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Resoconto
PASOLINI: «IL CORAGGIO DI GUARDARE IN FACCIA LA REALTA’»
In occasione del trentennale della morte di Pier Paolo Pasolini (1975-2005), l’8-9-10 novembre 2005, l’Università degli Studi del Molise, in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno, ha organizzato un Convegno di studi, a cui hanno partecipato molti studiosi delle opere del poeta. Le prime due sedute del Convegno si sono tenute a Campobasso; la giornata del 10, invece, svoltasi a Fisciano, nell’aula delle lauree della facoltà di ingegneria, ha offerto a studenti e docenti dell’Ateneo Salernitano ben 12 interventi. Hanno portato i saluti il preside della facoltà di Scienze della formazione, il prof. Luigi Reina, e l’organizzatore scientifico del Convegno, il prof. Giorgio Patrizi: il primo ha ritenuto necessario parlare di un ritorno di Pasolini, sottolineando come anche l’odierna generazione apprezzi i suoi scritti;il secondo ha illustrato il titolo del Convegno, «Pasolini dopo Pasolini», definendo il poeta un “corsaro depurato”, restituito alla realtà dei suoi testi.
La seduta antimeridiana è stata diretta dal prof. Sebastiano Martelli; ha presieduto quella pomeridiana il prof. Alberto Granese.
Ha iniziato il pubblicista Enzo Golino con “Pasolini:pedagogia, eros e letteratura”, soffermandosi sull’accezione dell’aggettivo “corsaro”, attribuito a Pasolini, visto come una sorta di giustiziere del popolo, capace di denunciare le violazioni che il suo pubblico, costituito da popolo e borghesia, subiva. La sua relazione, rapida ed incisiva, è apparsa come attraversata da una serie di tante linee, atte a disegnare e a indicare il percorso letterario di Pasolini. Ed ecco sentirlo puntualmente parlare del Riccetto, appartenente al sottoproletariato romano e protagonista del romanzo “RAGAZZI DI VITA”(1955), del comunismo populista e romantico che vi affiora, di Tommaso Puzzilli, protagonista dell’altro romanzo, “UNA VITA VIOLENTA”(1959), architrave dell’edificio concettuale pasoliniano; per poi sfiorare il paesaggio friulano di “IL SOGNO DI UNA COSA” (1962), in cui la «sagra» e l’«emigrazione» non si presentano soltanto come elementi primari del folklore popolano,ma, soprattutto, come colonne portanti dell’immaginario dello scrittore.
Senza omettere lo scandaloso romanzo, “ALI’ DAGLI OCCHI AZZURRI”(1965), di cui è protagonista una meretrice, che, come una vera e propria self-made woman, passa dall’analfabetismo all’alfabetizzazione. E poi ancora “TEOREMA”(1968),che, a suo avviso, assume le caratteristiche di una svolta decisiva, per il fatto che Pasolini, in modo palese, denuncia il benessere e gli squilibri sociali della sua epoca, fino ad arrivare al diario autobiografico, “AMADO MIO”(1982), al racconto a sfondo autobiografico, “ATTI IMPURI”(1982), e, infine, quasi a far toccare con mano l’aspetto mondano del luogo infantile del poeta, Casarsa, contenuto nell’invenzione toponomastica “ROMANZ”(1994).
Il secondo intervento , “PASOLINI E LA POLITICA CULTURALE DEL PC”, tenuto dal prof. Nicola D’Antuono, si è concentrato sul tema della «bandiera rossa», per la quale Pasolini ha caparbiamente combattuto: il partito comunista.
Così il prof., ben determinato, anche di fronte a non pochi dissensi, ha proposto una serie di spunti riguardanti le prese di posizioni su casi scandalosi a cui lo stesso Pasolini aveva partecipato, le quali mostravano il loro radicato atteggiamento sessuofobico.
Singolare, sin dal suo titolo interrogativo “PASOLINI POST-MODERNO?”, la relazione del prof. Antonio Pietropaoli, docente salernitano di letteratura italiana contemporanea, il quale ha evidenziato la mole impressionante di scritti pasoliniani. Partendo dalla «summa di tutte le esperienze, di tutte le memorie pasoliniane», cioè dal quarto romanzo “PETROLIO”, incompiuto e pubblicato postumo nel 1993, e arrivando alla raccolta di pura confessione, “POESIA IN FORMA DI ROSA”(1964), il relatore si pone una domanda:
«Pasolini è davvero un poeta post-moderno?».
A tale quesito risponde in modo esaustivo, ritenendo che l’intellettuale è un pre-moderno che anticipa il post-moderno e ciò si denota dal trauma dell’incomprensione in cui affiorano quasi tutte le sue opere e dal modo schizofrenico, barocco, di descrivere gli elementi corruttori della società: il “sesso” e il “potere”.
Segue, con la relazione “LETTERATURA, POESIA E ROMANZO”, Maurizio Debenedictis, che si sofferma sull’opera pasoliniana,”AMADO MIO”, scissa in due parti:”ATTI IMPURI” e “AMADO MIO”. In tale opera, egli precisa, esordisce un topos letterario tipico della poesia pasoliniana:lo sdoppiamento, ovvero l’identità che si frantuma in due persone. Tale elemento negativo comporta un allontanamento del poeta dagli altri, in quanto l’io assiste, da fuori, alla «festa» e solo occasionalmente può partecipare a questo evento. La «festa» è la metafora della gioia, ma essa diventa anche una sorta di colpa,perché Pasolini sente di corrompere l’innocenza dei suoi coetanei progettando dei flirt con essi. A questo senso di colpa e ad “AMADO MIO” si sostituisce il concetto della morte, intesa, questa, come fine della giovinezza, e subentra, l’opera esemplare,”LA MEGLIO GIOVENTU’”, scritta in una lingua fuori della storia, in una lingua festiva:il dialetto friulano. Se con “RAGAZZI DI VITA” e “UNA VITA VIOLENTA” Pasolini ottiene nuove conquiste linguistiche, improntate sulla differenza tra funzione espressiva della lingua e funzione comunicativa, l’unico testo realmente riuscito è, per Debenedictis, proprio il primo. Un ulteriore sviluppo,poi, Pasolini lo raggiunge con “POESIA IN FORMA DI ROSA”, in cui irrompe l’immagine del terzo mondo, che può sostituire la gente della festa, perché questa classe sociale è diventata una massa piccolo-borghese. E, se in una poesia raccolta in tale testo, “UNA DISPERATA VITALITA’”, proprio il cinema, l’unica ed autentica rappresentazione ed interpretazione della realtà,è diventata la lingua dello sdoppiamento, allora ne consegue che la realtà è un cinema in natura.
La prof.ssa Emma Grimaldi, docente di letteratura italiana, ritiene che il “CICLO DEI VINTI” verghiano sia il precedente poetico di Pasolini. In “UNA VITA VIOLENTA”, infatti, leggiamo della fuga di Tommaso, della sua cattura, della provenienza della sua famiglia , che sembrano far ricordare le imprese di “MASTRO DON GESUALDO” o di padron N’toni. Nell’ultimo capitolo dell’opera di Pasolini si legge che <<Tommasino entrò e nessuno, come sempre,lo vide>>: è il tentativo estremo di distinguersi dal branco, di diventare una persona importante. Questo salto di qualità diventa possibile in ospedale, ma ciò implica, come in “MASTRO DON GESUALDO”, un finale di morte. Non sono pochi nel romanzo, secondo la Grimaldi, i momenti in cui Pasolini si estranea in pensieri non suoi e finisce per parlare di sé e solo per sé.
Originale la relazione del prof. Epifanio Ajello, docente di letterature comparate, che, partendo da due testi apparentemente lontani, come “VERSO LA CUNA DEL MONDO”(1917) di Gozzano e “L’ODORE DELL’INDIA”(1962) di Pasolini, arriva alla conclusione che ciò che unisce i due libri non è un “da dove “, ma un “per come”.
Il Gozzano indiano differisce dal Pasolini orientale: il primo vede «l’India con l’occhio di poeta», mentre il secondo viene colpito dalle cose «con una potenza inaudita». In Pasolini l’occhio scatta come un obiettivo fotografico sulla superficie delle cose («mi piaceva camminare nudo e conoscere passo per passo quel nuovo mondo»), mentre Gozzano osserva: «oggi penso che è meglio ridurre a ogni cosa la più visibile didascalia». Se per Pasolini l’India è un paesaggio di cartolina esotica, per Gozzano,invece, l’India si presenta sin da «UN NATALE A SILO». Le due scritture, però, sembrano incontrarsi in modo sensuale, perché vedono sempre un’India intatta, un’abitabile ed innocente preistoria del mondo. Anche il poeta bolognese sembra essere alla ricerca di un paese «diversamente innocente», ma ciò che glielo impedisce è «la bestia serrata dentro di sé», come rivelano le terzine delle “CENERI DI GRAMSCI”, che non sono lontane dall’odore e dalla simbologia indiana.
La seduta pomeridiana vede, per primo, il sorprendente intervento di Lorenzo Canova, che, con una serie di interessanti fotogrammi, rappresenta la stretta connessione dell’ideologia pasoliniana con le arti figurative. Dopo avere ricordato la vocazione pittorica del poeta, ha sostenuto che, proprio con il capolavoro “ACCATTONE”, Pasolini dimostra il suo amore verso la pittura del Tre e Quattrocento, in particolare per Masaccio e Giotto, ma anche per Caravaggio.
Nel “DECAMERON” Pasolini si fece ritrarre come Giotto, ma, proprio quando parlò della plasticità delle immagini, cadde in contraddizione: «amo lo sfondo e non il paesaggio», disse, ma si rivelò il contrario. Per il relatore, Pasolini avrebbe voluto creare un’arte nuova, senza, però, abbandonare la tradizione («solo la rivoluzione può salvare la tradizione»).
Marco Pistoia, a sua volta, ritiene che Pasolini riesca a rievocare la pittura come una riscrittura. L’”HISTOIRE DU SOLDAT” fu concepita inizialmente come un’opera cinematografica,ma fu realizzata soltanto in teatro. E’ con “SAN PAOLO” che Pasolini, inviando una lettera al direttore della “San Paolo film”, inaugura la sua produzione teatrale. Ma con tale esperienza cambia la sensibilità pasoliniana, perché Pistoia, concordante col prof. Granese , ritiene che, tra la fine degli anni ’60 e la prima metà dei ’70, le storie violente di Pasolini diventano anche violenze della storia.
Nella relazione, “PASOLINI E IL MANIFESTO PER IL NUOVO TEATRO”, la prof.ssa Annamaria Sapienza sostiene che la produzione di Pasolini è esigua: figurano sei opere, tra il ’65 e i primi anni ’70, durante un’ulcera che lo costrinse all’immobilità. Ed è, perciò, difficile stabilire per ognuna di queste opere la data di scrittura. Nel ’68 la rivista “NUOVI ARGOMENTI” pubblica il manifesto per un “nuovo teatro” di Pasolini, in cui emerge la sua interiorità poetica. Nasce, così, l’idea del «teatro di parola», che potrebbe erroneamente riferirsi a un teatro in cui l’elemento verbale è dominante, ma che, invece, si fonda su una validità fonetica più rivolta al suono che al significato. Pasolini, muovendo delle accuse al teatro borghese, all’avanguardia, predilige il nuovo teatro, cioè quello di parola, in cui è palese l’abolizione dell’azione scenica, perché è proprio la parola il veicolo significante di una dimensione in grado di trasferire immediatamente l’interiorità poetica del suo autore. E, se il teatro naturalista aveva fallito, era perché in esso confluivano più gesti che parole. Il nuovo teatro di “parola” aveva come pubblico gli stessi gruppi avanzati della borghesia, che andavano scandalizzati, essendo l’unico mezzo capace di arrivare alla classe operaia. Tale teatro, però, aveva bisogno di una lingua: non dell’italiano scritto, che non rispecchia le realtà regionali e si presenta piuttosto come un’imposizione, mossa da una volontà autoritaria. Alla fine Pasolini, abiurando la sua iniziativa, opta per l’italiano scritto, ma a una condizione: tener presente il problema, l’obiettivo, cioè quello di un teatro di parola, attento al senso e non agli elementi estetizzanti. L’attore doveva essere un uomo di cultura; né è necessario un rito teatrale (sociale, politico, religioso), perché l’unico rito è quello culturale (critico). La relatrice giunge alla conclusione che il teatro di Pasolini si può definire «teatro della sofferenza», perché rappresenta un fattore divulgativo, che, però, non può conoscere la borghese catarsi.
L’intervento del prof. Rino Mele, docente di storia del teatro e dello spettacolo, inizia con un quesito: «perché si è risvegliato questo interesse per Pasolini?». A tale questione fornisce subito una risposta: perché nella summa poetica pasoliniana è onnipresente il rapporto padre-figlio, anche se si trasforma in turbamento, nostalgia, a causa dell’omosessualità del poeta (es. in “AFFABULAZIONE”, in cui è presente una parafrasi del PADRE NOSTRO, e in “TEOREMA”). E’ proprio in “POESIA IN FORMA DI ROSA”, secondo il parere del prof. Mele, che emerge un poeta civile che accetta di tagliarsi le mani sulla durezza della realtà. Il ruolo materno appare rimpicciolito e subentra un grido reale,che si traduce nella mancanza del padre.
Con la relazione “SONETTO PRIMAVERILE DI PASOLINI”, il prof. Luigi Montella ha sostenuto la tesi che in Pasolini vi è un nuovo storicismo, inteso non come impegno sociale, ma come un universo in cui confluiscono le diverse realtà sociali. Pasolini amava definirsi agrammaticale e, in effetti, l’equilibrio nei suoi testi è solo apparente, perché non vi sono elementi consolatori: infatti, gli aspetti plurimi della realtà non si sottomettono a schemi stilistici o filosofici. La sua raccolta poetica è un macrotesto in cui, come elemento determinante dei suoi 14 componimenti, appare il paesaggio nostalgico, sospeso silenzio carico di pace e senza pace. Con una particolare sensibilità per la lettura testuale il prof. Montella individua nella primavera il tema centrale della raccolta poetica. Essa non solo è una condizione spirituale, una metafora della vita del poeta, ma costituisce anche un ossimoro <<vita-morte>>. Ogni sonetto è una scheggia di vita in cui l’uomo si confronta col nulla e solo il poeta riesce a portarsi oltre i confini di ogni lucida razionalità per apparire genuino ed autentico.
Il Convegno termina con l’intervento di Siriana Sgavicchia, che si dedica al progetto narrativo dell’opera incompiuta “PETROLIO”, ritenendo che la sua incompiutezza, volontaria o involontaria, è una scrittura finalizzata per la morte. Addirittura capta un elemento ecopsicoanalitico in Pasolini, ossia un transfert irrisolto che consiste nel tentativo, fallito, di Pasolini di liberarsi dai limiti dei “RAGAZZI DI VITA” per definirsi in una storia autentica. L’elemento caratterizzante buona parte delle opere pasoliniane è, per la Sgavicchia, la visione del mare, colta con l’occhio innocente di un bambino (“COLIO DI SAMO”, “ROMANZO DEL MARE”).
Il Convegno di studi ha offerto una maggiore conoscenza dell’opera pasoliniana, soprattutto grazie ai diversi interventi, che hanno contribuito a far emergere un concetto chiave, incessantemente manifestato e valido anche per il mondo attuale: «IL CORAGGIO DI GUARDARE IN FACCIA LA REALTA’».
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