaden di Bergman, è un tipico caso di “racconto perfetto” nell’accezione che Borges utilizzò più volte nei suoi testi (non a caso, è perfettamente isolabile dal trittico senza pregiudicarne la comprensione). Ma è la prima volta anche di una sceneggiatura cinematografica abbastanza palese, come quella del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta. David Lynch non avrebbe particolare problemi a realizzarla, e quella capra misteriosa ma ricca di carica simbolica che svolge la funzione di “punto di svolta” per mezzo dell’irruzione del soprannaturale (cui fa seguito, ancora una volta, il ritorno al tenace grigiore quotidiano dei personaggi), meriterebbe di entrare a far parte della galleria di nani, giganti ed animali fantastici della cinematografia di questo genere.
C’è motivo di continuare ad aspettarsi delle sorprese da Alice Munro: nessun colpo di scena, verosimilmente, poiché non è il tipo, ma ulteriori tessere piazzate nel mosaico enigmatico della femminilità contemporanea. Forse un giorno capiremo di più, forse un giorno ci risulterà più chiaro il tutto e più evidente la sua grandezza di autrice. O forse non diverrà mai abbastanza comprensibile il disegno sullo sfondo, mai realmente afferrabile la linea del senso, e magari sarà meglio così.