Alessandro Polcri, Bruciare l’acqua (pref. Alberto Bertoni). Edizioni della Meridiana, 2008, pp. 72, euro 10,00 a cura di Domenico Cipriano
Alessandro Polcri, poeta e saggista, presenta una raccolta complessa, divisa in quattro sezioni che rappresentano il suo percorso fino a questo momento: una sezione per ogni passaggio della vita, dal “superamento di una soglia iniziale”, il “necessario inabissamento”, “l’esigenza rigenerante” e la “meta, pur anche provvisoria” (v. pag. 5) della sua esistenza. La sua scrittura presenta uno stile maturo e coinvolgente, armonicamente musicale, e l’uso di un linguaggio a tratti ricercato e originale: “una parola letteraria aperta sia agli apporti delle lingue classiche, greca e latina, sia agli innesti del parlato [...]; ma i preziosismi lessicali, non di rado di marca toscaneggiante [...] non corrispondono a un vuoto esercizio di abbellimento formale e piuttosto discendono dall’intenzionale recupero del significato etimologico della parola”, come espone in modo impeccabile, nella dotta e completa prefazione, Alberto Bertoni (v. pag. 5).
L’autore è un osservatore attento delle variazioni, degli eventi, così saluta con la poesia questa sua attitudine già tanto amata da Pascoli (vedere e udire: altro non deve il poeta); una funzione della poesia che conosce la sua essenza di pensiero: “Osservarli è solo un gioco/ della mente che distrae dal tutto,/ struttura impura e stretta/ dove abitiamo al modo delle cellule/ nascoste nelle cose/ che senza alcun conforto della luce/ urlano al vicino: «fammi spazio!»” (pag. 24).
Tra i sensi privilegia il tatto e la vista, facendo valere nei versi la presenza del corpo in modo attivo (penso al palmo della mano) e passivo (il corpo e le sue parti osservate e mostrate), senza però fermarsi all’esteriorità della pelle, ma andando in fondo, donando tutto il corpo, fatto di interiorità di organi, come una possibilità fisica di mostrare l’interiorità dell’uomo.
Una poesia che pone domande per rivelare la presenza di qualcos’altro, un qualcosa di cui ci si accorge in un momento sempre successivo, “di congedo” (v. pag. 7), come per sottolineare l’impalpabile e lo sfuggente a differenza del corpo, costantemente donato e presente. È come se l’autore cercasse di spiegare l’impossibilità dell’incontro tra fisico e spirituale; possibilità a cui aspira la poesia: «Fuori dal segno non c’è/ commistione di verbo e di significato/ ma solo il guizzo fonico prenatale» (pag. 16). Ed è proprio il segno che mostra fisicità ad altre sensazioni: «Ti accorgeresti forse/ del vento se non fosse/ per la foglia, / o il ramo, che si flette/ mansueta al colpo?» (pag. 39), e ancora: «Ieri mi sono sorpreso/ quasi a toccarne il segreto:/ del perché la foglia s’accartocci/ al solo passare del tempo,/ e la roccia si fenda/ per l’insistenza delle acque» (pag. 40). Domande che si presentano dove perpetua la dimenticanza; una dimenticanza di risposte a soluzioni naturali, rivelate con nuove domande: «Si ricorda forse il ramo/ del flusso che lo ha attraversato/ poi che il vento s’è acquetato?».
Polcri guarda alla natura come esempio sublime per il percorso di conoscenza, ai luoghi attuali di vita (New York) e quelli di origine (Sansepolcro), senza sottovalutare nessun segno, nessuna casualità, trasformando ogni minimo elemento in nuova possibilità per capire noi stessi e i nostri personali percorsi: “per ogni passo con cui avanzi/ c’è un niveo manto cedevole all’impronta”.