LA MONTAGNA DELL’ANIMA di Gao Xingjian. Rizzoli 2006, pp. 645, € 8,50 a cura di Giuseppe Russo
Da tempo sembra decisamente tornata di moda nella narrativa internazionale la suggestione del viaggio come framework, o almeno come sfondo. In parte si tratta di un fenomeno facilmente comprensibile: la globalizzazione annulla le distanze tra i popoli e tra gli individui in maniera brutale, senza un’opportuna fase preparatoria che permetta di apprezzare sia i tessuti connettivi che unificano (o che almeno istigano al dialogo), sia i fattori diversificatori o le dissolvenze che riempiono le aree grigie. Non avendo più molto senso l’accezione ulissica del viaggio (l’impresa, ossia la scoperta dell’inesplorato congiunta alla sfida contro i limiti del già noto, visto che di inesplorato non c’è quasi più nulla e che le sfide postmoderne non si svolgono più sul terreno della conoscenza), ecco che esso si apre verso declinazioni diverse dell’itinerare: quella della ricerca tardo-parsifalesca del senso in Orienti stilizzati e presunti come salvifici (Nerval, Hesse), quella del vagabondare esteriore ancora basato sull’illusoria immutabilità della geografia fisica e delle gerarchie tra civiltà (il Voyage au Congo di Gide), quella del rimbalzare allegramente tra culture abbandonando la logica dell’egemonia (l’Omeros di Walcott), quella dell’osservazione diretta con sviluppo e diffusione di soggettive per riempire gli interstizi provocati dalla scarsa conoscenza che l’Occidente ha del resto del mondo (Stasiuk, Naipaul).
La montagna dell’anima (tit. orig. Lingshan, pubblicato nel 1990) del cinese Gao Xingjian, premio Nobel per la letteratura nell’anno giubilare 2000 e solo a partire da allora tradotto in Italia, contiene ed elabora una variante sincretica di queste accezioni del viaggiare, e forse in questo modo finisce per elaborarne una più attuale. A cominciare dall’incertezza sulle identità del protagonista, che viceversa dovrebbe rappresentare una delle poche invariabili di qualsiasi itinerario reale, verosimile o fantastico: posso non sapere con esattezza dove vado, quale percorso farò e cosa io stia esattamente cercando; ma dovrei essere certo della mia identità come viaggiatore, quanto meno al momento della partenza. Non è così nel romanzo di Gao. Il protagonista principale si chiama “io”, ossia non ha un nome ma solo uno statuto da soggetto pensante, come una carta d’identità priva di generalità anagrafiche e di fotografia di riconoscimento, ma con la precisazione del sesso e del mestiere: scrittore (moderatamente) perseguitato dal regime di Pechino, come lo è stato l’autore fino a quando ha deciso di stabilirsi a Parigi, circa vent’anni fa. La parentesi intorno all’avverbio era necessaria poiché in realtà nemmeno la condizione di perseguitato è così precisa: nel suo girovagare, infatti, egli ascolta e riporta storie di uomini e di donne che hanno subìto molto più di lui, durante gli anni della rivoluzione culturale, al punto che già il suo essere ancora vivo e parzialmente tollerato lo trasforma in un individuo che si lamenta più del dovuto. “Io” sta compiendo un lunghissimo quanto inutile giro nella Cina meridionale alla ricerca di Lingshan, un semileggendario monte in grado di far riposare la coscienza al di là delle tribolazioni del vivere quotidiano e secondo una prospettiva anch’essa sincretica perché debitrice in parte della teoria buddhista sull’evasione per stadî della prigione della materia, in parte di quella taoista sulla riconciliazione degli opposti tramite la meditazione progressiva.
Ma il viaggio si trasforma un po’ per volta in una spossante esplorazione della memoria della propria infanzia, come sempre alimentata dall’illusione che a tale età dovesse corrispondere una stagione di felicità autentica e pura (qui la ricerca non è però di tipo proustiano, in quanto costantemente, perfino eccessivamente, rivolta verso il mondo esterno, assetato com’è il protagonista di contatti con gli altri). E poiché “io” è un uomo di cultura, la sua traversata non può fare a meno di contenere anche un’interminabile serie di sopralluoghi sui posti che rappresentano simbolicamente le tappe della civiltà di cui è figlio: monasteri buddhisti, templi taoisti, eremi Qing e Tiantai, visitati nella vana ricerca di un antidoto al proprio malessere, di una qualche formula magica in grado di trapiantare nella sua anima quella pace suprema di cui parlano i testi scritti dalle generazioni di esponenti delle diverse religioni tradizionali cinesi.
Insomma “io” cerca troppe cose e tutte troppo elevate, come d’altronde è legittimo aspettarsi da qualsiasi “io” maturo, cartesiano o sinotibetano che sia. Quale strada può sperare di seguire, in un itinerario così ambizioso? Ogni tanto sembra prendersi in giro da solo, nel tentare di rispondere a questa domanda: «dipende dal pensiero; se la mente intravede una strada, allora esiste ed è quella giusta» (p. 611). Ma ”io” sa benissimo che non è così, che non è mai stato così, e che il suo percorso nei luoghi sacri della religiosità patria è un falso pellegrinaggio proprio come quello nella memoria è una falsa recherche. Nulla di ciò che l’“io” del romanzo cerca si trova in qualche posto, esattamente come il Lingshan non fa parte di alcuna catena montuosa. Ma questa intuizione non lo soddisfa, e poiché “io” è pur sempre uno scrittore ed è chiaramente affetto da ipertrofia, il suo bisogno di elaborazione produce una serie di “tu” protagonisti di storie parallele alla sua, che in realtà sono altrettante gemmazioni del soggetto in viaggio: ne isolano singoli aspetti, li emancipano dagli altri e li estremizzano. Questa nozione del “tu” che nasce dall’“io” in termini di storia della cultura, proveniente dal Tao Tê Ching e poi complicatasi nella cosmogonia articolata del Lieh-Tzu diviene così la materia principale del romanzo, e pone La montagna dell’anima tra le più interessanti realizzazioni di quella letteratura contemporanea che tenta disperatamente di proseguire la riflessione sulla soggettività, superando anche i confini tra civiltà occidentali ed orientali nella tenace speranza che ancora sopravviva qualcosa come la soggettività umana, che non sia ormai svilita in fossile culturale come i monasteri visitati da “io” durante le sue esplorazioni, né ridotta a semplice provincia dell’anima come il Lingshan sul quale il protagonista non può ascendere perché è pura astrazione.