«Avrò caro d’intendere il parer di Vostra Signoria illustrissima e de gli altri, e me ne farà favore singolarissimo. [...] La narrazione, se piacerà a Vostra Signoria e al signor Barga, cominciarà in questo modo: Già il sesto anno volgea che ‘l grand’Urbano...», così scriveva Torquato Tasso nel 1575 al mantovano Scipione Gonzaga, corredando la sua lettera con dei versi che avrebbero dovuto costituire la prima ottava della sua Gerusalemme, Poema col quale intendeva celebrare le gesta dell’esercito cristiano nel corso della Prima Crociata, impresa che il poeta credeva eroica e divinamente ispirata.
Una richiesta di aiuto intellettuale e formale, dunque; testimonianza della disponibilità al confronto ed allo scambio di idee dell’illustre poeta, che, ben consapevole dell’ardua impresa alla quale si era votato, si rivolse con assiduità al Gonzaga e ad altri insigni studiosi, alla ricerca di quella perfezione che il suo nobile intento gli faceva desiderare. Come è ben noto, infatti, la stesura della Gerusalemme non fu lineare e monolitica, ma fu oggetto di continui ripensamenti e interventi in itinere da parte dell’autore; ripensamenti che ben rispecchiano la sua personalità poliedrica e tormentata.
«Vostra Signoria mi faccia favore di scrivermi se piace questa, o più particolarmente in qual altro modo la desiderano», concludeva Tasso nella lettera. I versi in questione non vennero inseriti nelle edizioni a stampa del Poema; evidentemente la risposta che pervenne al poeta fu negativa, forse l’ottava fu oggetto di altre e più approfondite discussioni fra gli studiosi. Si può immaginare ciò che si vuole, quello che resta è il fascino di un dibattito intellettuale del quale non ci è dato conoscere i termini.
Oggi, a distanza di quattro secoli, quella stessa ottava, con tutte le evidenti valenze di un nucleo germinativo quasi un manifesto programmatico ci viene restituita autografa in virtù dell’eccezionale ritrovamento di una cartellina recante l’intestazione Sonetto e Madrigali Torquato Tasso, conservata in una biblioteca privata, in seguito acquistata da Licio Gelli ad un’asta di Christie’s, e da questi donata all’Archivio di Stato di Pistoia, dove tuttora si trova.
Versi sepolti, abbandonati all’oblio, dunque, che miracolosamente hanno rivisto la luce grazie al paziente lavoro della professoressa Matilde Tortora, che ha esaminato le due facciate del prezioso manoscritto, ed ha pubblicato il resoconto dei suoi studi presso la casa editrice La Mongolfiera, nella collana Gli ori, da lei stessa diretta, in un libro dal titolo Manoscritti inediti di Torquato Tasso.
Il foglio, vergato da entrambi i lati dalle mani del poeta, contiene sul recto il sonetto Alla figlia di Carlo, augusta madre con cancellazioni e varianti, sul retro alcune righe che riportano appunti sul tema dei sogni, due frasi in latino estratte dalla Poetica di Aristotele, e soprattutto l’ottava poi espunta dall’edizione definitiva della Gerusalemme, anch’essa accompagnata da cancellazioni e varianti.
Alla presentazione del libro, avvenuta a Sorrento nel marzo scorso in occasione del IX Seminario Tassiano organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini la professoressa Tortora ha illustrato le fasi del suo lavoro, e gli eminenti studiosi tassiani che erano presenti e partecipavano a detto Seminario hanno concordemente rilevato l’eccezionalità del ritrovamento, l’approfondito studio e l’analitica indagine, condotta dalla studiosa Tortora per questo eccezionale inedito, per cui ella ha messo a confronto altri studi e i testi definitivi. Certo è che questo reperto autografo tassiano, infine restituito, vivida prova del fervido laboratorio di scrittura del nostro grande poeta epico, apre un’ulteriore riflessione sulla Gerusalemme Liberata.