Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Luglio 2010 Anno IX
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MUSICA
“Caleidoscopio – Profumi, suoni, sapori, colori allo specchio”, Edisud Salerno, di Maria Proja de Santis
a cura di Gian Piero Testa


L’11 Dicembre 2009, presso la Biblioteca del Conservatorio “G. Verdi” di Milano, con la presenza vivamente partecipe di docenti del Conservatorio, di Università, di Scuole superiori e di artisti è stato presentato il saggio interdisciplinare “Caleidoscopio” di Maria Proja de Santis.

Il piccolo ma denso saggio in forma di trittico di Maria Proja de Santis meriterebbe, forse, un presentatore più illustre di me; ma sono contento che mi sia stato proposto di presentare “Caleidoscopio”, perché da antico collega di insegnamento e soprattutto da amico, ho seguito in qualche misura la gestazione dell’opera dell’autrice, che è persona affabile e confidente con gli amici; mentre io sono un buon ascoltatore, pur senza le capacità del buon consigliere.
Di suggerimenti nei suoi campi, che sa dominare con invidiabile sicurezza, Mariolina non ha di certo bisogno, e men che meno da me.
Io certamente lo sapevo che doveva nascere qualche cosa di interessante; ma due esiti non mi aspettavo: il primo, che uscisse molto più interessante di ogni ragionevole attesa; il secondo, che potesse essere presentata in una sede augusta come questa.

E allora eccomi qua, per una promessa fatta quando ancora la creatura aveva da vedere la luce.
Quando poi ho avuto tra le mani il saggio, ben stampato e con la bella copertina di Brigitte Capou, mi sono reso conto della mia difficoltà, ma soprattutto ho capito che la mia presentazione sarebbe stata superflua: nel volumetto, infatti, c’è una prefazione, quella sì illustre, del prof. Bruno Gallotta, che coglie in una sintesi a mio parere perfetta il senso dello sforzo dell’Autrice.
Per inciso, del prof. Gallotta sto leggendo, e ringrazio lui che l’ha scritto e Mariolina che me l’ha fatto conoscere, uno splendido saggio: il suo Manuale di poesia e musica, che mi riporta, per la sua forza disvelatrice, agli anni belli e lontani in cui, qui all’Università di Milano, il prof. Mario Fubini iniziava al nesso fecondo tra metrica e poesia noi studentelli ancora convinti del contrario.
Allora, dal canto mio mi limiterò a dire qualcosa di Mariolina, come testimone della sua raffinata e consapevole passione per tutte le arti belle, e aggiungerò poi alcune considerazioni che non so bene se qui risulteranno banali oppure temerarie. Per le quali mi appello sin d’ora o alla pazienza o alla indulgenza di chi mi ascolta.
Dell’autrice posso attestare che la musica la danza la pittura la drammatica la poesia sono la sua principale ragione di vita (con gli affetti familiari e il gatto Gipsy, naturalmente) e che la maggioranza delle Muse la frequenta non solo là dove abita a Milano, ma la segue anche nel suo buen retiro nei pressi di Como, a poche porte dalla mia, e si adattano allora a soggiornare in un piccolo, ma ovviamente graziosissimo appartamentino. Lo fanno, le Muse, perché sanno che per loro non c’è amica migliore di Mariolina, la quale con passione, finezza, perspicacia e memoria (era pur la madre loro, la signora Mnemosine) le accoglie e le fa colloquiare l’una con l’altra, e da quei colloqui distilla materia e forma per i suoi saggi e le sue creazioni.

E così, colloquiando incessantemente negli anni, con tutte o quasi tutte le Muse, Mariolina ha contratto sino al massimo grado il senso delle corrispondenze sensoriali, la Sinestesia, che è la grande protagonista di “Caleidoscopio”, il bel saggio che vi sto proponendo di conoscere.
Da testimone diretto di quello che la seduce, posso dire che si tratta di un saggio “inevitabile”, per lei. Prima o poi lo doveva scrivere; e oso prevedere che prima o poi lo riscriverà assai più ampio, perché molti materiali e molte riflessioni stanno ancora nei suoi cassetti e nella sua penna.
E adesso occorre che sveltamente dica una cosa di me. Le mie personali esperienze si sono dipanate assai di più con i “molti” che con i “pochi”; e quel poco che ho fatto nella vita è stato quasi per intero dedicato ai “molti” (ma talora, in antitesi, esclusivamente a me stesso) e nient’affatto ai “pochi”.
E dunque so bene che ai “molti” un saggio come questo di Mariolina potrebbe sembrare una sorta di divagazione iperuranica, un’astrazione dal reale per compiacere qualche raro cultore di raffinatezze.
E anche so che, una volta uscita da un luogo augusto come questo, la parola-chiave del trittico, “sinestesia”, con quella sua colta radice greca non entra agevolmente nell’uso quotidiano.
Eppure non c’è nulla di più reale e universale della sinestesia, non c’è cosa di più aderente alla nostra stessa vita, all’esistere, anche comune, di ciascuno. E dunque non c’è discorso più realistico di quello che riesca ad esprimerla compiutamente.

Il fatto è che non c’è discorso razionale, non c’è enunciazione prosastica, non c’è colloquio quotidiano, anche affettivamente intenso, che sappia esprimere, riproducendole o sublimandole, le sintestesie, che pur tuttavia in ogni istante viviamo dentro di noi, a qualunque cosa attendiamo.
Ma è solo per via d’arte, per via poetica cioè, che la nostra realtà sensoriale può esprimersi in compiutezza, sia che la vogliamo contemplare, sia che la vogliamo assumere per guida, alla scoperta di ciò che noi siamo nella nostra interezza.
La nostra cultura, sia la classica, con il suo frammentare l’unità del mondo in categorie, sia la cristiana, con le sue ansie spirituali e morali, ha tentato a lungo di regolare i sensi col tenerli tra di loro separati, e ha assegnato a ciascuno i propri ambiti di esercizio, il proprio posto nelle scale dei valori, i propri statuti espressivi.
Inutile sforzo, perché gli artisti e i poeti, e i grandi mistici, ai cui sguardi sempre nuovi ogni cosa è sempre al suo principio, hanno incessantemente travalicato barriere e regole, facendosi “sinestetici” prima ancora che la “sinestesia” avesse un nome e magari un programma.
Io credo che sia questa la ragione per cui, quanti più sensi ritroviamo in un’opera delle arti, tanto più ci sentiamo compensati della incompletezza di cui soffriamo nel nostro esistere.
Lo sprezzo per la naturalità e per la barbarie da un lato, il terrore del peccato dall’altro hanno indotto come una forma di disintegrazione sensoriale nell’uomo pratico, che le arti conducono a ricomposizione, non potendo, loro, eludere le sorgenti profonde e primigenie del nostro esistere e del nostro comunicare, quali appunto sono i sensi, nessuno escluso.

Ci troviamo, però, di fronte a un esito che direi paradossale. Sono infatti i “molti”, vale a dire coloro che ufficialmente sono più sospettati di dipendenza dai sensi, quelli che meno intendono la realtà della sinestesia, e che più sembrano impacciati o disinteressati al suo riconoscimento nelle opere artistiche: le uniche, invece, capaci di realizzare questa mimesi; e il riconoscimento è purtroppo sempre più circoscritto alle facoltà dei “pochi”.
Ma Maria Proja de Santis con il suo trittico va appunto a scovare e a mostrarci, da un senso all’altro, da un’arte all’altra, da un’epoca all’altra, la costante presenza della sinestesia. Si pensi quanto spazio “sociale” si aprirebbe alle sue ricerche, se i “molti” riscoprissero il desiderio di essere “interi”. Anche in questo “senso” io credo che l’opera rivesta una particolare importanza.
Ci fu un poeta neogreco, Odysseas Elytis, che io amo e che ho anche un poco coltivato, il quale non esitò a parlare di una “santità dei sensi”.
Il fatto che nella loro unità e simultaneità i sensi siano stati in sospetto ai chierici dell’ occidente classico e cristiano, egli lo considerava una chiusura delle porte di un paradiso nel quale si vive la piena integrità dell’uomo, che nello stesso tempo è spirituale e sensoriale.
Per questo ricusava la lettura occidentale della civiltà greca, per questo amava Matisse e Picasso, per questo aveva adottato per una sua personale religione un simbolo marino: un tridente intrecciato a un delfino.
Egli vedeva nel mare un simbolo perfetto della sinestesia, vale a dire del mondo santo dei sensi dai quali solamente si può ascendere all’anima: i suoi infiniti ritmi musicali, le sue infinite tavolozze cromatiche, il contatto erotico del corpo con le sue profondità, le sue sabbie, i suoi venti, i suoi mille profumi, le forme e i sapori delle sue creature.

Simbolo assoluto di un ritorno alle ἀρχές dell’uomo, all’integrità primigenia, da riconquistare per le misteriose vie della poesia in un nuovo e pur antichissimo paradiso.
Scelgo, tra le tante che mi si affollano, due frasi di Elytis.
Una, sul suo anelito alla completezza: “Mi affascina obbedire a colui che non conosco, e cioè a me stesso nel mio intero, non a quel tale dimezzato che va su e giù per le strade e che all’anagrafe comunale risulta iscritto nelle liste dei maschi”.
L’altra, sulla potenza della sinestesia, che conduce alla consapevolezza e all’anima individuale e collettiva: “ Devi saper prendere il mare attraverso l’odore perché ti consegni il vascello e perché il vascello ti consegni la Gorgona e la Gorgona ti consegni Alessandro Magno e tutte le tribolazioni della grecità”
A ricordarmi del “mio” Elytis è stato “Caleidoscopio”, questo libro sulle sinestesie.

“Caleidoscopio” non è un μέγα βιβλίον, ma quanto grandi spazi è capace di aprirci !
Quanta pregnanza dentro un’apparente aggraziata levità, che consente di muoversi agilmente in quella che ci sembra, alla prima lettura, una ragnatela di digressioni, dalla quale l’autrice – ci accorgiamo poi - non viene affatto catturata, perché è lei che cattura, dentro le insidie, un enorme bottino di insospettate sinestesie nel tempo e negli spazi.
Alla fine della lettura ci accorgiamo di avere compiuto, attraverso il minuscolo libro, un grande viaggio.
Che abbiamo visitato con occhi nuovi luoghi che credevamo di conoscere come fossero compiutamente nostri.
Che abbiamo gettato sguardi verso spazi remoti e ignoti.
Che ci resta un grande desiderio di andare avanti nel viaggio, con in tasca un magico caleidoscopio per passaporto.


Gian Piero Testa, nato a Novara ma comasco di adozione, vive a Guanzate.
Si è laureato con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi di Storia Medievale.
Ha insegnato come docente di ruolo negli Istituti Superiori di Como.
Coltiva da diversi anni lo studio della poesia neogreca e ha tradotto alcune centinaia di liriche di celebri autori musicate dai maggiori compositori contemporanei, reperibili sul sito www.stixoi.info Collabora alla sezione greca del sito www.antiwarsongs.org


Nota di Alearco Ambrosi, compositore e docente universitario
Parlare di Maria Proja de Santis, per me che la conosco da tanto tempo, dovrebbe essere facile, ma non è così. Abbiamo lavorato insieme per ODOS, su commissione del Teatro dell’Opera di Roma, stiamo lavorando tuttora insieme. Nelle nostre conversazioni ci concentriamo soprattutto lei per i testi, io per la musica.
Ma il suo eclettico mondo culturale mi riserva spesso delle sorprese: ad esempio, una particolarità che mi ha colpito nel suo saggio critico “Caleidoscopio” è la spiritualità da lei raggiunta ed espressa.
Il libro è una ricerca meditata, elaborata, che attraversa i percorsi dell’arte, dell’intelligenza, della cultura e della bellezza intesa nell’accezione letterararia di Dostojevskj, spesso citata, secondo cui: “Sola la bellezza salverà il mondo”.
Maria Proja de Santis insegue naturalmente la Musica in uno stato di felicità creativa, con il suo magico e spesso misterioso caleidoscopio di colori, profumi, voci e silenzi.





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Carlo Gesualdo tra tradizione e teatro

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