Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Luglio 2010 Anno IX
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SCRITTI DI POESIA
Umberto Piersanti - L’albero delle nebbie. Einaudi, Torino, 2008. Pagg. 173, euro 12,50
a cura di Adriano Napoli


L’albero delle nebbie è il terzo libro pubblicato da Umberto Piersanti nella collana bianca di poesia dell’editore Einaudi, dopo I luoghi persi (1994) e Nel tempo che precede (2002), ma non si tratta soltanto di un’appendice del discorso sviluppato in precedenza. Esso si colloca piuttosto sul crinale tra due epoche della ormai lunga esperienza poetica ed esistenziale dello scrittore urbinate: una esperienza coerente e fedele al mito di un “tempo differente” radicato nello spazio familiare della casa in fondo al fosso nelle Cesane, colmo di memoria e gesti fondativi di tutta un’esistenza, eppure nel contempo capace di evolversi sorprendentemente- come dimostra la storia di questo poeta - in un orizzonte sempre rinnovato di vicende proiettate nell’oggi, aggettate in una grazia da (ri)conquistare quotidianamente attraverso l’esercizio e la lotta di un “amore faticoso” ( titolo di una lirica tra le più significanti, vero e proprio filo rosso che collega i tempi e le vicende ).

Tre sono le sezioni del libro, scandite ancora una volta in una cadenza diaristica, secondo uno schema già collaudato nelle raccolte precedenti: “In un tempo remoto”, che è il luogo delle fughe nella memoria mitica e atavica popolata da figure lariche e favolose ; “Jacopo”, in cui quello stesso territorio viene sovrastato dall’ ombra del figlio “forestiero”; “tra cronaca e memoria” in cui il tempo e i luoghi assoluti del mito entrano in colloquio con il quotidiano della fatica, del movimento inquieto in uno spazio sempre più incerto – simboleggiato oniricamente dalla nebbia a cui si contrappone l’emergenza salvifica dello scotano, l’albero che con il suo rosso fusto preserva il viandante dagli abissi –, ma anche dell’adesione tenace, se pure sgomenta, ad una vita che come le strade percorse da padre e figlio “non si tende, ma s’addipana” (pag.79).
Le tre sezioni rivelano corrispondenze e leit-motif che ne intrecciano le vicende, come fossero le stratificazione diverse di un unico terreno; ne sono testimonianza le date dei singoli componimenti di ogni sezione, articolate in uno schema sinottico che procede in parallelo dall’inverno 2001 all’autunno appena trascorso.

Rispetto ai libri precedenti, tuttavia, contraddistinti da una struttura poematica, simili agli antichi cantari, articolati in versi lunghi e altrettanto sconfinate lasse epico-narrative, queste ultime liriche, pur conservando una robusta struttura di sistemi strofici e sintassi, e un linguaggio materico fiorito nell’orto botanico” di uno stile classico filtrato attraverso la moderna lezione pascoliana, propongono testi più brevi in cui predominano i settenari e i quinari sugli endecasillabi; l’amplitudine dell’affresco che giganteggiava ne I luoghi persi lascia il posto a una serie di cartoni di arazzo dalle linee concrete, ricche di ombreggiature e passaggi di tono. La sintassi di questi ultimi testi è più leggera, con i suoi versi brevi, cantabili, che producono un effetto di straniamento , fermentando con la materia epica e narrativa contenuta in essi,ed è come se il passo del nuovo libro, più lieve e a tratti spaesato nelle nebbie del presente, non riuscisse più ad arrestare l’impetuosa marcia del grande nemico Tempo, a disperderlo nel labirinto delle fughe sui sentieri della memoria, verso i luoghi persi, lasciandosi piuttosto condurre su un confine estremo e inquietante: quello in cui il poeta, che nel Tempo differente molti anni prima chiudeva una poesia giovanile con il verso: “iniziavo allora a non diventare grande”, ora vede invece ,specchiandosi nel figlio, i segni del suo invecchiamento (“Con Jacopo allo specchio”, pagg.69-70) che lo spingono a modificare il suo passo, a diventare adulto, a lasciare il suo posto (tra le familiari Cesane) di osservatore sensibile e presago dei cicli della natura, accettando lo sforzo immane di inseguire e contenere la corsa senza sosta e senza meta del figlio, nella lotta quotidiana di un “amore faticoso”, che genera sofferenza fisica ed emotiva: “allaccio gli scarponi / rassegnato/ con Jacopo m’appresto alla battaglia / la corsa senza requie/il gesto assurdo/ e una tregua chiedo/ una tregua soltanto/ amore faticoso/ che mi schianti”, come suggerisce il verbo in clausola, lacerante per aspri echi danteschi.

A un “tempo che precede” si sovrappone in quest’ultimo libro l’inquietante dispiegarsi di un “tempo che procede” (pag.115) che ne alimenta le vicende con una tensione costante e dolorosa.
Qui ormai neanche il passato è più immune dalle ferite del tempo che riduce alla consistenza di fossili le reliquie favolose della memoria, esponendo oltre ogni difesa la coscienza dell’io poetico all’esperienza vertiginosa dello spaesamento. Basterebbe a questo proposito considerare il lessico di frequenza che emerge in particolare nella seconda sezione: “Ora tu cresci/ dal resto del mio sangue/ separato “ (pag. 76)”saremo ancora insieme/ per le feste/ ancora soli” (pag.79); “Lì era una contrada/ forestiera,lontana/ e forestiera come il tuo male” (pag.80). Così il padre si rivolge al figlio, che rifiuta di imparare i nomi dei fiori, degli alberi, dei luoghi in cui il poeta, quando aveva l’età di Jacopo, era cresciuto ed aveva percepito una volta per sempre il mondo. Jacopo, “straniero/anche dentro il mondo” (pag.86) non può condividere i luoghi persi, è “immune alle parole/ e agli spaventi” (pag. 65). La sua coscienza di eterno bambino di quattro anni stride ormai con il corpo di adolescente proiettato nell’età adulta, quella in cui gli “uomini diversi” compiono gesti elementari a lui interdetti: “scuotono i bei capelli/ dal casco sciolti,/ e baci addosso ai muri/ tra portoni e scale/ scivolano mani/ felici lungo i corpi/ eppure un tempo come te/ sull’altalena o sugli scivoli/ sospesi, come te/ a chiedere patatine/ e guardare Alice che si perde/ tra folte margherite/ immense e bianche” (pag.87). Jacopo non è più “in un castello chiuso e separato” (titolo di una poesia di Nel tempo che precede), è ormai un “eremita”, nel suo convento che lo separa dal mondo (pag.67). Non sembri una differenza da poco: mentre nel “castello” egli era (o sembrava ) protetto da una prigionia che lo lasciava nel tempo favoloso dei suoi quattro anni, ora, cresciuto nel corpo, è gestito e vissuto da una volontà segreta, misteriosa, una sapienza diversa che scava imperterrita una distanza incolmabile con la vita elementare che cresce intorno e costringe il padre ad abbandonare ogni tentazione di fuga ed accettare la lotta con questa volontà: “figlio, io debbo/ contenere ogni tuo passo/ e gesto dentro il mondo/e il tempo non conforta/ non c’è sollievo/ questa fatica è fissa/ scorre coi giorni” (pag.88).

Il rapporto padre-figlio ne risulta traumaticamente deformato: come in un epos alla rovescia , il poeta è il padre Anchise che deve trovare la forza, oltre la propria vecchiezza, oltre lo spettro di un tempo che si sottrae, di portare sulle sue spalle la giovinezza inerme del figlio, tentando di sottrarlo alle fiamme che incombono, al paesaggio straziante delle rovine.
Questa consapevolezza è talmente radicata, scava talmente a fondo nell’anima del poeta, che anche la memoria ne viene invasa: Jacopo cambia con il suo sapere diverso anche il tempo del mito, e il paesaggio che finora ne aveva custodito i confini. Ancora una volta un esame del lessico poetico ci può schiudere l’ angolo di visuale più ampio e profondo per percepire questo ulteriore passaggio di sequenza (e di vicenda). In ogni sezione del libro emerge una costellazione di parole legate al tema del Natale, basti considerare alcuni titoli in cui la festività cristiana per antonomasia viene evocata esplicitamente: Dentro il Natale” (pag.75) o più frequentemente in maniera implicita, attraverso elementi iconografici inconfondibili, su tutti il “muschio” e il “presepe”: “Muschio d’inverno” (pag. 19); “Tra presepi e campi” (pag.24); “Tra chiese e strade” (pag.78).

Difficile immaginare che la fascinazione per il Natale derivi al laico Piersanti da un movente devozionale; dopo una lettura attenta dei componimenti si percepisce che l’incanto della festa è radicato prima di tutto nell’immagine, insieme concreta e allegorica, del presepe quale “luogo perso” per eccellenza di una civiltà sepolta, intorno a cui convitare con nostalgia e composto rimpianto la memoria della famiglia del poeta, consacrata fin dai nomi dei genitori e dei parenti (Maria è la madre, Giuseppe il padre, Anna la sorella); ma anche dal calore e l’umanità, con cui essa ha trasmesso al piccolo Umberto antichi valori comunitari in forma di gesti concreti,umili e grandiosi, attraverso una povertà decorosa e colma, non priva di una sua bellezza ed emozionalità estetica. “C’erano tutti allora,/ i nomi da presepio/ e caldi come il brodo/ così chiaro e stellato/ solo a Natale/ e mio padre Giuseppe,/ magro e assorto,/ mia madre con quel nome/immenso e breve/ ed Anna mia sorella/anche lei nelle Storie/ io no, porto un nome/ diverso e più recente/ il più piccolo sono/ il più incapace/ godo di quegli odori/ e quelle voci,/ dei pastori e le capre/ fermi alle fonti,/ delle faccende dolci/ tra gli aranci/ della famiglia che il Natale/ rischiara,/ l’unica del resto/ avuta in sorte.” (pag.20).
Ma il presepe è, per la sua stessa elementare, flagrante radice etimologica latina, il paesaggio di stalle, fieno, e pastori che coincide nell’immaginario del poeta con le predilette Cesane. Anche in questo caso abbiamo a che fare con un “luogo di memoria” nell’accezione dello storico Pierre Nora, luoghi in cui l’uomo contemporaneo, spaesato dalla perdita di intelligibilità della realtà, ritrova la propria identità smarrita nei “segni visibili di ciò che fu”, ricostruendo “ciò che noi siamo alla luce di ciò che non siamo più”. La consapevolezza del padre Piersanti passa dolorosamente attraverso il ricordo del figlio felice che è stato nei natale passati, nei presepi e nei riti familiari dell’infanzia; dal confronto mesto e inevitabile tra i natali di ieri e quelli di oggi, ricchi di doni inutili, di pranzi pantagruelici che non servono a proteggere se stesso e Jacopo dalla solitudine: “saremo ancora insieme/ per le feste/ ancora soli/ forse in sontuose stanze/ tra grida e spumanti/ a noi estranei” (pag.79).

Sovente Piersanti ha rievocato le sue visite nella cappella adiacente alla chiesa di San Giuseppe in Urbino , dove è custodito il presepe di Federico Brandani, opera cinquecentesca articolata sul fondo della cappella, con i personaggi principali della Natività proiettati come in un palcoscenico. Sono patenti in quest’opera i motivi tratti dalla pittura raffaellesca, mediata attraverso il gusto del manierismo emiliano, e in particolare del presepe di Antonio Begarelli (1527), conservato nel duomo di Modena, in cui una pecorella leggiadramente si pone a giacere davanti alla grotta quasi schermando le figure della Madonna e del Bambino appena nato.
La memoria sensibile e colta di Piersanti sembra aver assimilato due lezioni importanti di questi capolavori a lui familiari: il gusto manieristico di introdurre nell’armonia di una composizione classica una nota di disequilibrio, un’anomalia che modifichi il paesaggio; e inoltre la predilezione per le figure plastiche, corpose e carnali come per un’ebollizione di materia, proiettate come su di un palcoscenico, che nella sua poesia diventa un vero e proprio “teatro della memoria”. E’ in questo contesto che nascono e giganteggiano nei libri precedenti le figure di Madìo, che non a caso è biondo e ha gli occhi azzurri come il Nazareno, e la figura virginale e salvifica della Fenisa. Ne L’albero delle nebbie invece, questi personaggi, pur presenti e intatti nella loro grazia, sono distanziati sullo sfondo, rimpiccioliscono rispetto al primo piano in cui compaiono le figure del padre e della madre, che pur irradiati dall’aura del mito, appartengono già al dominio di una cronaca che porta con sé lo stridore di una guerra cruciale: la seconda guerra mondiale, che ha trasformato il mondo, cambiandone radicalmente il paesaggio. La discesa dei carri armati dell’ottava armata britannica attraverso le Cesane, evocata nella prima sezione di quest’ultimo libro, ne è l’emblema folgorante: essi invadono una volta per sempre il mondo contadino e pre-moderno; rappresentano lo sconfinamento della Storia nei territori del mito, portando con sé la prima immagine sconvolgente della modernità. Molte poesie del libro rinnovano il clima e i sentimenti di un romanzo piersantiano grandioso e forse non ancora valorizzato (nonostante le lodi entusiastiche di un lettore come Mario Luzi): L’estate dell’altro millennio (Marsilio, Venezia, 2001); è il caso di “In una primavera lontana” (pag. 10) il cui incipit “Vieni c’è una strada nel bosco” evocante una celebre canzone dell’anteguerra destinata a restare sepolta come altre reliquie del passato, improvvisamente ingenue e sorpassate, dalla nuova imperiosa civiltà dell’atomica, segue la passeggiata tra i campi urbinati di un tenente che ,prima di perdersi nell’inferno del deserto di El Alamein, trova per l’ultima volta i sentieri della grazia e dell’amore in compagnia della sua giovane innamorata.

Come la vicenda di Jacopo, anche il tema della guerra – capitale nella rimemorazione e nella coscienza morale e intellettuale di un poeta nato nel 1941 – già presente ma trasfigurato nelle raccolte precedenti in un orizzonte mitico-familiare , qui invece si dilata riguadagnando lo spessore storico di un’esperienza suprema, traumatica e indelebile, che ha trasformato le coscienze e i destini di chi l’ha vissuta. Dopo quel passaggio invasivo e sconvolgente della Storia in uno spazio che sembrava intatto, nulla può essere come prima.
L’albero delle nebbie è anche un libro tripudiante di luce ; una luce invocata con accenti religiosi, affinchè discenda dal suo spazio di eterna certezza a separare la coscienza del poeta dalle ombre ostili del domani ( pag. 117). Eccone un catalogo: “anch’io vi ricordo nella luce/ stagliati tutti dentro l’aria/ Madìo è sotto il ciocco/ grande e guarda/ Celeste sale lento lo stradino/ alla Fenisa gli anni non hanno tolto/ il chiaro dentro gli occhi” (pag.12); “come quel muschio/ che un sole dicembrino/tenue rischiara/tenue e tenace/limpido in questi giorni/come non mai (pag.19); “vorrei di lì guardare/ la luce che trasmuta/ di ora in ora / e dopo che t’incendia / la pelle e i rami “ (pag. 89)“il muschio che risplende da solo/ com’è solo tra le brecce/ bianche”(pag.112); “oggi luccica primavera/fiorisce il tarassaco alle porte” (pag. 114); “e la memoria torna alla stagione/ così breve e perfetta/ e luminosa” (pag. 127).

La luce è il sentiero che la memoria percorre nella sua costante tensione verso una pienezza originaria, ma è anche, per uno squisito paradosso, la pista su cui il tempo continua a procedere senza interruzioni; essa scende invocata, sugli oggetti concreti e memoriali ,e nel medesimo, assoluto istante che ne scolpisce la grazia perduta in una promessa carezzevole di eternità, è destinata a dissolversi in nostalgia – come nella carducciana “Nella piazza di San Petronio” – nell’inganno consapevole di un sogno intriso di rimpianto.
Ma il cerchio di tempo e memoria, passato e presente, speranza e disinganno, non è destinato a chiudersi nella compagine di questi versi, non ancora, essendo sospeso sul crinale tra una vicenda che si chiude nel suggello di un’amara coscienza leopardiana, per cui “a chi nasce spetta/ spezzare la dura, gelata/ crosta della terra/ sempre si viene fuori/ al mondo al freddo e al gelo/ in una primavera che tarda,/ stenta e desolata,/ il seme che abbandona/l a sua tiepida nicchia/ sotto la terra” (pag.135), ed una nuova che accenna ad aprirsi. A Jacopo si accompagna infatti un nuovo personaggio: è la piccola Arianna, nipotina del poeta appena nata quando il disegno del nuovo libro cominciava a prendere forma ed oggi non ancora decenne. Arianna sembra portare con sé la carica di una forza inaugurale, generatrice di destino, a lei è demandata una volta ancora la speranza di una “vicenda chiara”: “ al tempo che disperde/ e ci addolora/ che ha distrutto la casa/ in fondo al fosso/ chiedo una sosta/una vicenda chiara/ che ci conforti/l’amore faticoso della vita/ Arianna, siano nulli/ o brevi i tuoi abbandoni/ i tuoi risvegli sempre luminosi”. E forse in questo augurio di luce è già nascente la materia di un nuovo canto.






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