RIPENSANDOCI OGGI... LA MUSICA DEL 1977 a cura di Giuseppe Russo
Nell’ambito della vasta speculazione editoriale e giornalistica in corso per la celebrazione del trentennale di quel fatidico momento in cui come mai più sarebbe accaduto in seguito l’Italia apparve all’avanguardia di quasi tutte le articolazioni vitali della società, proviamo a svolgere una breve e circostanziata riflessione su un aspetto che in tanti studî dedicati a questo argomento viene considerato solo a margine, mentre marginale non lo fu per niente. Ci sono ovviamente delle ragioni di facile intuibilità, per spiegare la scarsa attenzione su questo tema da parte di quelli che allora erano “giovani animati da passione civile e politica” e poi sono diventati nei casi più illustri, e non sempre meritatamente scrittori, analisti o docenti universitari. Approfondendo in maniera storico-critica l’argomento, infatti, si scoprirebbe una certa miopia, una notevole (e alquanto snobbistica) incapacità nel comprendere la straordinaria vivacità musicale di quell’anno così decisivo, ma non solo: ci si troverebbe anche costretti a rivedere in parte la collocazione del nostro paese nell’ambito dei fermenti culturali dell’epoca e a rassegnarsi a spostarla nel solito angolo provinciale al quale siamo sostanzialmente destinati.
Ma veniamo subito al cuore della faccenda. Dire «1977» nel mondo della musica significa dire allo stesso tempo: avvento dell’elettronica sia in sala di incisione che on stage, introduzione di nuovi strumenti (soprattutto fra le tastiere) e di originali effetti a pedale per chitarre elettriche, complicazione e ripiegamento del progressive, repentina affermazione su scala planetaria del punk, conseguente snellimento per estrusione dell’hard rock, arricchimento dell’ossatura di tutte le forme pop per innesto di fattori contaminanti provenienti da altri generi, esplosione incontrastata della disco music e del funky, diffusione massiccia e non arginabile di tutte queste tendenze grazie a quello straordinario fenomeno sociale che fu rappresentato dalle radio libere. E questo solo per limitarci all’essenziale. Ma fino a che punto l’Italia ha svolto un ruolo in questo mondo in vorticoso mutamento?
Nel paese dell’autonomismo militante e dei movimenti studenteschi iperattivi, di “Lotta continua” e degli indiani metropolitani, il festival di Sanremo 1977 fu vinto dagli Homo Sapiens con l’innocua e democristiana Bella da morire. Le principali emittenti radiofoniche non controllate dedicavano quasi più spazio ai dibattiti che alla musica, sebbene ai giovani interessasse già allora più la musica che il dibattito. E mentre per limitarci ad un primo esempio rilevante Brian Eno scalava le classifiche internazionali con un’operazione complessa quale Before and After Science, dalle antenne della pur gloriosissima Radio Alice si ascoltavano quelle canzoncine di protesta piccolo-borghese che ripetevano strofe piuttosto risibili del tipo:
«L’ultimo mohicano / sampietrino in mano / m’ha lasciato qui».
Altri ricordi esemplari sarebbero facilmente elencabili, ma limitiamoci a quello di Enrico Franceschini che, nel suo recentissimo Avevo vent’anni (Feltrinelli 2007, lavoro vagamente autocritico), ricorda soltanto «le notti interminabili fra spinelli e chitarre, Inti Illimani e De Gregori», senza mostrare particolari facoltà di distinzione dei valori musicali e mettendo al contrario un po’ tutto sullo stesso piano, in un minestrone di scrittura tipico delle operazioni-nostalgia che non servono a molto. Insomma, è esistito in quel cruciale 1977 un forte gap di comprensione fra l’avanguardia intellettuale della protesta organizzata e la straordinaria dinamicità dei fenomeni musicali in atto[i], e questo scarto ad ormai trent’anni di distanza dai fatti può senz’altro essere individuato come un difetto nell’ipotetica costruzione di una leadership per l’intera cultura giovanile italiana del tempo.
Ma elenchiamo alcune delle cose accadute in quell’anno, ovviamente con riferimento al panorama internazionale. Proviamo ad immaginare due estremi opposti: quello delle spensieratezza assoluta ma attenta al nucleo melodico, e quello della rabbia cieca e del tutto indifferente alle forme consolidate della canzone popolare. Come dire: ad un estremo Rumours dei Fleetwood Mac, all’altro i Clash e i Sex Pistols. Tra questi due equinozî ideali avviene di tutto: dalle raffinatezze stilistiche della Joni Mitchell di Don Juan’s Reckless Daughter ai virtuosismi impareggiabili di Eric Clapton in Slowhand (che ancora oggi fanno impazzire qualsiasi chitarrista cerchi di potenziare la mobilità delle dita su una Fender Stratocaster); dalla ritmica liberatoria della coppia basso-batteria di classici funky come Disco Inferno alla polverizzazione delle strutture lineari in Animals dei Pink Floyd, la cui celebre copertina può essere facilmente messa in relazione col titolo del libro più venduto in quell’anno: Porci con le ali di Lidia Ravera.
Inoltre vanno ricordate le applicazioni delle nuove trovate tecnologiche affidate a mani particolarmente abili nell’utilizzarle. Si pensi alla dilatazione operativa dei primi sintetizzatori totalmente integrati nel cosiddetto “rock sinfonico” dei Genesis in Wind and Wuthering (mi riferisco soprattutto ad Unquiet Slumbers for the Sleepers) o degli Yes di Going For The One (nonostante Rick Wakeman si fosse ormai avviato verso la sua carriera da solista). Oppure alla moltiplicazione di effetti riempitivi tipo flangers e phasers per chitarre elettriche[ii], o anche all’apporto determinante di Brian Eno nell’elaborazione del visionarismo berlinese del David Bowie di Low e di Heroes, entrambi datati 1977. Ed infine occorre menzionare le operazioni di contaminazione fra generi diversi, che arricchirono di molto determinate soluzioni che avevano ormai raggiunto una certa anzianità: basti ricordare le ipotrofie melodiche di matrice mozartiana di Kate Bush (probabilmente la voce più memorabile di quell’anno) oppure la gemmazione di pezzi da bossa nova (Fair Game, ma anche la stessa Dark Star) nell’album detto “della barca” di Crosby, Stills & Nash. Ma anche il nichilismo nelle esibizioni live dei Clash o dei Ramones può essere interpretato come un modo per ravvivare quel fuoco iconoclasta acceso dieci anni prima dagli Who e che sembrava essersi spento da tempo, a favore dei falò da spiaggia notturna di mezza estate.
Andrebbe poi valutato con strumenti sociologici adeguati (alla Baudrillard, per intenderci) il rapporto che è intercorso fra il primato del fattore musicale corroborato dal ruolo svolto dalle radio libere, ma non certo determinato unicamente da questo e la quasi totale assenza di immagini disponibili a supporto della costruzione di un immaginario significativo intorno a ciò che si ascoltava. Data l’esiguità di riviste dedicate al rock[iii] e la vergognosa modestia degli spazi televisivi dedicati alla musica leggera in tutte le sue declinazioni espressive, l’appassionato di qualsiasi genere, band o cantante operava molto di fantasia cosa che allora ebbe soprattutto dei risvolti positivi, e che oggi è totalmente impedita dal martellamento televisivo in perfetta simbiosi col mercato discografico.
Insomma, occorre il sgombrare il campo dall’equivoco secondo il quale, per parlare di un anno irripetibile nella storia di un paese come l’Italia (o almeno per trattarlo in modo da costituire un riferimento intergenerazionale), sarebbe necessario esibire il pedigree di militanza dell’epoca e magari la fedina penale imbrunita dal tempo o come più spesso è avvenuto dalle conversioni politiche. Chi andava a ballare sulla colonna sonora di Saturday Night Fever, o si radunava in gruppetti d’ascolto (magari anche con relativa canna circolante, però non ci si raccoglieva solo per quella ma semmai anche con quella) per capire fin dove fosse intenzionato ad arrivare Carlos Santana dopo Moonflower, o anche restava incantato davanti alle labbra imbronciate di Debbie Harry rese metafisiche dalle dimensioni di un poster parietale, non ha meno possibilità di contribuire con la propria testimonianza alla comprensione di ciò che il 1977 ha rappresentato.
Certo, è umanamente difficile resistere alla tentazione del “come eravamo”, dalla quale facilmente si può scivolare nell’autobiografismo oleografico. Ma per potersi permettere di emozionare anche gli altri e magari di raccontare seriamente un anno che ha assunto un valore epocale, secondo un classico procedimento memorialistico esteticamente dotato, del tipo:
«All alone in the moonlight I can dream of the old days Life was beautiful then...»
non basta chiamarsi Lucia Annunziata: bisogna essere Barbra Streisand!