Sinestesie - Rivista di studi sulle letterature e le arti europee - Luglio 2010 Anno IX
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SCRITTI DI POESIA
Marco Vitale - Canone semplice. Jaca Book, Milano, 2007
recensione di Adriano Napoli


Canone semplice, il nuovo libro in cui Marco Vitale ha raccolto testi precedentemente editi in plaquettes ed edizioni d’arte a tiratura limitata, a cominciare da Luna d’eclissi (Lietocolle, 2004), conquista l’attenzione del lettore innanzitutto per la sua salda architettura, che è il risultato di una meditata e sapiente costruzione formale di stile. E già in ciò, a ben riflettere, risplende un’idea forte di poesia. I suoi versi, come ha giustamente notato Giancarlo Pontiggia, consustanziati da una sensibilità pensosa e fantastica, si muovono tra gli estremi di “una coscienza della disarmonia e una tensione a un’utopica grazia formale” (dalla prefazione a Luna d’eclissi). Nato a Napoli nel 1958, Vitale ha conservato alcune salde radici fisiche e morali della sua origine mediterranea, che riemergono nella sua scrittura poetica soprattutto nella corrispondenza tra ritmo e immagine; nella fusione dell’elemento umano con la natura; nella capacità di intrecciare atmosfere e stati d’animo in una visione che giunge da lontano e porta con sé la forma pura di una parola poetica che non descrive né tantomeno racconta, ma evoca, come un astro notturno che splende celato nell’ombra luminosa del suo mistero. Non a caso alcuni tra i versi più efficaci e visionari di queste poesie sono versi lunari, nascono per l’appunto dall’ispirazione della mistica lunare, connessa al tempo umano e concreto, ai ritmi della vita,”per cui il Cosmo intero diventa trasparente e soggetto a “leggi”, come ci ricorda Mircea Eliade (Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, 2007, p. 139).Una luna percepita con sensibilità leopardiana, ma anche un po’ surreale («La lanterna che oscilla obliquamente/ è carta. Spegnila/ quella luna di crepe...», p. 13), osservata con lo sguardo di chi ha attraversato e rielaborato in maniera personale e presaga la visionarietà di un Alfonso Gatto (non a caso quello lunare è uno degli archetipi fondanti del poeta salernitano) o di un Bodini, quest’ultimo richiamato espressamente alla memoria del lettore in una lirica attraverso il titolo del suo libro poetico La luna dei Borboni («Non è mia la luna che ricorda/qui di nuovo altre stanze altri balconi/ La luna dei Borboni, di Laforgue/ lo sfarzo delle lacrime e sull’acqua/ i divagati passi, i reverberes...», p. 14).

Questo sostrato mediterraneo e lirico, intriso di rivelazioni e presenze numinose (si veda la poesia sul gatto «nero/ lucente numinoso...», p. 74) si confonde felicemente con una lombarda vocazione per il quotidiano, gli spazi di ordinaria umanità, in cui domina la materia di un’esistenza che si rivela in sé senza colori aggiunti («Questa mattina, sai, con tutta/ questa nebbia/ andrei a rinchiudermi in un cinemetto/ per amanti un po’ frusti, infreddoliti/ Marcel Carnè, Jouvet, la voce roca/ e iridescente di Arletty quando confessa/ J’adore çà, moi, la libertè...», p. 95). In quest’ultimo libro, in cui materiali diversi e confluiti da varie esperienze di scrittura si amalgamano in un discorso organico e stilisticamente compiuto, le due anime del poeta Vitale, fisica e metafisica, e come si è visto, mediterranea e lombarda (milanese di cuore, egli vive e lavora infatti nel capoluogo lombardo da molti anni) trovano un felice equilibrio nel terreno comune di una concezione alta e solenne del discorso poetico, impermeabile alle strategie culturali che negli ultimi decenni ne hanno ristretto l’orizzonte in ambiti sempre più specialistici e autoreferenziali. Nell’epoca del dopo-poesia (penso in particolare al bilancio critico, tutto in perdita per il canto lirico, dell’antologia di Enrico Testa, intitolata per l’appunto Dopo la poesia, Einaudi, 2005) Vitale, ha continuato con determinazione a investire, attraverso un lavoro millimetrico e paziente sulla parola, in un canto lirico che volta le spalle a tante facili opzioni à la page che contrassegnano molta poesia a noi contemporanea, per ritornare alle sorgenti di un prima, in cui l’esperienza poetica continui a risplendere in una sua pronuncia auratica, a fondare e custodire in una forma compiuta tutta una civiltà.

Gli orizzonti di questa poesia, riflettendo fedelmente la cultura ampia e avvertita dell’autore, si misurano su un duplice asse cartesiano che congiunge alla linea orizzontale di un vasto territorio geografico che collega le visioni dei lirici meridionali all’inconfondibile enclave contemplativa del Bertolucci lirico e surreale delle prime raccolte (quello di Sirio e Fuochi in novembre, precedente alla svolta epico-narrativa del periodo romano), l’asse diacronico di un’atmosfera culturale che attraversa le esperienze del simbolismo europeo lungo il secolo appena trascorso, per rifiorire, dopo il monopolio della fredda e astraente programmaticità neo-avanguardista degli anni sessanta, nelle forme di un “neo-orfismo” che a Milano, intorno all’antologia La Parola innamorata e alla rivista Niebo diretta da Milo De Angelis (per inciso, nella costruzione sintattica del testo poetico e nelle inarcature Vitale sembra far tesoro di una modalità di “rottura della frase” – descritta proprio da De Angelis in un testo autocritico – “obbligata ma non innalzabile dalla frase stessa né dalla totalità delle frasi”; cfr. Poesia e destino, Cappelli, 1986, p. 17) tentava efficacemente di riacquistare alla poesia, nel dominio di una lingua depurata da ideologismi e sperimentalismi, i grandi temi che le appartengono, che la poesia deve cantare pena la sua estinzione. E fino all’approdo di una maturità di stile misurato e classico, consentaneo all’ispirazione di altri significativi poeti coevi (primo fra tutti il già citato Pontiggia), in cui creatività ed esperienza si fondono in un’unica intensità di visione. Vitale ci ricorda, ed è un esempio da tenere a mente in tempi di cinica e ingannevole mistificazione mediatica, che la vera poesia, partendo dall’esperienza concreta, ma senza cristallizzarsi in essa, può raggiungere con fervore e passione, attraverso vie misteriose che non si potranno mai del tutto spiegare, una comprensione più profonda e per l’appunto poetica del mondo.






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